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Paziente fiducia

febbraio 27th, 2013

III Domenica di Quaresima – C                                                     03 marzo 2013 

Es 3,1-8.13-15            1Cor 10,1-6.10-12                 Lc 13,1-9

In questa 3^ Domenica di quaresima la Liturgia della Parola ci invita a cogliere un tema particolarmente importante per la nostra vita di fede e che è sempre stato al centro dell’annuncio di Cristo: la conversione.

Dio non si stanca di gettare ponti di riconciliazione verso di noi, suo Popolo, e continuamente ci invita a ritornare a Lui.

La prima lettura, tratta dall’Esodo, affronta questo tema a partire dalla chiamata di Mosè ad essere messaggero di Dio che è Dio Fedele e continua ad essere presente in mezzo al suo Popolo che aveva messo da parte il Sogno e l’Alleanza di Dio con Abramo e si era stabilito in Egitto dimenticando la terra promessa e il Dio dell’Alleanza.

 Ma Dio è Colui che continua a farsi presente nel nostro oggi, proprio quando siamo nella sofferenza. Egli è Colui che vede, ascolta e conosce ogni nostra prigionia e chiama a libertà, a ritornare a Lui e alla Terra della Promessa fatta ad Abramo e ai suoi discendenti.

Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, S. Paolo, invita i Cristiani e noi che ascoltiamo a non pensare che l’essere stati battezzati e la vita sacramentale siano garanzia di salvezza se non collaboriamo con la grazia attraverso una vita morale fondata nella sequela di Cristo, nelle scelte concrete di tutti i giorni.

Nel Vangelo, per ben tre volte, attraverso due episodi di cronaca nera e poi con una parabola, Gesù invita alla conversione, che è capacità di cogliere i tanti appelli di Dio Padre per rispondervi e ritornare a Lui . Segno tangibile di tale conversione è portare frutto di pace, di serenità, di fraternità.

I primi due episodi riportati dal Vangelo di Luca che avevano colpito la gente, vengono interpretati da Gesù in modo inatteso. Egli non appoggia le credenze del tempo (che permangono tuttora sotto varie vesti) che vedevano in queste morti violente o inattese una punizione di Dio per il peccato di quanti erano incorsi in tale sorte.

Gesù si oppone a tale mentalità e invita a vedere in questi episodi un segno e una chiamata di Dio alla conversione a Lui rivolto a tutti, perché tutti siamo bisognosi di rimettere Dio al centro del nostro vivere quotidiano e delle nostre scelte. È un invito a vivere il momento presente come tempo di Grazia e come tale sempre portatore di un Incontro con il Dio che è il Dio di Abramo, di Isacco, è  il Dio del tuo presente.

Vuoi vivere e camminare con il tuo Dio nelle piccole come nelle grandi occasioni del tuo oggi o vuoi vivere una vita a cassetti, in cui, nella migliore delle ipotesi, la fede è uno dei cassetti cui attingere nei tempi dedicati alla preghiera,  senza che essa permei ogni attimo della tua esistenza?

San Luigi Gonzaga  ad un sacerdote che gli chiese: “Se dovessi morire ora (stava giocando) cosa faresti?” e lui gli rispose: “Continuerei a giocare!”.

La parabola del fico sterile viene a rinforzare l’invito alla conversione e allo stesso tempo ci fa cogliere la pazienza e la misericordia di Dio che continua a prendersi cura della pianta della nostra vita, anche quando potrebbe apparire senza frutti.

Per comprendere cosa si intenda per portar frutto basti ricordare che la pianta di fico era legata alla Torah e alla Parola di Dio e quindi i frutti non sono altro che figura delle opere compiute in adesione alla Volontà di Dio per noi. Più volte in questo tempo di preparazione alla Pasqua ci è stato proposto questo tema attraverso il profeta Isaia, che invita, a nome di Dio, a compiere opere di giustizia e di solidarietà verso chi e più debole e povero, anziché compiere atti di culto che non modifichino minimamente comportamenti ingiusti, violenti ed egoisti.

Possiamo ampliare ulteriormente lo sguardo grazie al vangelo di Giovanni 15, 1-1, in cui siamo invitati a rimanere innestati in Cristo, nostra Vite, cioè a vivere della sua stessa Vita e secondo il comandamento dell’amore, altrimenti non vi è alcuna possibilità di portare frutto.

L’anno in più concesso indica la sovrabbondanza della misericordia di Dio, il tre indica la completezza e quindi l’ulteriore tempo elargito dal padrone non è che il segno di una pazienza instancabile del Padre, nel prendersi cura di ogni suo figlio. In questo tempo in più possiamo cogliere in filigrana la stessa venuta di Cristo, che nella sinagoga di Cafarnao dice di essere venuto per proclamare l’anno di Grazia del Signore. Per accogliere questo tempo Grazia è necessario allenarci  a cogliere nell’attimo presente i piccoli grandi segni del Dio che viene sempre per invitarci a vivere ogni istante della vita, anche il più insignificante, con amore. E’ quanto diceva santa Teresa di Gesù Bambino circa il valore grande che aveva anche raccogliere solo uno spillo per amore di Dio o la ben nota regola di Madre Teresa delle cinque dita: “Io faccio tutto per Gesù!”. “”Vivere in modo straordinario le cose più insignificanti (Don Luigi Caburlotto)

Quindi la conversione prima che un invito morale a cambiare il nostro modo di vivere, è un appello a non vivere più centrati su noi stessi ma ad accorgerci del Dio che viene per noi e vuole essere parte della nostra vita. Il disporci “con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze” ad accoglierLo; il ritornare a Lui sempre e rimanere in Lui sarà allora il vero concime buono per portare frutti di amore e di giustizia ovunque la Provvidenza ci ha posti perché fossimo seme del Regno. E se il Padrone è misericordia e pazienza infinita certamente un frutto che dobbiamo allenarci a portare è proprio quello di somigliare in questo al nostro Padre che è nei cieli nelle relazioni con i fratelli che Lui ci pone accanto.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Egli ti circonda di bontà e misericordia.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore. (dal Salmo di questa Domenica) 

“Mio Signore, cercare Te e la tua gloria specialmente nell’opaca oscurità delle cose che mi sembrano insignificanti”. (Ven.le Don Luigi Caburlotto)

                                                                                Sr Mariagrazia Neglia
                                                                                Suore di san Giuseppe del Caburlotto

L’unica via di salvezza

febbraio 20th, 2013

II domenica di Quaresima – C                                                                24 febbraio 2013

Gen 15,5-12.17-18             Fil 3,17-4,1               Lc 9,28-36

Nella seconda domenica del cammino quaresimale, siamo invitati ad elevare lo  sguardo  verso la meta finale.   

La prima lettura tratta dalla Genesi descrive la manifestazione di Dio ad Abramo in cui avviene il patto di Alleanza di Dio con il Patriarca e con il popolo che da lui avrà origine. C’è la promessa di una discendenza e della terra. Abramo si fida totalmente di Dio questa fede lo rende giusto davanti al suo Dio. A sancire l’alleanza, un sacrificio in cui il vero fautore è Dio, che si manifesta come fuoco e luce che illuminano la notte e consumano l’offerta e Abramo è preso da grande oscurità e da terrore e come un torpore cade su di lui, questo testimonia che il protagonista unico dell’Alleanza, è Dio.

Nella prima lettura incontriamo l’Alleanza, la manifestazione luminosa e gloriosa di Dio e l’adesione di fede del Patriarca alle parole del patto, questi elementi li incontriamo anche  nel Vangelo di questa domenica.

La seconda lettura ci indica la via unica della Salvezza: la Pasqua di Cristo. È nel credere e farsi seguaci della croce di Cristo e non nelle opere della legge o nel lasciarsi governare dagli istinti  che è contenuto il segreto della via della Salvezza. Per usare le parole del Vangelo: solo chi prende la sua croce e segue il Cristo crocifisso giungerà alla pienezza della vita trasfigurata in Cristo Risorto. Ascoltare e seguire la via del Cristo Crocifisso e Glorioso vedremo che sarà anche il messaggio centrale del Vangelo.

Della pericope evangelica è importante tener presente il contesto evangelico in cui è inserita in Luca e negli altri sinottici.

Avviene, si dice nei testi, otto giorni dopo – in Luca (sei giorni dopo – in Marco e Matteo) – che Gesù ha parlato per la prima volta della sua passione, morte e resurrezione ed essersi reso conto che anche i suoi discepoli non riuscivano a comprendere e ad accogliere l’idea che lui non fosse un Messia glorioso e vittorioso, come ogni Ebreo lo attendeva.  L’idea del Messia come Servo sofferente, presentato da Isaia, non aveva fatto molta presa sul popolo ebreo e neanche sugli apostoli, come fa comprendere la reazione di Pietro dopo il primo annuncio della Passione.

In questo contesto e probabilmente durante la festa delle capanne, Gesù sale il monte, con tutto il carico di simbolismo che per la religione ebraica ha il monte, in quanto luogo della manifestazione di Dio e anche della consegna della Torah. San Luca ci dice che sul monte, Gesù, cerca il dialogo con il Padre, ma con sé porta anche tre dei suoi discepoli, gli stessi che in seguito lo accompagneranno su di un altro monte, quello della preghiera nell’orto degli ulivi. Da notare che in entrambi i casi per Gesù si tratta di rinsaldare e ricomprendere in profondità la sua vocazione e la sua missione secondo il Disegno del Padre suo. Di qui l’indispensabile bisogno della preghiera in quanto tempo privilegiato di discernimento e di sostegno alla vita. Ma di questo hanno bisogno anche i discepoli – e ne abbiamo anche noi –  per poter poi camminare sulle orme del Maestro che va verso Gerusalemme per essere il Messia – Servo sofferente.

Far memoria della festa delle capanne aiuta a spiegare un particolare del  brano, quando appunto Pietro si offre per fare tre tende per Gesù e i suoi due interlocutori, e inquadra questa teofania di Cristo in uno dei significati che questa festività aveva per gli Ebrei, oltre a far memoria del tempo dell’esodo nel deserto sotto le tende. Questa festa aveva anche un significato escatologico: era il tempo in cui avrebbe avuto inizio il tempo messianico, che era il cuore delle attese del Popolo di Dio.

In questo momento privilegiato, mentre Gesù era in preghiera, il suo volto e le sue vesti cambiarono d’aspetto e il corpo del Maestro divenne splendido come la luce, e in questo splendore dialogava con Mosè ed Elia – presente solo in San Luca – della sorte che lo attendeva a Gerusalemme.

Per i Discepoli e per noi che ascoltiamo questa Parola: Gesù è l’unica e definitiva Parola del Padre per ogni uomo che voglia accoglierla. E questa Parola ha il suo pieno compimento proprio nella passione, morte e risurrezione.

Il Padre, rivela, ancora una volta, che Gesù è il Figlio da Lui Amato, ma rispetto alla manifestazione durante il Battesimo nel fiume Giordano, invita anche ad ascoltarlo. E nella Bibbia il verbo ascoltare significa obbedire a Lui, seguirLo, perché Egli è il Messia atteso, la vera Torah.

Ciò è essenziale anche per noi: credere che la Parola di Dio ci guida nella quotidianità, e quando non  la comprendiamo fino in fondo, è importante custodirla e conservarla nel silenzio come faceva Maria. Questo ci insegna come obbedire come fidarci della volontà del Padre in ogni situazione, anche in eventi che sono segnati dalla croce. La Luce della Sua Parola ci aiuti a prendere con Lui la nostra croce e a seguirlo con confidenza filiale!

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
«Cercate il mio volto!».
Il tuo volto, Signore, io cerco.
Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore
e spera nel Signore
(dal Sal 26)

La Parola di Dio è conforto nella sofferenza, sostegno nelle difficoltà. (Ven.le Don Luigi Caburlotto)

                                                                                     Sr Mariagrazia Neglia 
                                                                     Suore Figlie di San Giuseppe del Caburlotto

Con Gesù nel deserto

febbraio 13th, 2013

 

I Domenica di Quaresima – C                                                        17 febbraio 2013

Dt 26,4-10                Rm 10,8-13               Lc 4,1-13

 Nella prima domenica di Quaresima, ogni anno, siamo invitati a confrontarci con il vangelo delle tentazioni che ci guida a vivere questo tempo come un cammino di fede, soprattutto in quest’anno dedicato all’approfondimento di essa. Questo è certamente per ciascuno una forza che aiuta a dar ragione della nostra fede in ogni momento, in ogni situazione.
La liturgia ci invita ad ascoltare la pericope delle tentazioni di Gesù di san Luca.
Questo evangelista in tutto il suo Vangelo è fedele nel sottolineare alcuni aspetti delle attitudini di Cristo: la preghiera e il singolare rapporto del Figlio con il Padre; l’agire del Figlio guidato dallo Spirito Santo e la meta verso cui tende il cammino di Gesù: Gerusalemme. Tutto questo compare in questo brano evangelico, quasi a farci intendere che qui è contenuto già in germe tutto il cammino di Gesù verso la sua Pasqua, che porterà a compimento fuori dalle mura della città santa. Le ultima parole del Vangelo ci rinviano proprio a quel momento perché lì il Diavolo si presenterà nuovamente, fino a giungere sotto la croce. dove ancora sentiremo ripetere come sfida e scherno: “Se tu sei il Figlio di Dio…”.
Ma prima di accostarci al vangelo cerchiamo di cogliere quello che può essere il filo conduttore della Parola di Dio di questa I Domenica di Quaresima. La nota caratterizzante è il tenere fisso lo sguardo verso l’Unico Dio in cui c’è Salvezza e a Lui solo consegnare il cuore. La pericope evangelica ci porterà a comprendere qual è il volto vero del Dio in cui riporre la nostra fiducia e l’intera vita e quale deve essere l’identità di colui che si pone alla sequela di questo Dio fattosi Carne per la nostra Salvezza.

Nel Deuteronomio c’è un invito a far memoria della gratuità dell’intervento di Dio nella vita di Abramo prima e poi di in quella di tutto il popolo durante l’esodo. È un intervento che nasce dall’ascolto della sofferenza del popolo e vuole liberare, salvare e condurre verso una terra che è puro dono e non conquista. E questo far memoria deve condurre a riconoscerlo come unico Signore, cui prostrarsi per adorare e ringraziare (le offerte delle primizie sono risposta di gratitudine alla gratuità della salvezza e della terra donate).

 Nella Lettera ai Romani per ben tre volte ci viene detto che la Salvezza viene da Colui che ha vinto la morte perché si e consegnato fiduciosamente nelle mani del Padre. Non i nostri meriti, né alcun altra realtà a cui spesso diamo fiducia conducono alla Vita vera, ma il credere con il cuore – ossia consegnare tutta la nostra vita e le nostre scelte  – al Signore che è la fonte unica della Salvezza. E questa Salvezza è vicina, perché è Dono gratuito di Dio che ha mandato il suo Figlio per farsi prossimo ad ogni uomo “fino alla fine”, mediante la piena obbedienza al disegno del Padre.

Nel Vangelo secondo Luca è significativo che san Luca ci dica che fu lo Spirito a condurre Gesù nel deserto per trascorrere un tempo di preghiera in cui fu sottoposto ad ogni genere di tentazione. Ciò dice come la prova sia necessaria per purificare e rafforzare la nostra volonta´ e la nostra relazione di fede/fiducia in Dio, per scoprire il  vero volto di Dio e qual è la volontà di Dio per noi.

La preghiera di Gesù ci aiuta a comprendere che per Gesù essa è intima relazione con il Padre e forti del suo insegnamento: “io vi ho dato l`esempio…” scopriamo la preghiera come una relazione filiale con Dio Padre, come unico mezzo per compiere le scelte fondanti della nostra vita umana e cristiana.
Tre sono le tentazioni di Gesù nel deserto e i numeri nella Sacra scrittura non sono mai a caso. Il tre in particolare indica la completezza e quindi è come dire che queste tentazioni descritte “visivamente” da san Luca, sono paradigma di ogni genere di prova che la persona che vuole camminare col Dio dell’Alleanza incontra.
Mi soffermerò più sulla prima e sull’ultima perché aperte da uno stesso dubbio che il Diavolo (=Dia – Ballo, ossia Divisore) tende ad instillare in Colui che proprio dopo il battesimo si è sentito dire “Tu sei il mio Figlio amato in te mi sono compiaciuto” . Egli dice Se tu sei il Figlio di Dio…: il divisore e il mentitore fin dagli inizi non si smentisce e il suo compito da Adamo a Cristo e per i secoli è quello di suscitare il dubbio sulla Bontà di Dio e sulla sua volontà buona per ogni suo figlio. L´obiettivo della tentazione è di suscitare la sfiducia in Dio e rompere la comunione con Lui. Per far questo usa ogni realtà, anche quelle che appaiono più buone.

Nella prima tentazione è il bisogno del corpo che viene assunto dal diavolo per minare la fiducia del Figlio. “Trasforma le pietre in pane!”. “Se sei il figlio del Dio che mandò la manna dal cielo puoi farlo!” Ma sarebbe come dire usa Dio per il tuo tornaconto.
Il Figlio ci indica la via per uscire da questa tentazione: “Non di solo pane vive l’uomo”, cioè non ti dimenticare che la tua vita, come quella di ogni altra realtà creata, prima di tutto viene da Dio ed è a Lui legata. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.”(Mt 6, 33). Inoltre se accostiamo la risposta di Gesù ad alcune realtà della vita umana, comprendiamo quanto sia vera in rapporto alle relazioni. Non è forse un caso che il mangiare sia un´ attitudine più di ogni altra legata alle relazioni interpersonali e quanto più queste sono positive quanto più anche il cibo diventa occasione di comunione, come è vero il contrario. Come è anche vero che a volte anche chi ha tutto dal punto di vista materiale, può non essere ugualmente felice e fatica a trovare un senso alla sua vita. Gesù ci invita a cercare il Senso della nostra vita in Dio e nella sua volontà e questo ci permetterà di non assolutizzare i nostri bisogni rendendoli idoli a cui sacrificare la nostra e l’altrui esistenza.
Nell’ultima tentazione è la stessa Sacra Scrittura ad essere asservita dal divisore per provare la fiducia di Gesù nel Padre. Quest’ultima invita il Figlio a mettere alla prova il Padre. Se sei il Figlio di Dio buttati giù “perché sta scritto” che Dio ti salverà. Ma Gesù afferma di non aver bisogno di prove dell’amore del Padre. Ciò che colpisce è che fin ora Gesù ha mostrato come l’arma migliore contro il divisore sia la Parola della Sacra Scrittura, e in questa tentazione che riguarda in modo particolare la fede in Dio, il Diavolo dimostra di conoscere bene la Scrittura e di piegarla ai suoi scopi, tra l’altro usando un salmo che afferma la fiducia in Dio del salmista contro gli assalti dei nemici, esattamente per tentare Gesù nella fiducia nel Padre e mettere alla prova la verità di quanto affermato dal salmista. Questo sembra per noi un invito a far luce sul nostro modo di usare la Scrittura e Dio stesso. La Parola per me è la spada dello Spirito che ferisce e risana e mette in luce quanto in me non è ancora orientato alla volontà del Padre oppure piego la Parola e la volontà di Dio alla mia?

La seconda tentazione, ci fa comprendere come il Diavolo si consideri padrone del mondo e delle persone e allo stesso tempo il Dio che il Figlio vuole additarci, con il suo vincere la tentazione, è un Dio che non ha bisogno di essere potente alla maniera umana. In più parti dei Vangeli possiamo cogliere in Gesù la consapevolezza che “tutto gli è stato dato nelle sue mani dal Padre” (cfr. Lc 10:22, Gv 17,2, Gv 13,3, Gv 6,39, Gv 3,35, Mt 28,18, Mt 11,27), ma per Lui ciò significa donarsi e farsi servo del Regno del Padre suo. Il volto di Dio che ha in mente il divisore e che propone al Figlio è invece il volto di un onnipotenza che schiaccia  e si impadronisce della vita altrui: è il volto stesso del demonio. Ma in fondo è questa l’idea di Messia che attendevano gli ebrei e anche gli stessi apostoli. Basti pensare alla reazione di Pietro dopo il primo discorso di Gesù sulla sua passione e morte, tanto che si sentirà dire da Gesù “Satana, vai dietro a me”.
Ma non è forse questa anche la tentazione, che ci rende difficile accettare un Dio che è potente nell’amore e nella misericordia e per questo non schiaccia le sue creature, neanche quando la libertà che ha loro donata viene usata per compiere il male e per ribellarsi a Lui?
Il Dio che oggi il Figlio ci invita ad adorare è un Padre, così potente nell’amore che ha voluto lasciare libera la sua creatura, perché solo l’amore la conducesse a ritornare a Lui, Creatore di ogni vita.
Questa tentazione ci deve mettere in guardia verso i nostri comportamenti e parole che in modo più o meno chiaro mirano ad impossessarsi dell’altro e a servirsene anziché farsene servi. Se perdiamo il contatto con il Volto del Dio di Gesù Cristo, finiamo per seguire il tentatore, colui che si impossessa della vita per servirsene e più o meno coscientemente finiamo per tradire la nostra vocazione ad amare come Cristo ci ha amati: servendo e dando la vita per la salvezza di ogni uomo.

 Dal Sal 90
Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.
Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.

Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido».

 Sr Mariagrazia Neglia
 Suore Figlie di San Giuseppe del Caburlotto

“Stupore …”

febbraio 6th, 2013

V domenica T.O. / C                                                                   10 febbraio 2012     

La liturgia – dopo questa domenica – sospende il cammino del Tempo Ordinario per preparare la Pasqua: l’evento della pesca nel lago è una finestra aperta verso questo mistero.

Pietro, alla richiesta di quel falegname predicatore che non sapeva nulla di cose di mare, e certo che neppure un pesce avrebbe abboccato, con ironia getta le reti in mare. Invece, sempre increduli, i pescatori tirano a riva una rete strapiena… Uno stupore immane: per la pesca, e per quell’Uomo.

Prega un autore sconosciuto: “Fa, o Signore, che non perda mai il senso del sorprendente. Concedimi il dono dello stupore! Donami occhi rispettosi del tuo creato, occhi attenti, occhi riconoscenti. Concedimi il dono dello stupore! Signore, insegnami a fermarmi: l’anima vive di pause; insegnami a tacere; solo nel silenzio si può capire ciò che è stato concepito nel silenzio. Ovunque hai scritto lettere: che io sappia leggere la tua firma. Ovunque hai lasciato le tue impronte: fa che io sappia vederle…”. La scoperta di un’impronta di Dio suscita in tutti meraviglia e stupore.

Ma nulla aveva destato mai tanto stupore in quei pescatori di Galilea come l’incontro con quell’Uomo. Si compiva in essi una trasformazione interiore, una misteriosa apertura di cuore verso di lui. Mentre rivedevano con occhi nuovi quanto avevano visto prima, cresceva l’esperienza di una relazione nuova, non con un’idea o una figura, ma con una Persona che li sfidava a scoprire se stessi, a chiedersi se sarebbero capaci di rispondere e pronti a cambiare. Erano coscienti che non è sufficiente sentirsi appagati, se quel Maestro, appena conosciuto, pur rivolgendosi a Pietro, diceva a tutti loro: “Non temere: d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. “Sarai”: era un futuro che richiedeva adesione e fiducia per il presente e per il futuro. Nel profondo del loro essere erano spinti ad accogliere, a sottomettersi liberamente e con gioia alla Parola autorevole ed esigente che avevano appena ascoltato; percepivano in profondità che potevano fidarsi. E si affidarono: lasciarono le reti e seguirono il nuovo Maestro. Forse continuavano a stupirsi per la forza di quella Parola che aveva cambiato le prospettive del loro futuro; forse si meravigliavano della loro decisione sorprendente ed imprevista di abbandonare le reti, il lavoro, la famiglia, gli amici. E il loro stupore cresceva al comprendere di aver scoperto che seguire il Maestro era la vera via per la loro vita.

Anche Maria aveva accolto, con stupore, le parole dell’angelo e aveva realizzato in stile perfetto l’obbedienza della fede. Elisabetta aveva manifestato il suo stupore e la sua meraviglia quando incontrò la giovane cugina e Maria colma di Spirito Santo aveva cantato il suo stupore nel Magnificat. Anche la nostra vita è colma di stupore per i prodigi di grazia che il Maestro ha compiuto e compie, perché ci ama.

Anno della fede, prossimità della Pasqua: tempo per comunicare lo stupore e la gratitudine per quanto ricevuto dall’amore di Dio e dare un colpo d’ala alla generosità per mettere in gioco senza calcoli con il Maestro la propria esistenza e farsi  carico

  • delle sofferenze dell’umanità. In prima linea a favore dei poveri più vicini e delle povertà di chi non conosce o non crede più in Cristo, o non trova più senso alla vita;
  • della crisi delle famiglie;
  • della crisi economica, della mancanza di lavoro che angoscia tante persone;
  • di chi è solo, degli anziani, degli ammalati, dei carcerati;
  • dei fratelli e sorelle che muoiono martiri per Cristo, dell’aggressività contro la Chiesa e il Papa;
  • testimoniare uno stupore che diventa operativo e annuncio di speranza nel servizio di ogni giorno.   

sr Rosaria Aimo,fsp
fsprosaria@tiscali.it