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Alzatevi e levate il capo

novembre 29th, 2012

I Domenica di Avvento T.O.C                                                                2 dicembre 2012

 “Vegliate in ogni momento  pregando” (Lc 21,36)

L’ Avvento è il tempo liturgico che fa memoria della prima venuta del Signore nel mondo e nell’umanità; è anche il tempo celebrativo della seconda venuta nel ritorno glorioso alla fine dei tempi.

Con la prima domenica di avvento inizia il nuovo anno liturgico – l’anno C – che si caratterizza per la lettura del Vangelo di San Luca.
La prima, così come la seconda, mette in evidenza l’aspetto della vigilanza e della preghiera in un clima di speranza e fiducia, atteggiamenti spirituali che richiamano una costante e fedele attesa.

Ed è proprio il profeta Geremia (prima lettura) che annuncia la realizzazione delle promesse di bene di Dio al suo popolo, con la nascita di un nuovo germoglio della stirpe di Davide, il Messia.
In questo contesto vetero-testamentario c’è l’attesa ricca di speranza, di vita nuova, di gioia piena nella giustizia e nella pace: Giuda sarà salvato, Gerusalemme vivrà tranquilla (Ger 33,16).
Ma soprattutto chi potrà godere di questa gioia saranno i poveri, quelli che attendono tutto dal Signore e si fidano di Lui (salmo responsoriale), perché buono e retto è il Signore…insegna ai poveri le sue vie.
I poveri sono predisposti ad accogliere il Signore che viene perché attendono sempre, con animo semplice, la novità portatrice di bene e di salvezza.

La povertà, però, non è l’unica condizione per mettersi in atteggiamento di attesa, lo dice Gesù nel Vangelo di Luca:  Vegliate in ogni momento  pregando (Lc 21,36).

Vigilanza per non perdere di vista ciò che è prioritario, la volontà di Dio, e disperdersi in forme idolatriche di stili di vita, insistentemente proposti dalla cultura e dalle mode.
Vigilanza per combattere il male e superare la tentazione di non alzare il capo e guardare in alto; cosa molto più vantaggiosa alzarlo per trovare la vera libertà, puntare lo sguardo verso l’alto per non lasciarsi dissipare.
Vigilanza sull’egoismo che impedisce di amare e paralizza la coscienza nel peccato del quieto vivere.
Vigilanza nella fede per non appesantire il cuore e correre il rischio di una fede scontata, poco credibile, asettica.E poi pregare sempre senza stancarsi mai (cfr. Lc 18, 1-8), per avere la forza, il coraggio di incontrare Gesù giudice giusto, per non morire di paura e vivere con angoscia l’attesa escatologica della venuta gloriosa del Signore.
Pregare per essere attenti e pronti a discernere i segni indicatori di una realtà cosmica verso la sua piena realizzazione; pregare per camminare con fede e una fede sempre più volta all’essenziale.

L’esortazione della lettera ai Tessalonicesi (seconda lettura) indica le condizioni ottimali in cui farsi trovare al momento della venuta del Signore e dell’incontro con Lui (non solo quello definitivo…).
È necessario crescere nella carità operosa e nell’amore fraterno per rendere i cuori saldi e irreprensibili nella santità: qui si gioca la vera attesa del cristiano, progredire nella santità di vita senza perdere tempo e senza perdersi in logiche devianti e mondane.
L’amore reciproco e verso tutti, la comunione fraterna, sono il perno indispensabile per costruire il Regno sempre operante nella storia, ma la cui realizzazione avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà con grande potenza e gloria.

  “Niente ti turbi, niente ti spaventi, 
 chi ha Dio nulla gli manca,
 tutto passa, solo Dio resta, solo Dio basta”.
Niente ti turbi, niente ti spaventi.
Tutto passa,
 Dio non cambia.
La pazienza
 ottiene tutto.
Chi ha Dio
 ha tutto.
Dio solo basta.
     (Santa Teresa di Gesù) 

 

Sr. M. Carmela Tornatore
Suora del Getsemani
srcarmela.get@tiscali

Cristo re: di quale universo?

novembre 21st, 2012

 

Domenica XXXIV T.O. B                                                    25 novembre 2012

 “Io sono l’Alfa e l’Omega,
Colui che è, che era e che viene,
l’Onnipotente!” (Ap 1,8)

La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo conclude l’anno liturgico e dà forma e pienezza al discorso escatologico, in attesa della venuta del Signore in tutta la sua gloria e il suo splendore: il Signore regna, si riveste di maestà  (salmo responsoriale).

Una gloria annunciata dal profeta Daniele (prima lettura) nella sua visione “notturna”, quasi a significare che, nel momento di maggiore oscurità la luce irromperà per rivelare Colui – il Figlio dell’uomo –  il cui potere è eterno ed il suo regno non sarà mai distrutto (Dn 7,14).

Immagine parusiaca che bene si allinea con il tema del libro dell’Apocalisse (seconda lettura): Cristo instauratore del Regno eterno si manifesta solennemente come testimone fedele, primogenito dei morti, sovrano dei re della terra (Ap 1,5).
Questa maestosità non nasconde, accanto ai segni della gloria, i segni del martirio e del sangue sparso sulla croce, del sacrificio per la nostra liberazione dai peccati.

Nel dialogo con Pilato (Vangelo) Gesù non lascia intravedere niente della sua regalità, è un uomo apparentemente sconfitto dalla cattiveria e dalla violenza degli uomini, non si difende, non si giustifica, non nega la sua identità di re: tu lo dici, io sono re (Gv 18,37)

Pilato cerca i segni di un potere umano, dominatore, fa fatica a vedere un re in un uomo remissivo e senza difese, consegnato a lui dai suoi connazionali e dalle autorità del tempio; semmai vi vede un esaltato religioso da non prendere seriamente in considerazione.
Ma il potere di Gesù è un potere d’amore, la sua regalità si esprime nel dono della vita per amore degli uomini, tutti, anche quelli che lo condannano a morte.
Pilato – e quelli come lui scettici ed arrivisti – non può capire perché il suo cuore è chiuso dall’orgoglio e dall’autosufficienza, dallo spirito di dominio e dall’avidità del potere; non può capire la verità, perché la verità è Gesù che accetta di morire sulla croce per amore.

Dare testimonianza alla verità (Gv 18,37) significa essere come Cristo impotenti secondo i criteri del mondo, ma potenti sulla croce, unico autentico criterio di regalità, che si rivela nella più totale debolezza e nell’assenza di qualsiasi contrapposizione violenta, perché il regno di Dio è diverso dal regno degli uomini: il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36).

La regalità di Cristo assume il volto dell’amore e della misericordia, della sofferenza e della non violenza, della giustizia e della santità; conformarsi a Cristo Re, servire il quale è regnare (cfr. colletta anno B), suscita l’impegno a testimoniare fedelmente il Regno di Dio nell’attesa della sua definitiva e gloriosa manifestazione.

Gesù è Re e centro dei cuori che lo riconoscono,
lo ricevono, lo amano…
Gesù vuole il nostro cuore,
lasciamolo agire da Re.
È un Re d’amore,
la sua potenza è l’amore,
il suo Regno è d’amore,
il suo dominio la carità,
il suo interesse renderci felici.   (Servo di Dio G.B. Manzella)

Sr. M. Carmela Tornatore
Suora del Getsemani
srcarmela.get@tiscali.it

Saper attendere

novembre 14th, 2012

Domenica XXXIII T.O. B                                 18 ottobre 2012

 “Allora vedranno il Figlio dell’uomo
venire sulle nubi con grande potenza e gloria” (Mc 13,26)

 La liturgia della Parola della 33a domenica ci pone di fronte ad una scena di grande suggestione e di richiamo scuotente per una fede ancora tiepida e vacillante. Lo scenario è quello della parusia e della manifestazione gloriosa del Signore, l’evento che dà significato e senso alla storia e la orienta in un futuro indeterminato ma certo.

È ricorrente l’immagine apocalittica del giudizio finale preceduta da segni straordinari, sconvolgenti, terrificanti che nel libro di Daniele (prima lettura) culminano con la risurrezione dei morti, gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna (Dn 12,2). L’idea della condanna non è evitata, tuttavia prevale con insistenza l’idea della salvezza. Tutte le immagini profetiche, in realtà, vogliono indicare il giudizio di Dio e la condanna dei ribelli, ma anche la salvezza: in quel tempo sarà salvato il tuo popolo (v. 1).

Lo stesso scenario si presenta con forza nel Vangelo di Marco (13, 24-32), con un discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli, per aiutarli a giudicare il tempo come un dono che si riceve per prepararsi all’eternità. Lungi dal voler incutere timore ai suoi ascoltatori, Gesù, invece, vuole introdurli in quel mistero che troverà compimento nella sua venuta finale, escatologica, in cui sarà rivelata senza più veli la sua gloria (v. 26). E così, rivestito di gloria (la nube), Egli ritorna per compiere la promessa: radunare gli eletti da tutti gli angoli della terra – cioè, nessuno è escluso dalla salvezza e dimenticato dal Signore – e raccoglierli nel Regno del Padre.

Quando accadrà tutto questo? È la domanda implicita degli ascoltatori di Gesù, ai quali si rivolge rispondendo con una parabola, per invitarli a fare il giusto discernimento.
I discepoli devono imparare a cogliere i segni, innanzi tutto, della presenza del Risorto nelle vicende umane e nella storia dell’umanità; il tempo storico è il tempo privilegiato che separa dalla manifestazione gloriosa del Signore, e prepara all’incontro con Lui.
È il tempo della costruzione del Regno, dell’annuncio, della testimonianza, della fede, della carità operosa.

Una comunità cristiana, che ascolta la Parola di Gesù, non può lasciarsi vivere e lasciare che il tempo scorra senza vigilare, senza cogliere i segni del Signore che viene in ogni Eucaristia e, con la sua unica offerta, rende perfetti, perdona, santifica per sempre coloro che vengono santificati (seconda lettura).

Un atteggiamento di speranza e di fiducia, dunque, caratterizza il cristiano e non la rassegnazione; un sentimento di attesa gioiosa e non di paura per il futuro; uno sguardo vigile e attento sugli orizzonti della storia per discernere i germogli di un mondo rinnovato dall’azione dello Spirito.

Per questo gioisce il mio cuore…gioia piena alla tua presenza…dolcezza senza fine alla tua destra (salmo responsoriale).

 Dio è il fondamento della speranza, non un qualsiasi dio,
ma quel Dio che possiede un volto umano
e che ci ha amati sino alla fine…
Il suo Regno non è un al di là immaginario,
posto in un futuro che non arriva mai;
il suo regno è presente là dove Egli è amato
e dove il suo amore ci raggiunge. (Benedetto XVI, da Spe Salvi)

                                                         Sr. M. Carmela Tornatore
Suora del Getsemani
srcarmela.get@tiscali.it

UNA LEZIONE DI GRATUITÀ

novembre 7th, 2012

Domenica XXXII T.O. B                                                               11 novembre 2012 

 “…Tutto quanto aveva per vivere” (Mt 12,44)

Ormai vicini alla conclusione dell’anno liturgico, la Liturgia della Parola propone come riflessione un tema di straordinaria ordinarietà: la generosità gratuita.
È anche il leit-motiv che attraversa le letture, fornisce una chiave interpretativa e ha come suo principale riferimento il messaggio evangelico.

Le due donne, vedove, sono l’icona di una realtà sociale, anche oggi, contrassegnata dalla marginalità e dall’indifferenza dei tanti che si vantano del loro modus vivendi e cercano nei primi posti l’approvazione e la lode degli altri (Vangelo), accumulano beni, si arricchiscono, lasciano nell’indigenza il povero che diventa sempre più povero (Mc 12,40).
L’insegnamento di Gesù si concentra su un episodio occasionale, ma incisivo, per il messaggio che vuole trasmettere ai suoi discepoli: la ricchezza, l’attaccamento ai beni – di qualunque natura essi siano! – e il potere sono causa di egoismo e di avidità, non permettono di crescere nella carità e nella gratuità.

Già in altre occasioni Gesù insegna a vivere da figli che credono e si affidano alla Provvidenza (cfr. Mt 7,25ss), e proprio in una situazione di maggiore necessità fanno appello alla bontà di Dio che rende giustizia agli oppressiama i giustisconvolge le vie degli empi (Salmo responsoriale).
Ma cosa rende simili queste due povere vedove? Forse la precarietà di vita? L’emarginazione? La carenza di beni materiali? Il disprezzo e l’indifferenza da parte dei benestanti? L’ingiusta discriminazione culturale e sociale?… Tutto questo, ma soprattutto la capacità di totale affidamento a Dio e il senso di giustizia nella carità. Possiedono poco (un pugno di farina, due spiccioli) e lo offrono come dono, privandosene esse stesse. Non è semplice generosità, è molto di più, è spogliarsi di ogni presunta sicurezza umana per rivestirsi dell’ineffabile misericordia divina; è condividere nella solidarietà; è confidare nella giustizia divina più che in quella umana.

Nei due pezzi di legno (prima lettura), raccolti dalla vedova di Sarèpta per cucinare la focaccia – unica risorsa di vita – i Padri della Chiesa hanno identificato le braccia della croce su cui Cristo ha offerto in oblazione la sua vita, a confermare come la salvezza ci viene dall’unico e sommo sacerdote (seconda lettura), apparso nella pienezza dei tempi per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso (Eb 9,26), e  rivelare l’infinito amore del Padre.

Sulla croce Gesù ha manifestato la massima espressione dell’amore totalmente gratuito, senza riserve, che trova corrispondenza vera solo in un cuore povero, umile, disincagliato da se stesso, disposto ad affidarsi per donarsi.
La lezione di Gesù è, quindi, innanzi tutto un invito a diventare persone liberate e libere, senza paure, con l’unica sicurezza che viene dall’essere affidati a Dio e con l’atteggiamento del figlio che ama gratuitamente.
Un cammino di fede da percorrere quotidianamente, perché illuminati dalla Parola e dai Sacramenti, nella comunione con i fratelli, “impariamo a donare sull’esempio di Colui che ha donato se stesso, Gesù Cristo nostro Signore” (Colletta Anno B).

I poveri evangelizzano perché sono provocazione di Dio.
Anzi sono l’icona delle provocazioni di Dio
verso un mondo più giusto, più libero, più in pace,
in cui la convivialità delle differenze diventi costume
e l’etica del volto diventi motivo ispiratore di ogni rapporto umano.
In questo senso, se vuoi la pace, va’ verso i poveri.
Per offrire loro certamente qualcosa.
Ma, soprattutto, per ricevere. (Don Tonino Bello)

Sr. M. Carmela Tornatore
Suora del Getsemani
srcarmela.get@tiscali.it