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Festa della Santa Famiglia

dicembre 25th, 2012

30 dicembre 2012

1Sam 1,20-22.24-28                   1Gv 3,1-2.21-24               Lc 2,41-52

In questa domenica della Santa Famiglia ci sono due parole che possono essere luce per custodire e vivere la Parola di Dio che ci è consegnata dalla liturgia odierna: lo stupore e “Essere nelle cose del Padre” .

Lo stupore che accompagna l’opera di Dio che si rivela:

–       in un figlio tanto atteso da Anna, che le è concesso per puro dono da quel Dio Fedele, che accolse la sua sofferta preghiera. In lei lo stupore diviene profonda riconoscenza e allo stesso tempo intuizione che quel figlio donato non può tenerlo per sé;

–       nel grande amore che ci ha donato il Padre per averci resi suoi figli nel Figlio. Allo stesso tempo il mistero ci accompagna, perché questa figliolanza in noi ha bisogno della pazienza del quotidiano aderire al comandamento dell’amore per rivelarsi in pienezza. Quindi ogni giorno può donare meraviglia nuova se sappiamo cogliere i piccoli segni con cui il mistero di Dio in noi si rivela!

–       E infine, sia nella libertà di Gesù che obbedisce al Volere del Padre anziché ad un’aspettativa più che legittima dei suoi genitori, come anche nella sapienza con cui dialoga con i maestri nel tempio, che rivela qualcosa della sua identità di Verbo e Sapienza del Padre.

“Essere nelle cose del Padre”

–        Nel libro di Samuele, Anna comprende che il figlio ricevuto in dono non può che donarlo, perché “per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”, ossia per essere a servizio solo di Dio, come suo sacerdote e profeta.

–       Nella prima lettera di Giovanni, “Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui”, è rivelato che si è nelle cose del Padre e si rimane in Lui solo se crediamo nel Figlio, unico Salvatore, inviato del Padre e se viviamo come il figlio ha vissuto, mettendo in pratica il comandamento dell’amore.

–       E nel Vangelo Luca, attraverso lo sguardo della Madre, comprendiamo come in Gesù è maturata una nuova consapevolezza della sua identità e missione: Lui deve essere nelle cose del Padre. Deve essere e rimanere nella volontà del Padre suo, come Maria e Giuseppe hanno sempre vissuto e insegnato a Gesù con la loro testimonianza quotidiana. Ed è con questa verità nuova in sé che torna a Nazaret per obbedire ai suoi genitori ricevuti nuovamente in dono da Dio Padre.

Luca è l’unico evangelista che ci regala questo ponte tra la prima infanzia di Gesù e l’inizio della missione di Gesù. Attraverso di esso sembra volerci far intuire come il mistero di Gesù, dall’inizio fino alla sua Pasqua a Gerusalemme (i tre giorni prima del ritrovamento e l’angoscia con cui Maria e Giuseppe cercavano il figlio è un richiamo ai tre giorni nel sepolcro) sia segnato dalla consapevolezza del suo essere Figlio e dal dover essere  sempre nella volontà del Padre. Vengono in mente tanti altri “devo” che ci aiutano a seguire Gesù sulla sua strada dell’obbedienza al Padre. Nell’incontro con Zaccheo si dice che Gesù “doveva passare di là”. Ai due di Emmaus dice: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”.

Per Maria e Giuseppe non è stato facile comprendere le parole e la scelta di Gesù. È un po’ come quando dal buio ci si ritrova di fronte alla luce del sole. C’è bisogno di tempo per abituare gli occhi e ancor di più per accogliere il mistero di Dio che si rivela nel quotidiano, a volte in maniera inaspettata e capace di stupire, a volte con i colori della sofferenza. C’è bisogno che ci lasciamo insegnare da Maria e da Giuseppe come custodire tutti gli eventi leggendoli alla luce della Parola di Dio.

Dopo averLo perso, cercato e ritrovato, Maria e Giuseppe, hanno visto uno sprazzo della luce del Santo di Dio, di quel loro figlio che è il Figlio di Dio e poi lo hanno visto ritornare con loro nell’obbedienza, ma quell’esperienza non compresa va custodita perché maturi una nuova comprensione di quel Figlio, della sua missione, di loro stessi. Certamente però quel distacco ha significato per loro e per noi comprendere che Gesù, e ogni persona, è Mistero che si manifesta gradualmente nel quotidiano quale realizzazione del suo progetto d’amore per l’uomo che accoglie nella fede, per il mondo.

Queste letture, sono tutte contrassegnate dallo stupore, da una meraviglia che è aperta a lasciarsi rivelare la novità di Dio, custodendola nel silenzio, con pazienza e amore perché germogli in noi una vita nuova e la vocazione cui Dio ci chiama. Per Maria in fondo quel distacco è stato preludio del grande distacco sotto la croce, che ha significato per lei una Nuova Maternità.

E io, sono capace di stupirmi con apertura di cuore al nuovo che Dio può compiere in me e negli altri o etichetto ogni realtà in modo ineluttabile?

La Santa Famiglia ci aiuti a custodire la Parola e le persone con amore, a non volerle imprigionare nella rete dei nostri preconcetti e delle nostre granitiche certezze, ma accogliamole come dono-mistero di Dio Padre Buono.

Dal Salmo 83

L’anima mia anela e desidera gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente.

Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi.
Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore.

Sr Maria Grazia Neglia

quotidianoconamore@gmail.com

Beata e benedetta

dicembre 20th, 2012

IV Domenica di Avvento Anno C                                          23 dicembre 2012

 “Beata colei che ha creduto nell’adempimento
di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45).

La quarta domenica di avvento apre le porte all’imminente Natale ed anche la liturgia fa entrare più profondamente nella comprensione del mistero celebrato.
Il percorso delle precedenti domeniche si è caratterizzato per alcuni atteggiamenti spirituali che hanno guidato la meditazione della Parola: attesa, vigilanza, gioia.

Questa domenica la liturgia della Parola fa meditare sulla virtù dell’umiltà, esplicitata in modo coerente nelle tre letture.

Così il profeta Michea (prima lettura) si rivolge alla città del Re Davide, esaltandone la piccolezza e contrapponendola alla maestà del dominatore d’Israele, il Messia, che nato da umili origini “si leverà e pascerà con la forza del Signore suo Dio” (Mic 5,3).

Ed è su questa piccolezza che insiste, se pure con una differente lettura, il testo della lettera agli Ebrei (seconda lettura) quando afferma scandalosamente “Tu non hai voluto né sacrificio nè offerta, un corpo invece mi hai preparato” (Eb 10,5), dove per corpo si intende non la carne con la pesantezza del peccato, ma proprio corpo fisico (soma) con tutte le implicazioni del termine, ad indicare come il Figlio di Dio ha assunto la natura umana realizzando l’offerta esistenziale della propria vita con un nuovo sacrificio e una volta per sempre.
Percorso analogo quello di Maria, totalmente affidata a Dio, riconosce il prodigio che Dio opera in lei, e questo non grazie alle sue doti o ad altre prerogative particolari della sua personalità, ma perché lei è l’umile serva del Signore, colei che ha creduto alla Parola al punto che quella parola è diventata Vita nel suo grembo.

Lo sa bene Elisabetta che percepisce il sussulto del figlio – il Precursore – nel proprio grembo al suono della voce di Maria (Vangelo); è un dolce movimento interiore suscitato dalla potente azione dello Spirito, una comprensione spirituale del mistero che avvolge le due donne e che fa esclamare a gran voce Elisabetta: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1,42).
L’incontro fra queste due donne avviene sul piano della solidarietà, della condivisione e soprattutto della fede; un messaggio di straordinaria attualità in un tempo, come il nostro, in cui si fa fatica a credere e ad affidarsi a Dio con umile semplicità e disponibilità interiore.

Come ha fatto Maria, la Madre di Dio, che non desidera la propria autorealizzazione, non pone limiti all’azione dello Spirito, ma cerca e trova in Dio il senso unico della sua vocazione e missione.
Maria, donna dell’attesa fedele, ci precede e ci accompagna in questo cammino d’avvento, ci tiene per mano e ci conduce all’incontro con il Salvatore, nella luce avvolgente del Mistero della sua nascita.
Procediamo con fede verso il tempo liturgico del Natale e accogliamo il Verbo della Vita, per gioire, come Maria, all’annuncio della salvezza!

 Il vuoto, la solitudine interiore, la pace,
senza i quali non possiamo essere pieni di Dio,
furono da lui dati  a Maria affinché ella potesse
accoglierlo nel mondo, offrendogli l’ospitalità di un essere
perfettamente puro, immerso in un profondo silenzio,
assolutamente tranquillo e in pace, raccolto in completa umiltà.
Se mai riusciamo a svuotarci del rumore del mondo
e delle nostre passioni,
ciò avviene perché ella ci è venuta vicino
e ci ha fatti partecipare alla sua santità (Thomas Merton).

   sr. Maria Carmela Tornatore
Suora del Getsemani 
  srcarmela.get@tiscali.it

Sei la gioia di Dio

dicembre 12th, 2012

III Domenica di Avvento T.O.C                                                      16 dicembre 2012

“Rallegratevi sempre nel Signore:
ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino” (Fil 4,4).

 Dopo l’invito pressante alla conversione delle scorse domeniche, la liturgia di questa terza domenica d’Avvento propone una pausa di riflessione con l’esortazione a gioire nello spirito per la prossima venuta del Signore: gaudete è la parola chiave per interpretare la Parola e manifestare nei segni liturgici l’atteggiamento fiduciale nell’incarnazione del Cristo.

Un tema su cui insiste il profeta Sofonia (prima lettura), rivolgendosi alla città di Gerusalemme e alla sua popolazione: “Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!” (Sof 3,14). Gerusalemme, personificazione di Israele, può realmente gioire perché la sua sofferenza, di popolo in ricerca di pace, ormai è superata; è finalmente arrivata la salvezza per opera di Dio, il Signore, Re d’Israele: “Il Signore in mezzo a te è un Salvatore potente” (v. 17a).
Commuove l’immedesimazione di questo Dio che condivide la gioia del suo popolo e consolante incoraggia Sion: “Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore” (v. 17b).
Si allinea perfettamente il cantico di Isaia proposto come salmo responsoriale (Is 12, 2-6): un inno alla gioia, alla fiducia, al ringraziamento e all’esultanza, tanto da far proclamare con forza “canta ed esulta perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele”.

Nel brano della lettera ai Filippesi (seconda lettura) predomina il tema della gioia e l’invito a non cedere alla tentazione della sfiducia, ma a resistere con la preghiera insistente e con l’affidamento al Signore in tutto; in questo modo la pace, dono dello Spirito, custodirà i cuori e le menti in Cristo Gesù.

Come sempre, il richiamo della Parola è la testimonianza, visibile e credibile, in ciò che ciascuno è chiamato a vivere; è, anche, la risposta offerta dal Battista nel vangelo di Luca (Lc 3,10-18) ad alcune categorie di persone che si pongono la domanda fondamentale per una radicale e sincera conversione: “Che cosa dobbiamo fare?”.
Giovanni Battista non inventa soluzioni nuove né pretende di appropriarsi di un ruolo che non gli appartiene, perché non è lui il Messia atteso; lo indica, invece, in Colui che battezzerà con il fuoco dello Spirito e giudicherà con giustizia.
Egli non vuole essere frainteso, per questo con straordinaria umiltà dirige l’attenzione dei suoi ascoltatori verso Gesù, nei confronti del quale si sente piccolo e indegno di slegare i lacci dei sandali.

Ed allora come accogliere il Messia imitando il Battista e prepararci al prossimo Natale, senza eccedere in comportamenti che scadono nel protagonismo?
Le risposte del Battista ai suoi interlocutori conducono ad un’unica linea: impegnarsi nel trasformare la propria vita interiormente, attraverso la logica della misericordia, che è un precetto dal valore universale e valido sempre per tutti.
In questa prospettiva, la predicazione di Giovanni Battista, è un annuncio di salvezza che apre alla gioia; è un annuncio profetico destinato ad ogni persona disponibile alla conversione; è un annuncio di speranza rivolto, in modo particolare, ai più poveri, i veri feriti della vita, i veri poveri di gioia.

Il povero è povero per necessità,
tuttavia è povero e, come tale,
ha il diritto di essere più vicino a Gesù
e Gesù stesso lo vuole rappresentante sulla terra.
Se io fossi stato a Betlemme la notte di Natale
e avessi saputo che era nato fra noi il Messia,
cosa non avrei fatto per diminuire la sua povertà…
Gesù non pretende che io lo possa soccorrere nel luogo
della sua nascita,
so però che desidera che lo soccorra nei suoi poveri (Servo di Dio G.B. Manzella).

 sr. Maria Carmela Tornatore
Suora del Getsemani 
srcarmela.get@tiscali.it

Maria: nostra storia vivente

dicembre 5th, 2012

II Domenica di Avvento C                                                          9 dicembre 2012

 “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6).

Il tema di questa seconda domenica di avvento è la conversione e il conseguente impegno a preparare la via del Signore.
Un annuncio che si presenta con forza due secoli prima della venuta di Cristo (prima lettura) e che il profeta Baruc richiama con accenti di esultanza per la fine della schiavitù, il ritorno dall’esilio, la gioia e la pace ritrovate dopo un lungo tempo di afflizione e d’umiliazione. Il brano trova corrispondenza con le immagini descritte dal profeta Isaia (cfr. Is 40,3-4) e presenti nel vangelo odierno, in cui viene esaltata la potente azione di Dio per il suo popolo in quel appianare le montagne e riempire le valli in modo da consentire ad Israele di camminare sicuro sotto la gloria di Dio (Bar 5, 6-7).

Il profeta evidenzia, in modo particolare, la costante vicinanza di Dio che non abbandona il suo popolo, nemmeno quando se ne allontana frantumando il patto di alleanza. Dio accoglie il popolo dal suo esilio e lo ristabilisce in una comunione ancora più salda rispetto al passato, perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria con la misericordia e la giustizia che vengono da Lui (v. 9).

Le parole del profeta riecheggiano nel salmo 125 (salmo responsoriale): il salmista canta il ritorno dall’esilio e i prodigi che il Signore compie per chi ha vissuto un’esperienza drammatica e dolorosa di peccato; la misericordia di Dio suscita nell’animo del fedele pentito una profonda e traboccante gioia, tale da far dimenticare le sofferenze e l’umiliazione, infatti chi semina con le lacrime mieterà con gioia.

Il Vangelo di Luca è un pressante invito alla conversione attraverso la figura carismatica di Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti.

Dopo una precisa contestualizzazione storica, l’evangelista fa entrare in scena il Battista come una voce di uno che grida nel deserto, in perfetta risonanza con il profeta Isaia.
A differenza dei profeti veterotestamentari, egli annuncia la salvezza per tutta l’umanità, non solo per Israele.

Uno straordinario capovolgimento ed un’apertura sconvolgente che insinua già la venuta del Figlio di Dio e la sua incarnazione redentiva, per ogni uomo che vedrà la salvezza di Dio. Giovanni Battista è veramente il profeta che riunisce in sé antico e nuovo, il precursore del Messia, colui che prepara i cuori alla conversione, li dispone ad accogliere la Parola incarnata, il Verbo, che fa irruzione nella storia umana.
Come accogliere il Signore che viene? San Paolo suggerisce le coordinate per una conversione sincera e proficua (seconda lettura): prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e pieno discernimento (Fil 1,9).

Un amore profondo a Cristo e ai fratelli nella sapienza spirituale e nel discernimento retto del comportamento morale, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo (v.10).

In definitiva, non possiamo prepararci ad incontrare il Signore che viene, se non si colmano le valli del vuoto interiore, della fede superficiale e scontata; se non si ridimensionano le parti “alte” di un io egocentrico e individualista; se non si ricompongono le distorsioni aberranti di certi comportamenti a danno del prossimo; se non si attua con coerenza la carità nelle opere e nell’attenzione ai fratelli più poveri e bisognosi.

Chiediamo, allora, in questo tempo di avvento, così come indica la colletta dell’anno C, che siano raddrizzati i nostri cuori per celebrare con fede ardente la venuta del nostro salvatore Gesù Cristo. 

La Madre lo ha portato nel seno,
noi portiamolo nel cuore.
La Vergine era gravida del Cristo fatto carne,
i nostri cuori lo siano della fede in Cristo.
La Vergine ha partorito il Salvatore,
noi partoriamo la lode.
Non siamo sterili, siamo fecondi di Dio  (Sant’Agostino di Ippona).

                                                                                                 sr. Maria Carmela Tornatore
                                                                                                 Suora del Getsemani
                                                                                                 srcarmela.get@tiscali.it