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L’umanità casa di Dio

aprile 30th, 2013

Domenica VI di Pasqua                                             5 maggio 2013

At 15,1-2.22-29                 Ap 21.10-14.22-25             Gv 14,23-29

La liturgia di questa domenica ci presenta Gesù nell’atteggiamento di Colui che chiede “qualcosa “per se stesso, in riferimento alla sua persona ponendo un “Se” per non cadere nell’obbligo. “Se uno mi ama, osserverà la mia Parola”. “Se”, un se che apre il cuore del discepolo a decidersi quali valori testimoniare per lasciare che l’Amore entri e illumini la capacità di vivere la Parola come risposta all’amore ricevuto. “Se uno mi ama…”: Gesù non propone un nuovo stile di vita in anonimato, perché solo chi osserverà la sua Parola entrerà nella relazione più personale ed unica con il Padre. “Osserverà: un verbo che richiama la legge per la legge come abbiamo ascoltato negli Atti degli Apostoli, nella prima lettura, perché preoccupati di un’osservanza esterna nella convinzione di essere nell’ortodossia della Parola ricevuta. Gesù – che conosce il cuore umano nelle sue fatiche di fedeltà – assicura: “il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Sappiamo quanto fa bene all’esperienza umana avere delle garanzie soprattutto nei momenti di difficoltà, di incertezza, di solitudine, di oscurità e Gesù promette la presenza del Consolatore, Colui che si è fatto carico dell’umanità in un incontro amoroso e personale.

“Prenderemo dimora presso di Lui”: Dio non usa violenza; rispetta i tempi della persona perché essa stessa possa prendere coscienza di questa realtà dove può trovare serenità, fiducia e pace. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, Io la do a voi”: Quanto viviamo nella quotidianità ci fa sentire molto lontani da questa promessa di Gesù perché in troppe realtà la pace è offuscata, distrutta, negoziata per e da altri interessi che non rispondono al bene dell’umanità e questo ci rende responsabili, molte volte con il nostro silenzio, delle realtà di guerra e di distruzione della dignità della persona. Gesù ci assicura: “il Consolatore, lo Spirito santo, che il Padre manderà a mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”. Ancora una volta Dio si compromette con l’umanità perché sia felice nel vivere l’esperienza di essere parte della “nuova Gerusalemme, la città santa” illuminata dall’Amore e accompagnata dalla misericordia perché Dio faccia splendere il suo volto e tutti i popoli lo lodino. Lo Spirito è la bussola del nostro camminare  testimoniando la Parola che implica uno stile nuovo di vita. L’invito: “Non abbiate paura” che il beato Giovanni Paolo II ha lanciato all’inizio del suo pontificato e che è stato sottolineato con sapienza da papa Benedetto XVI, oggi è ripreso da Papa Francesco con le parole : “Il Signore chiede a tutti noi di non avere paura di uscire da noi stessi, di andare verso gli altri”. Dunque “impariamo a guardare in alto verso Dio, ma anche in basso verso gli altri, verso gli ultimi”. Inoltre “non dobbiamo avere paura del sacrificio: pensate a una mamma o a un papà: quanti sacrifici! Ma perché lo fanno? Per amore! E come li affrontano? Con gioia perché sono per le persone a cui vogliono bene”. Allo stesso modo “la croce di Cristo abbracciata con amore non porta alla tristezza, ma alla gioia”.  “Non lasciatevi rubare la speranza!” (domenica delle Palme 2013).

Suor Bruna Pierobon
Congregazione delle Suore della Beata Vergine
spbruna_bo@yahoo.it

LA VITA E’…

aprile 24th, 2013

V domenica di Pasqua                                                                28 aprile 2013

At 14,20b-26                    Ap 21,1-5°                                 Gv 13,31-33°.34-35

“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri: come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. L’evangelista Giovanni, che molte volte chiamiamo l’evangelista dell’amore perché ha sperimentato nella sua persona l’amore di Gesù come maestro e amico, non usa mezzi termini nello scrivere quello che possiamo definire il testamento di Gesù per ogni persona che vuole essere suo discepolo. Ascoltando la parola “testamento” nella vita corrente è avere il riferimento di un fatto vissuto e che in qualche maniera ha cambiato la  nostra vita perché qualcuno ha scritto per noi un “testamento”, non solo come ricordo ma anche come impegno da realizzare.

“Vi do un comandamento nuovo” dice Gesù, dopo che Giuda era uscito dal cenacolo, quasi avesse aspettato che la presenza del divisore non ascoltasse quanto egli chiamava a vivere. “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”, non a parole, ma coi fatti. Chiede così ai suoi discepoli di vivere uno stile nuovo: “amatevi gli uni gli altri”. Non una esortazione o un suggerimento, ma un comando che Lui stesso vive nel compiere la volontà del Padre sulla croce. Giovanni, usando il termine “nuovo” ripreso nella lettura dell’Apocalisse (“un cielo nuovo e una terra nuova”) sottolinea che la nostra vita di discepoli deve essere interpellata nel vivere lo stesso stile di Gesù, nell’esperienza di un amore “come Lui ci ha amati”. Gesù non  chiede  un amore speciale per se stesso, ma un amore, alla sua misura, per ogni fratello e sorella che la vita ci regala come dono per crescere nella relazione con noi stessi e nel sentirci parte del disegno d’amore che Dio ha per l’umanità. “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»”. Molte volte si sentiamo incoerenti e superficiali perché pretendiamo di cambiare il “comandamento nuovo” di Gesù a nostra misura ed interesse per evitare di essere coinvolti nella totalità della nostra vita nella vita di Gesù. Negli scritti di Giovanni il verbo “vedere” non lascia spazio a giustificazioni: l’amore nei rapporti nasce dalle nostre debolezze perdonate; dalle nostre paure illuminate dall’esperienza dell’ amore ricevuto; dalle nostre fragilità fortificate dalla fede in Colui che ci ha amati per primi. ”Amatevi gli uni gli altri”. E’ una nuova regola che guida i nostri rapporti non di interesse, di indifferenza, di successo ma di relazione tra persone “salvate” dalla morte e resurrezione di Gesù. “Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio”. Il frutto di una forte relazione personale con ogni fratello, ci permetterà di essere parte della comunità dei credenti che sanno essere testimoni con la vita del “nuovo comandamento”di Gesù” ai suoi. Cogliamo l’invito della liturgia di questa domenica a vivere le opportunità che la vita stessa ci offre per essere “nuovi nell’amore” con le parole della Beata Teresa di Calcutta.

La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è ricchezza, valorizzala.
La vita è amore, vivilo.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La via è un inno, cantalo.
La vita è una lotta, accettala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è la vita, difendila.

Suor Bruna Pierobon
Congregazione delle Suore della Beata Vergine
spbruna_bo@yahoo.it

Solo chi ama, conosce!

aprile 17th, 2013

IV domenica di Pasqua                                    21 aprile 2013

At 13,14.43-52        Ap 7,9.14b-17         Gv 10,27-30

La liturgia ci apre sempre ad una nuova esperienza  che nasce dall’ascolto della Parola annunciata. La scena che ci viene presentata dagli Atti degli Apostoli non è lontana dalla nostra quotidiana esperienza dove i sentimenti umani, a volte negativi, riempiono il nostro cuore, protesi più a guardare fuori di noi stessi che ad avere il coraggio di fare un sincero esame di coscienza prima di impedire ad altri di proporsi e di annunciare con fedeltà quanto abbiamo ricevuto come impegno nel Battesimo, ossia la Parola  testimoniare con la vita. Gli apostoli con l’entusiasmo dell’esperienza del Risorto non si lasciano intimidire perché ricordano quanto il Signore ha ordinato a loro: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”. Un impegno che non ammette giustificazioni e che non deve essere offuscato dalla gelosia e dalla paura per la propria vita.

La risposta data con fedeltà alla Parola ci viene presentata dal brano dell’Apocalisse che descrive l’atteggiamento di chi ha accolto nella vita il sacrificio dell’Agnello che con il suo sangue ha lavato le “vesti” per poter presentare una moltitudine davanti al trono di Dio. “E colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né l’arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita”. (Ap.7,15-16)

Il vangelo che viene proclamato in questa IV domenica di Pasqua ci permette di sentirci parte di un’esperienza fondante perché siamo accompagnati dalla presenza rassicurante del Pastore Gesù che dice “le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. L’evangelista Giovanni carica di significato ogni parola che ci trasmette perché nella sua relazione con Gesù sa, riconosce ed ha sperimentato il dono di riconoscere la sua voce tra le tante voci della vita. Il verbo ascoltare non ci permette un atteggiamento passivo, ma ci provoca a rispondere con atteggiamenti che ci interpellano nella quotidianità per gustare in profondità la “sua voce” di pastore che ci conosce personalmente e che continuamente ci invita a far nascere in noi “i suoi stessi sentimenti” verso gli altri.

“Io le conosco” dice ancora Gesù e non fa distinzioni tra una categoria o l’altra di pecore. Afferma semplicemente che “le conosce” perché sono a Lui vicine nell’esperienza del camminare verso i pascoli sicuri ed unici, perché da sempre preparati per ciascuna pecora. Chiamati per nome perché conosciuti da sempre in una conoscenza che implica ascolto della voce di un Dio innamorato, amante della sua creatura. Giovanni sottolinea l’appartenenza al gregge delle pecore perché conosciute dal Pastore, una conoscenza che nasce dal cuore, dall’intimo perché si conosce veramente solo ciò che si ama.

“Ed esse mi seguono”! Per seguire bisogna aver conosciuto, ascoltato una voce che spinge a muovere i propri passi dietro al Pastore che condivide l’esperienza delle pecore anche nei momenti oscuri.

Il Papa emerito Benedetto XVI, nel  suo messaggio per la 50a giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, dal tema “le vocazioni segno della speranza fondata sulla fede” ci chiede di saper testimoniare il nostro essere cristiani nel dono della fede e si rivolge ai giovani perché “in mezzo a tante proposte superficiali ed effimere, sappiano coltivare l’attrazione verso i valori, le mete alte, le scelte radicali, per un servizio agli altri sulle orme di Gesù. Cari giovani, non abbiate paura di seguirlo e di percorrere le vie esigenti e coraggiose della carità e dell’impegno generoso! Così sarete felici di servire, sarete testimoni di quella gioia che il mondo non può dare, sarete fiamme vive di un amore infinito ed eterno, imparerete a «rendere ragione della speranza che è in voi»! (1Pt 3,15)

Nel cammino della vita, tutti cerchiamo autenticità e verità. Gesù, il maestro, entra nel cuore della ricerca di tanti giovani e invita ciascuno a fare cadere le barriere che bloccano la crescita umana e spirituale, proponendo una relazione con lui forte e coinvolgente. Nulla ci può turbare, perché la presenza di Dio dona la vita.

Con Madre Teresa di Calcutta riflettiamo:

Il frutto del silenzio è la preghiera.
Il frutto della preghiera è la fede.
Il frutto della fede è l’amore.
Il frutto dell’amore è il servizio.
Il frutto del servizio è la pace.

Suor Bruna Pierobon
Congregazione delle Suore della Beata Vergine
spbruna_bo@yahoo.it

Non poteva non dire “sì”

aprile 10th, 2013

At 5,27b-32.40b-41    Ap 5,11-14    Gv 21,1-19             14 aprile 2013

In questa domenica la liturgia ci presenta situazioni di vita che sono vicine alla nostra realtà di cristiani e nella quotidianità si lasciano interpellare dalla Parola. Il brano degli Atti degli Apostoli ci ricorda l’impegno a “continuare ad insegnare ed annunciare che Gesù è il Messia” in una società che cerca risposte al di fuori di sé nella sicurezza di beni e poteri solamente umani. A questo fanno eco  le parole del libro dell’Apocalisse: “Tutte le creature, nel cielo e sulla terra, sotto la terra e nel mare, dicevano lode, onore, gloria e potenza al nostro Dio”.

Il vangelo nel brano di Giovanni ci presenta il quadro dei discepoli che nonostante l’esperienza vissuta nelle apparizioni di Gesù rimangono chiusi alla novità della resurrezione e seguono Pietro che dice: “Io vado a pescare. Gli altri risposero: veniamo anche noi”. La tentazione nel ritornare a vivere le vecchie abitudini è un richiamo forte nella nostra esperienza quotidiana e ci impedisce di essere trasformati nei nostri atteggiamenti. Succede allora che la quotidianità prevale sull’esperienza dell’incontro con il Cristo risorto. La delusione nello scoprire che il Messia, accompagnato, ascoltato ed amato al punto da scegliere di seguirlo non risponde più alle  attese e si ritorna alla quotidianità. L’evangelista Giovanni descrive come in un quadro una scena molto familiare alla vita di un pescatore: uscire con la barca durante la notte per garantire una pesca fruttuosa. Il duro lavoro non ha avuto la risposta aspettata e possiamo immaginare lo stupore nell’ascoltare l’invito di uno sconosciuto a “gettare le reti”. Gesù non si ferma agli schemi umani. Gettare le reti di giorno è avere la certezza di una fatica inutile. I discepoli, però, compiono il gesto e rimangono meravigliati nel constatare che non riuscivano più a tirare le reti in barca per la quantità di centocinquantatre enormi pesci!. “Il discepolo prediletto di Gesù disse a Pietro:  “E’ il Signore”. Pietro non ha bisogno di verificare le parole di Giovanni e risponde con generosità senza pensare alle conseguenze. Pietro ha accompagnato Gesù nel momento della condanna, lo ha rinnegato per paura. Ora non dubita e preferisce quasi sembrare ridicolo, ma non dubita più della presenza di Gesù nella sua vita. L’abbondante pesca si conclude con l’invito di Gesù a mangiare per poter riprendere il contatto con la realtà. Il silenzio degli apostoli di fronte allo Sconosciuto si apre con il gesto del condividere il frutto della pesca con la sottolineatura, da parte di Giovanni, che “c’era anche pane”. Ricordiamo che Gesù aveva spezzato il pane con loro in un clima di fraternità e familiarità e si ripropone come ‘il Signore’ con la domanda a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”; “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» e per la terza volta: “Mi vuoi bene?”. “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”.

Gesù accoglie la risposta di Pietro nella sua generosità e lo invita a seguirlo. Gesù a ciascuno di noi, domanda: Mi ami? Ed aspetta una risposta piena e serena perché quando si condivide il Pane e la Parola non si può non dire di sì. Mi piace proporre una preghiera riflessione di Jorge Mario cardinal Bergoglio, dal 13 marzo di quest’anno Papa Francesco.

Non poteva non dire “sì”
“Quando Gesù chiede a Pietro:“Mi ami?”,
quel “sì” non era l’esito di una forza di volontà, 
era l’esito di una “ decisione” del giovane uomo Simone: 
era l’emergere, il venire a galla
che si spiegava per la stima che aveva
di tutto un filo di tenerezza e di adesione di lui:
perciò è un atto di ragione,
è stato un atto ragionevole,
per cui non poteva non dire “sì”.

Suor Bruna Pierobon
Congregazione delle Suore della beata vergine
spbruna_bo@yahoo.it

Tommaso, nostro gemello

aprile 2nd, 2013

II domenica di Pasqua        7 aprile 2013

At 5,12-16         Ap 1,9-11a.12-13.17-19        Gv 20,19-31

 In questa domenica quando sono ancora molto presenti i segni della Pasqua nella natura che ha riempito i suoi rami di fiori, nei campi con il crescere dell’erba e soprattutto nel cuore di tante donne ed uomini che hanno accolto la presenza del Risorto, le letture della liturgia ci presentano l’esperienza degli apostoli che vivono sentimenti di paura, di angoscia e di sfiducia perché chiusi in loro stessi ed incapaci di accogliere e di godere per la resurrezione del loro Maestro. 

Negli Atti Luca ci dice che “molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli” (At 5,12) come per prepararci ad accogliere con più disponibilità quanto Giovanni ci racconta nel vangelo di oggi: Gesù ritorna per incontrare anche Tommaso. L’incredulità, la sfiducia, la paura accompagnavano la vita degli apostoli, chiusi in loro stessi ed incapaci di cogliere i segni nuovi della resurrezione di Gesù nella realtà della loro vita.

“Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo lì, e c’era anche Tommaso con loro. Le porte erano chiuse” (Gv 20,26). Gesù entra, nonostante le porte chiuse a dimostrare che la sua presenza supera ogni realtà umana. La pedagogia di Gesù verso Tommaso è di rispetto per la sua personalità: ha lasciato passare “otto giorni” quasi a dargli tutto il tempo necessario perché potesse capire gli eventi alla luce della sua resurrezione. Gesù non obbliga ad  accoglierlo, aspetta la nostra capacità di fargli spazio e di riconoscerlo nella nostra vita.

Gesù venne e si fermò in mezzo a loro”: interessante e significativo questo atteggiamento di Gesù che si ferma in mezzo a loro. Ecco da dove nasce la fede cristiana, dal fatto che Gesù sta lì, dal suo esserci e manifestarsi nella sua persona. La fede nasce da una presenza e non da un ricordo. “La pace sia con voi”: il suo saluto di pace fa cambiare l’atmosfera, il clima di quel luogo, chiuso per la paura, e ritorna la speranza e la certezza di una nuova vita. “Tommaso, metti qui il tuo dito e guarda le mie mani. Gesù aiuta Tommaso a riconoscere che  la sua realtà umana è bisognosa di essere salvata; Gesù non si scandalizza dei suoi dubbi, ma con semplicità lo invita a “toccare” le sue ferite e a non aver paura di manifestare i suoi sentimenti, lo incoraggia a credere perché Lui è il Risorto. L’esperienza di Tommaso ci apre il cuore verso la speranza: il Crocifisso che accompagna la nostra vita è lo stesso che ci apre alla resurrezione. Il dono della pace nasce dalla resurrezione di Gesù, che lasciando vuoto il sepolcro dopo “tre giorni”, ci invita ad essere testimoni della vita soprattutto per tante persone che vivono schiave degli egoismi e delle situazioni di morte. Cristo ci dà la pace che scende a fortificare le nostre debolezze, a distruggere le nostre paure, a sanare le nostre ferite quando con fede ripetiamo le parole di Tommaso: Mio Signore e mio Dio.

Ascoltiamo Gesù che dice a ciascuno: Accosta la tua mano, tocca le cicatrici dei chiodi e non essere incredulo, ma credente. ”Alleluia”

                                                            Suor Bruna Pierobon
                                                            Congregazione delle Suore della beata vergine
                                                            spbruna_bo@yahoo.it