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Sorgi, e rivestiti di Luce

marzo 27th, 2013

31 marzo  –  Santa Messa del giorno di Pasqua

At 10,34.37- 43   –   Col 3,1-4 oppure 1Cor 5,6-8  –  Gv 20,1-9

 “Noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute … Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti…”

Nella prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, abbiamo testimonianza di quale sia il cuore dell’annuncio Cristiano (Kerigma) e il cuore dei Vangeli: è l’annuncio storico di un evento straordinario, la passione, la morte e la Resurrezione del Figlio di Dio fatto uomo.

Colpisce come le azioni di morte siano chiaramente opera dell’uomo, cui il Padre ha consegnato il Figlio, mentre le azioni di Vita sono in mano a Dio.
Due sono le opere attribuite al Padre: la resurrezione del Figlio e la volontà che Egli si manifestasse risorto solo a testimoni prescelti: a coloro che avevano condiviso il quotidiano della vita del Nazareno durante la sua missione di evangelizzazione.
A questi testimoni il Risorto comanda di andare ad annunciare quanto hanno visto e condiviso con Lui.

Ciò ci fa capire come Dio abbia voluto aver bisogno della testimonianza dell’umanità fragile e ferita dei discepoli del Figlio. La Resurrezione è meraviglia di Vita, affidata alla vita e alla testimonianza della Chiesa, così com’è.
Se Cristo ha potuto dire a Tommaso “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” è perché i testimoni prescelti da Dio non hanno ricusato di annunciare a noi, tramite la benedetta catena dei Testimoni di Cristo, che il Figlio di Dio si è fatto uomo, ha patito, è stato crocifisso ed è risuscitato da morte per la nostra Salvezza.

Sia la prima lettera ai Corinzi che quella rivolta ai Colossesi, sottolineano la realtà nuova della Pasqua che si compie nella vita dei Battezzati in Cristo. C’è una morte di Cristo per la quale siamo passati per rinascere, alla Vita nuova in Lui e questo richiede la conversione sia delle opere (“azzimi di sincerità e verità” – 1Cor 5, 6-8) che del modo di guardare alla vita presente, non più come avente per fine la morte ma aperta alla speranza della pienezza della Vita inaugurata dalla Risurrezione di Cristo. È quanto diceva Benedetto XVI nella “Spes salvi” riguardo alla Speranza cristiana nella Vita eterna, che non si chiude all’oggi, ma lo rinvigorisce e permette di passare anche per il buio del dolore, del fallimento e della morte con una forza nuova, certi che la Luce ha vinto la notte e anche le nostre notti sono state caricate sulle spalle del buon Pastore per innalzarle alla Luce della Vita che vince la morte.

Il vangelo secondo Giovanni sottolinea alcuni particolari riguardanti il tempo per dirci qualcosa del mistero di Dio di cui ci vuole rendere partecipi.
Una prima sottolineatura riguarda il giorno in cui viene scoperto il sepolcro vuoto: è il primo giorno dopo il sabato; quindi  per i Cristiani, il vero giorno della Festa non è il sabato, il giorno del riposo di Dio, bensì il primo della settimana ebraica, quello in cui Dio iniziò la Creazione, ciò vuol dire, che la Resurrezione è una Nuova Creazione e in questo giorno nasce l’Uomo Nuovo.
Il Figlio, che ha sempre annunciato con la vita e con la parola che il sabato è fatto per l’uomo e per risanare quanto è ferito e più povero di vita, risorge ed inaugura un nuovo giorno di festa per i Cristiani.
In esso è possibile celebrare la Gioia della comunione con il Signore che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita, attraverso l’Eucaristia e mediante azioni che ricreano la vita e le relazioni tra le persone e vi seminano la Bontà e la Bellezza del Dio che ha compassione di tutti i suoi figli.

La seconda sottolineatura sul tempo la troviamo subito dopo: Maria Maddalena è la prima testimone del sepolcro vuoto, ma questa esperienza, si dice, la fa di mattina quando ancora era buio, per dire che lei, come i due discepoli più tardi, non erano ancora giunti alla luce della fede che li avrebbe portati poi a riconoscere nel segno del sepolcro vuoto, delle bende e del sudario piegati, la realtà della Resurrezione del Maestro. Per ora la testimonianza della Maddalena si ferma nel buio dell’assenza del Signore e non riesce ad andare oltre i segni visibili. Tuttavia va da Pietro e Giovanni per condividere quanto aveva visto.

A questo annuncio i due discepoli corrono insieme e questo ancora una volta ci dice che nella Chiesa si cerca il Signore e lo si segue insieme, con passi diversi e diversi doni, ma la fede ha bisogno per crescere anche della condivisione e della comunione; di trovare, cioè, sostegno nel fratello quando è ancora ‘buio’, per poter giungere insieme a scoprire i segni di una novità che è troppo superiore ad una fede che, anche in noi, non sa andare oltre il velo del quotidiano, il velo del “sepolcro vuoto”.
È importante anche l’osservazione che l’evangelista fa riguardo al discepolo amato: egli “vide e credette”. Ma a cosa credette? Alla Parola del Maestro e alla parola della Scrittura e in particolare del profeta Isaia, dove era preannunciata la Resurrezione. Alla luce di questa Parola, ora di fronte a Pietro e Giovanni stanno i segni di un corpo che non ha più bisogno del sudario e delle bende della morte, perché il Cristo è Risorto ed è il Vivente.

Questo per noi è una preziosa verità che ci aiuta a ritornare alla Parola del Vangelo e di tutta la Scrittura come chiave di lettura di tutti gli eventi anche del nostro quotidiano, che può sembrare buio e senza speranza. Proprio la luce della Pasqua deve aiutarci a sollevare lo sguardo verso il Crocifisso Risorto.

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

                                                          Sr Mariagrazia Neglia
                                             Suore di san Giuseppe del Caburlotto

Dalle palme alla Croce

marzo 20th, 2013

Domenica delle Palme / C                                                                       24 marzo 2013    

Lc 19,28-40 – Is 50,4-7 –   Sal 21 – Fil 2,6-11                Lc 22,14-23,56 

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro … ho reso il mio volto come pietra. (cf Is 50,5-7)
La prima lettura ci fa intendere il motivo per cui Gesù ha intrapreso il cammino che lo condurrà alla croce: Egli è Colui che è sempre rivolto al Padre per ascoltare la sua parola e compiere il suo volere.

Nel vangelo di Luca si legge che Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme, ben sapendo cosa lo attendeva.
L’avverbio “decisamente”, nell’originale greco, è espresso con una parola che richiama proprio questo passo di Isaia in cui si dice che il servo di Jahwe va verso la passione rendendo il suo volto come pietra.

Come Cristo sia andato verso il compimento della volontà del Padre, ce lo riferisce lo stesso Luca nel suo vangelo: nell’orto degli ulivi, la preghiera di Gesù era talmente intensa da fargli sudare sangue. Gesù non si è tirato indietro per amore del Padre suo e per amore di noi suoi fratelli. Ma Isaia dice anche che il Servo di Jawhe può dirigersi al Padre, perché è certo che egli lo assiste. Si può comprendere attraverso le ultime parole di Gesù sulla croce, parole di estrema confidenza e abbandono – «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».
Seguire Cristo è, allora, guardare nel profondo della mia esistenza e delle mie scelte quotidiane, per capire se anche in me sta crescendo questa confidenza e fiducia nel Padre, o se ancora ritengo che Dio Padre e Cristo stesso, siano quasi un ostacolo alla realizzazione, in me, della “vita buona del vangelo”.

 Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso. (Fil 2,5-8)
Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Filippesi, san Paolo, facendo proprio un inno conosciuto nelle prime comunità cristiane, ci aiuta a comprendere il movente che ha guidato la vita di Cristo nell’adempimento della volontà del Padre; ci aiuta a comprendere quale sia la vera identità del Messia e quale deve essere la nostra in quanto suoi discepoli e fratelli. Egli non usò la sua dignità divina per servire se stesso e per umiliare e schiacciare con la sua grandezza e potenza le sue creature, bensì “svuotò” e “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a alla morte di croce”. San Luca ci ha mostrato nella narrazione delle tentazioni di Gesù nel deserto e, nel brano del vangelo di oggi, ci conduce presso la croce del Figlio per “guardare da lontano” il compimento del suo essere Messia. Sotto la croce, per ben tre volte, da tre categorie diverse di persone – i capi religiosi, i soldati dei pagani e uno dei malfattori crocifissi – Gesù risente l’eco della sfida del Diavolo: Se sei il Cristo… l’eletto di Dio… il re dei Giudei SALVA TE STESSO, scendi dalla croce! Ma il Figlio ha scelto, con il Padre, di abbracciare l’uomo nelle profondità della sua impotenza di fronte al dolore e alla morte. Non ha considerato un privilegio la sua uguaglianza con Dio, bensì ha scelto la solidarietà, fino all’estremo, con l’umanità ferita dalla morte e dal peccato. Ha cominciato questo abbassamento a Betlemme, poi nella sua immersione nelle acque del Giordano e, passando per il deserto della tentazione e della scelta, è giunto ad accettare la morte con tutti i suoi fratelli, per scardinare le porte del dolore, del peccato e della morte ristabilendo la Vita: la Vita di Figlio del Dio Vivente.

Ora nessuna lontananza da Dio è più possibile. Nessun peccato e nessun abisso di morte sono invalicabili, perché in essi si è immerso il Figlio. Ci ha riaperto la via verso il Padre e ci ridona ogni giorno i frutti dell’albero della Vita: il suo Corpo e il suo Sangue.
L’albero presente nel Giardino di Eden ora è nuovamente piantato nel giardino dei nostri giorni per dare Speranza e Senso ad ogni dolore e ad ogni morte ed è l’albero della Croce, albero di Vita perché su di essa è crocifisso il Figlio, che ci ha amato e ha dato se stesso per noi, perché anche noi siamo capaci di seguirlo sulla via del servizio e della donazione ai fratelli.

E in un epoca che sembra “orfana” di Senso e di Speranza, il servizio più necessario è proprio quello di indicare con la vita e con la parola Colui che riapre la vita alla Speranza.
È nella stessa prima lettura che troviamo questo invito, rivolto al Servo di Dio come ad un discepolo, e che oggi è  rivolto anche a noi: il Signore ci dona di ascoltarlo, di meditare la Sua Passione, “per saper indirizzare una parola allo sfiduciato” e a chi non vede più futuro e luce nella sua esistenza.

 Se i vangeli di questa domenica ci fanno capire quanto è superficiale e fragile la nostra fede in Cristo, una fede che un giorno lo esalta e stende mantelli al passaggio del Re e un giorno se ne allontana spaventata o, addirittura, ne vuole la crocifissione, ma ci dicono anche che possiamo ancora confidare nella sua preghiera per noi, che, come per Pietro, ci sostiene nella tentazione e ci libera dal peccato; possiamo confidare nel suo sguardo che ci cerca quando lo abbiamo tradito, per riconfermarci il perdono e la fiducia e ci apre alle lacrime e ad un ritorno sempre possibile; e confidare nel suo perdono che giunge fino all’inverosimile: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno!”.

Spesso di là mi fissa lungamente
inchiodando il mio volto con lo sguardo –
Sai tu, sai tu, fratello
come ci ama il nostro Padre?

Ma di quelle parole nessuno sa la profondità –
ma le cause più lontane nessuno conosce
e come quel supplizio fu sconfinato
la solitudine sull’albero della croce.

Tuttavia non il sangue, che fioriva sull’albero
come fiorisce ogni fatica nel pane di domani
– e l’allontanamento dal Padre,
l’essere rifiutato…

Per quelle parole: Perché mi hai abbandonato
Padre, Padre – e per la Madre in cordoglio
ho redento sulle tue labbra
due parole più semplici: Padre nostro.
(Poesia di Karol Wojtyla)

 Sr Mariagrazia Neglia
 Suore di san Giuseppe del Caburlotto

Il gratis dell’amore

marzo 14th, 2013

V Domenica di Quaresima / C                                    17 marzo 2013 

Is 43,16-21                       Fil 3,8-14                        Gv 8,1-11

In questa quinta domenica di Quaresima il tema delle letture è: Dio è Colui che fa nuove le cose e apre strade per un futuro di vita piena.

La prima lettura, del deuteroisaia: ci invita, con il popolo di Israele, a far  memoria della liberazione dall’Egitto, per guardare ad un futuro di novità in cui Dio compirà cose ben più grandi, per far ritornare il popolo dall’esilio di Babilonia. Egli traccerà una via nel deserto e lo irrigherà di acqua, perché il popolo che ritorna riconosca la cura amorosa del suo Dio.

Il deserto irrigato è figura di ciò che Dio sta per compiere nella vita intristita degli ebrei, esuli in terra straniera. E’ anche l’immagine di ciò che Dio vuol compiere in chi vive prigioniero del peccato. Dio fa rinascere la gioia e la lode nel cuore dei suoi figli!

 Nella seconda lettura, tratta dalla Lettera ai Filippesi, San Paolo, avendo saputo che alcuni cristiani di origine giudaica vogliono convincere i cristiani di quella comunità, che senza la circoncisione e l’osservanza di tutte le leggi ebraiche non c’è pienezza di salvezza, scrive alla comunità da ebreo e da fariseo, portando la sua testimonianza. Fa capire che in Cristo sta la pienezza della salvezza, e questa è dono gratuito, per cui, potendosi lui vantare di un passato da fariseo, considera questo spazzatura in confronto a Cristo e alla novità del suo Vangelo. Cristo è colui che veramente rende nuova la vita e permette di correre verso il futuro del Regno. Paradossalmente Paolo può dimenticare anche il suo passato di persecutore dei cristiani, perché l’incontro con il Risorto lo ha reso nuova creatura, redenta anche dal male commesso “perché non sapeva quello che faceva”. 

Vangelo, l’episodio dell’adultera. Questa pericope probabilmente appartiene, per stile e linguaggio, al vangelo di Luca; infatti, solo in manoscritti più tardivi essa è apparsa come parte del vangelo di Giovanni. Ma a parte questa supposizione, il vangelo di oggi è considerato autentico e canonico. Non a caso la liturgia lo pone nel cammino quaresimale dell’anno C, in cui stiamo seguendo l’evangelista Luca, che nelle due precedenti domeniche ci ha introdotto a contemplare il volto di misericordia del Padre.

L’inizio della pericope ci fa comprendere come Gesù negli ultimi giorni prima della sua Pasqua alternasse tempi di ritiro sul monte degli Ulivi e il ministero dell’insegnamento nel tempio.

Fino alla fine non tralascia di annunciare il Vangelo del Regno. E’ in questo contesto che i farisei e gli scribi gli conducono una donna sorpresa in flagrante adulterio per “metterlo alla prova e per avere motivo per cui accusarlo”. Di fatto, qualunque risposta avesse dato, Gesù poteva essere accusato di agire contro la legge ebraica se avesse invitato al perdono e contro la legge romana se l’avesse condannata. La legge romana, infatti, fin dall’anno 30 arrogava a sé il diritto di eseguire le pene di morte. In questo caso la lapidazione non sarebbe stata lecita, come non lo era la stessa condanna a morte di Gesù. Fino a che punto il Figlio si è fatto compagno della sorte degli ultimi, dei peccatori e dei disprezzati e reietti dell’umanità!

Notiamo che, per la legge, la sorte dell’adultera sarebbe spettata anche a colui che fosse stato trovato insieme (Dt 22,22-24; Lv 20,10), ma qui l’unica che ha subito il pubblico scherno è la donna e lei viene posta nel mezzo perché ora i farisei devono dare un pubblico insegnamento al popolo. E tale insegnamento è duplice: sul male commesso dalla donna, ma anche per smascherare il falso “maestro” che la gente andava ad ascoltare. Gesù e la donna sono in un certo senso accomunati da una stessa sorte: essere strumentalizzati ed essere vittime passive. Gesù con il suo atteggiamento ce lo fa comprendere: alla domanda infatti non risponde immediatamente. Si china e scrive per terra. Non importa ciò che scrive; conta il fatto che il suo sguardo non è rivolto verso di loro e neanche verso la donna.

Possiamo interrogarci su ciò che deve aver provato la donna esposta al pubblico disprezzo! Come sostenere gli sguardi degli accusatori? Dove si saranno rivolti i suoi occhi? E dove sono rivolti gli occhi di Gesù? Quegli occhi che sanno scavare nell’anima e ridare dignità alla persona!

Solo di fronte all’insistenza degli accusatori, Gesù rivolge loro la parola. Secondo il suo stile di educatore, pone una domanda con cui rinvia l’accusa e invita l’accusatore a guardarsi dentro prima di eseguire la lapidazione. Secondo la legge i primi a lanciare le pietre dovevano essere i diretti testimoni dell’adulterio e Gesù, invece, con la sua domanda afferma che i primi dovevano essere coloro che fossero senza peccato di fronte a Dio. È significativo che i primi ad andarsene siano i più anziani. Questo termine, nella cultura ebraica, non indicava tanto un’anzianità di età ma di sapienza e quindi anche di capacità di essere autentici di fronte a Dio. In fondo, Gesù, li invita a rientrare in se stessi per scoprirsi fratelli di quella donna, perché anch’essi peccatori come lei. “Prima di togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello togli la trave dal tuo”: una trave che ti impedisce prima di tutto di riconoscere nel peccatore una persona e un tuo fratello/sorella. E’ degno di nota anche che dopo essere intervenuto riabbassi lo sguardo. Non giudica neanche loro, ma li lascia ripercorrere il cammino di ritorno in se stessi. “Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo”.

A questo punto, rimasto solo con la donna, Gesù può rialzarsi e guardarla negli occhi. La invita a constatare che nessuno l’ha condannata e poi la rassicura sul suo giudizio, quindi le ridona il suo futuro: “Va e non peccare più”. Il suo perdono è per giungere alla pienezza della vita. Una vita liberata da tutto ciò che la rende deserto sterile e le impedisce di tenere alto lo sguardo verso Colui che ama di Amore Fedele e invita a seguirlo su questa via, per essere testimoni dell’ Amore che ricrea e che fa nuovi.

Possiamo specchiarci nei farisei o nella donna ma in entrambi i casi troveremo Cristo che ci invita a convertire il nostro modo di vedere noi stessi e gli altri e Dio stesso. Siamo, come loro, invitati a coglierci come peccatori perdonati. Capaci di riprendere, in novità di vita, il cammino di sequela, con i fratelli/sorelle che il Figlio ci riconsegna, perché siamo capaci di guardare oltre il loro e il nostro peccato e capaci di ridare fiducia e stima, come fa Lui, che ridona speranza e futuro.

                                                        Sr Mariagrazia Neglia
                                                       Suore di san Giuseppe del Caburlotto

Carezze di Dio

marzo 6th, 2013

IV Domenica di Quaresima / Anno C                                     10 marzo 2013

Gs 5,9-12       2Cor 5,17-21      Lc 15,1-3.11-32 

Oggi la liturgia ci invita alla gioia. Siamo a metà del nostro pellegrinaggio verso la Pasqua e la Parola di Dio di questa Domenica ci mostra i motivi per cui far Festa:

  • Dio mantiene la promessa ed è fedele all’Alleanza. Finalmente Israele è libero definitivamente dall’Egitto e, terminato il cammino nel deserto, può mangiare i frutti della terra promessa (prima lettura).
  • Dio ci riconcilia a sé e se ci lasciamo riconciliare con Lui, saremo veramente nuove creature. Per far questo Dio compie uno scambio che ha dell’incredibile: il Figlio si fa peccato perché noi diventiamo giustizia di Dio (seconda lettura).
  • Gesù ci mostra fino a che punto giunge la misericordia del Padre Suo ed è Festa per chi entra nel cuore di Dio e si lascia trasformare in figlio e fratello (il vangelo).

 Il figlio minore: vuole andare lontano dal padre. È una lontananza che più che di luogo è di spirito e di diversa concezione della vita. Vuole l’indipendenza! Vuole realizzarsi! Non riesce a cogliere questi valori all’ombra del padre. Il Figlio ottiene la desiderata  libertà e le sue sostanze (il termine originale del testo fa comprendere come queste sostanze siano la sua stessa vita) e comincia a vivere come vuole e a sperperare con le sostanze la sua stessa esistenza. Potremmo dire che sbaglia il bersaglio della sua vita (in ebraico la parola peccato è legata proprio a questo significato: ti allontani da Dio e sbagli il bersaglio, perdi il senso della tua esistenza) fino a giungere all’estremo del degrado di sé (per un ebreo arrivare a fare il guardiano dei maiali – che erano considerati animali impuri – significava raggiungere il massimo dell’abiezione e segno della lontananza da Dio e dalla comunità di appartenenza) e della perdita del senso stesso della sua vita. Infatti l’inizio del ritorno alla casa del padre scaturisce dal “ritornò in sé”, dal non vivere più “fuori di sé” senza ascoltarsi in profondità, senza voler riscoprire in sé la memoria e le radici della propria vita.

Ti cercavo fuori e Tu eri dentro di me …  (Sant’Agostino)

A volte il miraggio dell’autorealizzazione ci fa perdere il contatto con la verità di noi stessi, che solo chi ci Ama veramente e in profondità riesce a vedere meglio di noi stessi.

La sua memoria della casa paterna è però ancora legata alle cose del padre più che al padre stesso (pensa al bisogno di mangiare e ai servi del padre che stanno meglio di lui) e il suo ritorno in  sé non sa andare oltre il cogliersi servo, o più probabilmente non osa più ritenersi figlio, perché vede per la prima volta l’ingratitudine che lo ha condotto lontano dal padre e vede il degrado al quale l’hanno condotto le sue scelte. Decide comunque di ritornare (e la parola che il testo originale usa per dire “mi alzerò” e “si alzò” ha la stessa radice della parola resurrezione!). Riconosce il peccato contro Dio (ha rotto la relazione con il padre e anche con se stesso e quindi con Dio che è il datore di ogni dono, il vero Padre di ogni figlio) e contro il padre ma non può neanche immaginare di essere riaccolto dal padre come figlio. A volte facciamo fatica a perdonarci. È più facile giustificarci, che riconoscere il nostro errore e tale atteggiamento ci allontana dalla capacità di assumere la responsabilità del peccato compiuto.

Il padre: è davvero un padre diverso da come se lo sarebbe aspettato un Ebreo! Un padre non avrebbe mai accettato di dividere le sostanze con i figli, se non in punto di morte e accettare un simile comportamento del figlio lo avrebbe certamente fatto additare dai suoi contemporanei non solo come un debole, ma come uno che andava contro la legge, che avrebbe voluto che un figlio scapestrato (cf Dt 21,18-21) fosse portato in giudizio e lapidato. E questo ci fa vedere in filigrana il comportamento stesso di Gesù che era criticato e giudicato dai farisei perché accoglieva, frequentava e mangiava con i peccatori Allo stesso tempo comprendiamo perché Gesù abbia detto che chi vede lui vede il Padre suo.

Questa diversità deve condurci a vedere in questo padre il volto e l’atteggiamento di Dio stesso con ogni suo figlio. Egli ci lascia liberi anche di allontanarci dal suo progetto di amore e di vita per cercare vie alternative e continua a prendersi cura e a donare vita ma più ancora non smette di sperare che il figlio ritorni. E la sua Speranza non è inattiva: era in attesa e vede da lontano il figlio che torna. Pare quasi che la sua vita dopo la partenza del figlio, l’avesse vissuta protesa verso quel figlio perduto e questo ha fatto il Padre in effetti: ha mandato il Figlio per gettare un ponte verso chi si era disperso. Un Figlio che sempre aiuta i suoi interlocutori a rientrare in se stessi (si pensi al modo particolare con cui Gesù risponde agli interrogativi di chiunque: Egli risponde con domande che aiutano a trovare risposte nel profondo di sé).

Il padre accoglie il ritorno del figlio in una maniera certamente non consona ad un anziano e per giunta altolocato: gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia. Potremmo dire che agli occhi dei ben pensanti perde ogni dignità e, nei confronti del figlio, non si concede neanche il più piccolo segno di risentimento o il comune: “Te l’avevo detto!”. Vede solo un figlio ritornato in vita, non gli fa finire la confessione e comincia quasi una danza incalzante per ridonare a quel figlio la coscienza che è figlio e che per il Padre conta solo questo; lo fa servire dai servi portando la veste più bella (quella lunga, non quella corta dei servi) segno della sua dignità di figlio. Pensando al termine ‘veste’ non può non venire in mente la veste bianca lavata nel sangue dell’Agnello che ritroviamo nell’Apocalisse e che la Madre Chiesa dona ad ogni nuovo battezzato.

Ma non basta, addirittura gli fa mettere l’anello al dito, che per la cultura antica orientale era l’anello con il sigillo del padre e che dava al figlio il pieno possesso sui beni del padre. Al figlio che ha dilapidato la sua vita il padre dona qualcosa di inaudito. È come se dicesse la mia fiducia in te è ancora piena. È come se niente fosse accaduto! Questo è ciò che è avvenuto e continua ad avvenire dal momento che il Padre ha dato il Figlio per noi che eravamo peccatori. A noi il Figlio si dona nel suo Corpo e nel suo Sangue!

“O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!” (canta l’Exultet pasquale)

E – ultimo segno della reintegrazione nella dignità di figlio – sono i sandali, segno del suo essere libero (erano gli schiavi che andavano scalzi). Il figlio ha creduto di conquistare la sua libertà e ha perso la sua dignità; il Padre gli ridona la vera libertà. Continua a credere nel figlio. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero!” (Gv ,36).

Altro grande segno è anche la festa che il padre organizza per il ritorno del figlio, per cui non esita a far ammazzare il vitello migliore. Perché un figlio è ritornato. Di più, era morto ed è tornato in vita. Da queste parole si comprende come per quel padre non conti il modo come è stato trattato o lo stato in cui si è ridotto il figlio per aver rivendicato la sua autonomia, ma solo la sofferenza del figlio. Il Padre non aspettava altro che poter risollevare quel figlio: “suo padre lo vide, ebbe compassione” (cfr. Os 11, 1-9, Is 49, 13-15). Il termine compassione è particolare, perché è una caratteristica solo di Dio e di Gesù e alla lettera indica le viscere della madre. Il Padre è anche Madre e non solo soffre per il dolore del figlio ridotto ad ombra di sé ma è come se lo portasse in sé come una madre sente il figlio nel suo grembo. Il perdono per il Padre è un rigenerare alla Vita. QUESTO È QUANTO ACCADE OGNI VOLTA CHE CI ACCOSTIAMO AL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE.

Il figlio maggiore: ode le musiche e le danze della festa, mentre ritorna dal lavoro dei campi e non entra nemmeno in casa. Chiede informazioni ai servi. Già questo particolare indica qualcosa del suo rapporto con il padre. Non c’è fiducia, in fondo, in modo diverso ma assume lo stesso atteggiamento del figlio minore, non conosce veramente il padre e si sente servo e lo dice in modo significativo quando si rivolge al padre, non chiamandolo padre e chiamando suo fratello “tuo figlio”.   

Anche a lui il Padre vuole ridonare la sua dignità, perché esce a supplicarlo (ancora una volta questo padre stupisce per il modo in cui abbassa se stesso di fronte ai figli) e lo chiama “figlio” e trasforma il “tuo figlio” in “tuo fratello” e infine cerca di aprirgli gli occhi ad una verità che ancora il figlio maggiore non sembra aver  sperimentato: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. Ma forse anche noi abbiamo bisogno di sperimentare questa realtà della relazione profonda che il Padre vuole avere con noi e come questa conti più di qualsiasi altro capretto a cui a volte ci attacchiamo,  anche se abbiamo l’illusione di sentirci a posto. Il capretto può essere immagine delle nostre ricerche di autorealizzazione, mascherate magari sotto l’idea che è giusto ed ‘evangelico’ voler mettere a frutto i propri doni e capacità e magari dimentichiamo che il primo e più grande Dono, che ci rende proprietari di ogni dono, è l’essere figli nel Figlio, tutti Amati con amore di predilezione.

Questa parabola allo stesso tempo ci chiama ad essere, in quanto figli, più somiglianti a Colui che è nostro Padre, e quindi ad assumere la sua compassione e la sua capacità di perdono per imparare a intessere relazioni che annuncino Cristo senza bisogno di parole.

Direi però che anche i servi possono esserci da modello: essi sono strumento del padre per ridonare dignità al figlio. Servire il Padre da figli è anche convertire linguaggi e azioni, perché servano a ridare dignità a chi sente di non averne, o di averla perduta.

Sr Mariagrazia Neglia
Suore di San Giuseppe del Caburlotto