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Svendersi alle cose?

luglio 30th, 2013

XVIII Domenica T.O./ C 4 Agosto 2013

Dal Vangelo secondo Luca 12, 13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Gesù ci mette di fronte ad una delle più grandi debolezze umane: il bisogno di accumulare, di mettere da parte, di arricchirsi, di avere sempre di più. E’ come se la persona umana identificasse la felicità (di cui è geneticamente affamata) con una quantità massima di beni materiali. Solo così pensiamo di poter essere felici. C’è un errore di fondo: non conosciamo noi stessi. Se ci conoscessimo, sapremmo che il nostro essere più profondo non è “della stessa pasta” delle cose che ricerchiamo per soddisfarci… Noi siamo, di fondo, “qualitativamente altro”! Noi veniamo da Dio… quindi nessun bene materiale potrà colmare la nostra nostalgia di Dio. Solo da Lui ci può venire la felicità.

In questo errore il tale della folla chiama a giudicare Gesù: non ha imparato a vivere e allora recita la vita, vuole un palcoscenico e un pubblico che lo tuteli meglio dietro l’accumulo dei beni, una situazione che gli fa indossare la maschera della “giustizia” nel teatro della vita. Non incontra né se stesso né l’altro…

Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”.

E’ un progetto assennato, questo. La nostra società, le nostre convenzioni definiscono “normale” colui  che investe denaro per accumulare sempre più, per avere successo, per riuscire, per “acquisire”… Ma c’è un particolare: il tale in questione manca di intelligenza; infatti perde di vista il fatto che non è lui il padrone di se stesso! Lui non ha l’ultima parola sulla propria vita. Fin qui ci dovrebbe arrivare anche un non cristiano, qualunque uomo, e sarebbe già tanto.

Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Se uno ragiona radicalmente secondo Dio, oggi viene definito pazzo; gliel’hanno detto anche a Gesù, anzi, i suoi stessi discepoli lo andavano a prendere perché dicevano: «È impazzito » (Mc 3,21) perché realmente richiamava una realtà definitiva, ultima, cioè l’appartenenza dell’uomo al mondo di Dio. Non pensiamo forse così anche noi quando riteniamo che il bene che possiamo fare dipende solo dalle nostre capacità, dalla sicurezza patrimoniale? A pensare diversamente saremmo definiti pazzi.

In questo momento di profonda crisi economica emerge ancora più forte la nostra radicale insicurezza, la nostra povertà, la nostra incapacità di individuare l’essenziale. Quale risposta a questo disagio sociale ed esistenziale? Dovremmo costruire  una nuova società basata anzitutto sullo stupore di essere figli di Dio, di essere capaci di sognare, investire, guardare lontano, un po’ come i nostri fondatori che, animati dallo Spirito, hanno contagiato e osato.

Una  società impostata sulla libertà stupenda che viene dall’essere figli di Dio, dove i primi saranno gli ultimi e dove gli ultimi saranno i primi perché coloro che erano ultimi per primi hanno capito il dono di Dio!

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative

www.fidaelombardia.it

Non più giudizi, ma preghiera

luglio 24th, 2013

XVII DOMENICA T.O./C 28 luglio 2013

Lc 11, 1-13
Gesù domanda di passare dall’obbedienza alla legge, all’accoglienza del suo amore.

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». E’ curioso come i discepoli, pur stando con Gesù, pur spezzando con Lui il pane, non lo conoscano ancora tanto da non chiedergli un “distintivo”, qualcosa che sia un “segno esteriore” del loro essere di un altro. Non hanno ancora compreso che è il loro “stare con Gesù” che, cambiando loro il cuore, li rende testimoni viventi e contagiosi di un “nuovo modo di essere”.
Difatti non chiedono a Gesù che insegni a pregare come lui prega e neanche pregano con lui, ma vogliono una preghiera come quella che Giovanni Battista ha insegnato ai suoi discepoli, che li distingua dagli altri.
Non hanno ancora compreso che Gesù non dà regole, non dà formule, né orari, ma offre uno stile di vita.

Siamo noi che per sentirci a posto e autoassolverci crediamo che sia sufficiente una “osservanza della legge”, una “vita di preghiera puntuale” che ci rende sempre più freddi e duri verso le difficoltà dell’altro e che rendendoci diversi (ai nostri occhi…) ci fa sentire migliori. Il Papa Francesco parla al cuore di tutti perché è un uomo che ha saputo calarsi nella realtà senza giudicarla dall’ambone.

Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre….
Dio non vuole che ci si rivolga primariamente a lui con i titoli altisonanti, frutto della riflessione teologica e filosofica, come “Altissimo, Eccelso, ecc.”, ma che nella comunità dei seguaci di Gesù ci si rivolga a Dio chiamandolo “Padre”.
Dio non vuole dei pastori incensanti, dai colletti plastificati, con i gemelli d’oro ai polsi e l’anello 80 carati, ma vuole dei figli. E – per converso – vuole che “i suoi pastori” siano “padri” come Lui lo è. “Padre”, nella cultura semitica, è colui che trasmette al figlio tutta la propria vita, tutta la propria esistenza. Vuole dei figli che si sentano amati da Lui, una sola cosa con Lui, come il pastore che riconosce e assume “l’odore delle pecore”.

sia santificato il tuo nome
La prima richiesta è
“Sia santificato il tuo nome”. Il verbo “santificare” significa consacrare, cioè riconoscere il valore di qualcosa. Allora la comunità, nella preghiera che Gesù insegna, dice che Dio deve essere riconosciuto come Padre il cui amore non distingue tra buoni e cattivi, ma su tutti si riversa, il Padre che non guarda i meriti delle persone, ma guarda i bisogni.

venga il tuo regno
Per “Regno di Dio”, si intende non naturalmente un’entità geopolitica, ma quell’ambito dove Dio governa i suoi comunicando il suo Spirito, la sua stessa capacità d’amore. Vogliamo questo Regno? Perché spesso a chi ci osserva potremmo raccontare di un “regno” differente, il regno dei primi e dei secondi, dei premiati e degli esclusi, dei privilegiati che possono ottenere ciò a cui non hanno diritto solo perché fanno valere quel tale segno distintivo…

dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano
Nessun equivoco sul significato di questo “pane”: ha tutti i significati. E’ sicuramente il cibo base dei poveri: non potrebbe avere altro primario significato per chi, morendo di fame lui stesso o i propri cari, prega con fede… E’ vero, Gesù ha detto “non preoccupatevi di quello che mangerete”, ma non ha detto “non preoccupatevi se mangerete”… infatti Lui stesso ci invita a domandare il pane, almeno il minimo per sopravvivere! E per questo minimo è il fratello al fratello, è il pastore alla pecora che deve provvedere… Non è “a caso” che milioni di uomini, donne, bambini muoiono di fame: i fratelli non provvedono, come dovrebbero. Chi non paga il giusto salario, chi spreca, chi evade il fisco grossolanamente: costoro – i fratelli – non provvedono. Dio gliene chiederà conto. Dunque, se il pane è tutto, alla fine chi è? E’ figura di Gesù. Gesù è a la fonte di vita della comunità; fonte di vita come Parola e come pane nell’Eucaristia.

e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore
Una comunità che ha ricevuto e raccolto il messaggio delle Beatitudini non può essere composta da debitori e creditori, ma da fratelli che condividono quello che hanno gli uni con gli altri. Allora la prova, la sicurezza, che si è a posto con Dio, che c’è la presenza di Dio, è che al nostro interno non esistono debitori e creditori, ma siamo tutti fratelli fragili e tutti fratelli perdonati.

e non abbandonarci alla tentazione».

Qual è questa prova alla quale la comunità chiede di non essere abbandonata? E’ la prova nella quale è caduta. Gesù aveva chiesto ai discepoli, portandoli al monte degli ulivi, di stare con lui, di pregare con lui per essergli vicini, per affrontare il momento della cattura e della morte, e hanno fallito tutti quanti. La tentazione, la prova peggiore è abbandonare Gesù, è non accettare di stare con Lui nel momento della sofferenza. La prova è non accettare la croce.
Allora la comunità, cosciente di tutto questo, chiede di non essere abbandonata nel momento della prova, della fragilità e della persecuzione.

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Tutto l’insegnamento di Gesù continua invitando ad avere una piena fiducia nell’amore del Padre e, moltiplicando i verbi per tre volte – il “tre” significa quello che è pieno, definitivo –, dirà “
Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”.
Quindi piena fiducia nel Signore! Una fiducia incondizionata perché nasce da un rapporto filiale, non perché ci vede impotenti o privilegiati. Se l’amore di Dio mi rende figlio e mi libera dalle catene della legge farisaica, mi rende anche capace di domandare “le cose buone” che il Padre mi promette: lo Spirito Santo, la “cosa buona” per eccellenza,
che serve per realizzare il progetto del Padre verso ciascuno di noi. La richiesta dello Spirito, verrà senz’altro esaudita. I discepoli di Gesù verranno riconosciuti dall’essere figli amati in modo incondizionato che liberamente si affidano ad un Amore che li salva perché liberamente richiesto.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative

www.fidaelombardia.it

LA FECONDITA’ DELL’AMORE LIBERO E LIBERANTE

luglio 17th, 2013

Domenica XVI T.O.C 21/07/2013

Luca 10,38-42
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.

A Betania Gesù ha degli amici, presso la cui casa spesso  si ritira, per vivere  con Lazzaro, Marta e Maria momenti di fraterna accoglienza e di riposo. E Gesù vive questo rapporto di amicizia con profonda intensità, tanto da  piangere quando l’amico Lazzaro  morirà.

Quante volte mascheriamo la nostra sterilità dietro false e ambigue letture dell’amore casto? E allora si scade nel fariseismo che mentre giudica un’accoglienza fraterna non si accorge che è ciò che esce dall’interno che non va non ciò che vi entra. Ritornano nel cuore le parole di Papa Francesco ai giovani novizi: non siate suore zitelle e non siate preti carrieristi. Sareste ridicoli. Si potrebbe aggiungere: pietra di inciampo per il semplice che crede all’Amore fecondo.

Gesù è in cammino verso Gerusalemme, un percorso che lo sta portando verso la sua morte e resurrezione. Egli ne è pienamente consapevole; forse anche per questo si ferma in casa dei suoi amici. Marta non tradisce l’amico e lo accoglie immediatamente.

Solo un Amore come quello di Gesù che disarma può placare la nostra paura e cosi può farci correre dei rischi. Ripensiamo alle violenze, ai soprusi, alle ingiustizie che vivono tanti nostri fratelli e alla nostra paura, insieme a quella strana diplomazia che ci porta ad assistere senza comprometterci, e allora ancora risuonano come un monito le parole di Papa Francesco: senza la croce saremo una buona ong ma non saremo di Dio.

Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.

La sorella Maria si mette in ascolto del maestro. Sembra, ai nostri occhi, che il quadretto sia pressoché perfetto, ma non è così. Maria, mettendosi alla sequela del Maestro, rompe i rigidi schemi dell’epoca che non permetteva questo atteggiamento alle donne relegate alle occupazioni domestiche. Ed ecco che il quasi perfetto quadretto famigliare, si rompe come si rompe nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nelle nostre organizzazioni, quando l’Amore domanda e si presenta cosi disarmante, cosi anticonvenzionale, rompendo le convenzioni che noi esseri umani ci siamo dati quando incaselliamo tutto, Dio compreso. Perché nelle convenzioni l’uomo è tranquillo ma, allontanandosi da Dio, allontana il fratello. Mi torna un’immagine che ben descrive quell’anti-convezionalità che avvicina a Dio. Una domenica mattina in chiesa dal fondo noto una suora trafelata arrivare a Messa in ritardo; è una suora anziana, ligia alla puntualità come lo era la sua generazione; timorosa, chiede timidamente scusa del ritardo alla sua consorella responsabile e questa con un gran sorriso le dice: tutto bene, perfetto così! Ecco le convenzioni avrebbero parlato in modo diverso ma certamente non avrebbero detto queste parole che sono parole di Dio. Ecco cosa Gesù dirà a Marta nelle battute successive.

Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Presto l’accoglienza cordiale di Marta cambia volto e si colora di stress che, seppur giustificato dall’importanza dell’ospite, rischia di trasformarsi in un attivismo che la “divide” in tanti impegni e le fa perdere di vista, non solo l’importante a cui poi viene richiamata, ma anche la buona educazione. L’iperattivismo di Marta, staccato dall’ascolto, la fa sentire sola, forse inadeguata al peso delle attività da svolgere, ed entra nel circolo vizioso della lamentela, non con la sorella direttamente, ma con il Maestro, tanto da arrivare a criticarlo (“non ti importa…”).

Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno.

Come sempre la risposta di Gesù non è un rimprovero, ma un riportare all’essenzialità della relazione necessaria tra ascolto e azione. L’episodio ci invita a considerare un pericolo sempre ricorrente nella vita dei cristiani: gli affanni, l’ansia, l’iperattivismo possono isolarci dalla comunione con Cristo e con la comunità. Il pericolo è tanto più subdolo perché spesso riduciamo alla semplice dicotomia dell’ora et labora, mentre dimentichiamo che il discepolato è per noi prima di tutto accogliere il Signore nella nostra vita, accoglierlo come Signore in una straordinaria storia d’amore: la nostra vita viene unificata intorno al rapporto e all’obbedienza a Lui.

Sono consapevole che il mio servizio diventa divino solo quando avrò per primo accolto Cristo e la sua parola? Oppure il mio fare è un compensativo del mio non essere in una logica della bilancia che vede i due piatti bilanciarsi per compensazione?

Gesù non condanna Marta o elogia Maria, ma per la sorella “affaccendata”, ha parole  per dirle che  è pericoloso l’affanno eccessivo, carico di preoccupazione e di ansia e ristabilisce l’armonia dell’esistenza in una dichiarazione delle priorità.

Gesù non si può incatenare alle nostre meschine misure e tanto meno rifiuta che ci incateniamo noi. Intravedere nelle parole di Luca la diatriba fra ora et labora, tentando di trovare una “matematica sintonia”, ci dà solo l’illusione che ci si salvi.

Con il suo richiamo a Marta Gesù sembra voler dire a lei e a ciascuno di noi che la questione non è riconducibile al fare poco o molto, al bilanciare con una lancetta dell’orologio l’ora et labora, bensì al “fare le cose con Dio”.

Il lavoro non è in contrasto con la preghiera, né l’azione con la contemplazione, ma in tutto ci vuole una gerarchia di valori: ascoltare e stare, per meglio fare.

Cade cosi il problema, che spesso ha il sapore dell’autogiustificazione e dall’assoluzione, di ciascuno di noi che giustifichiamo il nostro non “rischiare” poiché non abbiamo il tempo per pregare.

Invece  Gesù ci dice che  è bello riempire di Dio la vita  e le cose che facciamo sono la naturale conseguenza di questo amore!

La preghiera ci ristora, ci aiuta a guardare le cose con Dio e a vederle come le vede lui, dai tetti in su, perché il nostro fare ci renda prossimo e ci faccia guardare la realtà per quella che è: Uno spazio fra due eternità.

Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.

Che cos’è che non può essere tolto ad una persona e perché Maria l’ha scelto? Maria ha scelto di ascoltare il messaggio di Gesù; ebbene, il frutto del messaggio di Gesù in chi lo accoglie è un crescendo traboccante di libertà, ma non una libertà che viene data, perché la libertà che viene data poi può essere anche tolta, ma una libertà che è frutto di una conquista interiore. Anche a scapito – come abbiamo visto qui – del rimprovero e dell’incomprensione degli altri. Quando la libertà è frutto di una conquista interiore nessuno la potrà più togliere. Questa è la parte buona che Gesù elogia in Maria e che invita tutti quanti ad accogliere.

Con queste parole Gesù ristabilisce la giusta armonia dell’essere umano: l’ascolto della Parola, il mio stare con Gesù, mi rende un uomo e una donna capace di accogliere un Amore cosi totalizzante che mi libera da me stesso e dalle convenzioni, rendendomi cosi capace di “rischiare” rendendomi prossimo. In tal modo l’azione diviene liberante e capace di dare la vita.

Forse molte nostre azioni che tolgono la vita e non sono capaci di restituirla nascono da un io non liberato.

Pensiamo cosi a Papa Francesco che sceglie, perché uomo libero, di visitare i profughi di Lampedusa, di baciare un bambino ammalato, di stringere la folla, di fare chiarezza in una Chiesa che domanda un ritorno alle origini e un cammino di purificazione e compie queste azioni e molte altre in modo naturale e libero perché nascono da uno Stare con Dio. Azioni libere e liberanti.

Con questa pagina Gesù sembra dirmi che le mie azioni racconteranno del mio stare con Lui.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative

www.fidaelombardia.it

Usciamo dal Tempio: il valore sociale dell’essere cristiano

luglio 10th, 2013

Domenica XV T.O./C          14 luglio 2013

VANGELO Lc 10, 25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ecco la falsità tipica delle persone religiose: lui non vuole apprendere, lui vuole condannare, vuole mettere una trappola a Gesù. Chiede cosa deve fare per avere la vita eterna, dopo aver dedicato tutta la vita alla conoscenza, alla lettura e all’interpretazione della sacra scrittura. Gesù “sta al gioco” e gli chiede «Che cosa sta scritto nella legge», e poi, soprattutto, «Che cosa vi leggi?», cioè che cosa capisci?
Gesù sta dicendo a questo religioso che non basta leggere la Bibbia, bisogna anche capirla. Se non si mette come primo valore il bene dell’uomo, la Bibbia può essere letta, riletta, predicata, annunziata, ma non si capirà mai, né tanto meno ci renderà autorevoli.

Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?».
Perché giustificarsi? All’epoca di Gesù c’era un grande dibattito tra le scuole rabbiniche su chi fosse il prossimo. Si andava dalla concezione più ristretta, “il prossimo è soltanto colui che appartiene al mio clan familiare o alla mia tribù”, a quella più larga che includeva nel prossimo anche lo straniero che abitava dentro i confini di Israele. E quindi il fatto che voglia giustificarsi significa che questo dottore della legge è per l’interpretazione più restrittiva.

Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre.
Gesù ha cambiato radicalmente il concetto di “prossimo”. Prossimo, nel mondo ebraico, era colui che era oggetto dell’amore. Ebbene, per Gesù, prossimo è colui che ama, quindi prossimo non è colui al quale dirigo il mio amore, ma sono io. Quindi non colui che viene amato, ma colui che ama.

«Un sacerdote scendeva», è importante l’indicazione che sta scendendo. Gerusalemme era la città dove c’era il tempio e Gerico una città sacerdotale.

I sacerdoti salivano a Gerusalemme per entrare in servizio presso in tempio e per una settimana dovevano essere pienamente puri per officiare di fronte al Signore, quindi non abbiamo qui un sacerdote che sale a Gerusalemme, ma che scende. E’ stato a contatto con il Signore per una settimana. E’ pienamente puro; meglio non poteva capitare.

La salvezza è imminente. Ma «Passò oltre». Perché? E’ insensibile? E’ disumano? No, peggio: è una persona religiosa, e secondo la sua religione, la sua legge, il libro del Levitico e dei Numeri gli impedivano di toccare un morto.

La legge va osservata anche quando è causa di sofferenza per gli uomini? Quando c’è conflitto tra la legge divina e il bene dell’uomo, cosa si fa? Il sacerdote non ha dubbi: viene prima la legge divina e poi il bene dell’uomo. Pensiamo a tutte le volte nelle quali la Messa, la frequentazione della Parola, dei Sacramenti non ci toccano il cuore e ci rendono terribilmente legalisti. Quante volte la regola, le procedure, i ritmi ci fanno sentire a posto mentre il fratello muore li solo? E’ questo essere religiosi? Crediamo che sia questa la Buona Novella? Eppure capita. E spesso. Vedi immigrati a Lampedusa….

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.
I Samaritani erano nemici dei giudei. «Lo vide», ed ecco, clamoroso, «ne ebbe compassione». Il verbo ‘avere compassione’ è un verbo tecnico che indica un’azione divina con la quale il Signore restituisce vita a chi non ce l’ha. Si distingue tra ‘avere compassione’, azione divina, e ‘avere misericordia’, azione umana. Avere compassione in questo Vangelo appare tre volte: quando Gesù vede il figlio morto della vedova di Nain, ne ebbe compassione e lo risuscita, quando il Padre del figliol prodigo vede il figlio ne ha compassione e gli restituisce la vita. Ebbene l’unico personaggio al quale viene attribuita un’azione divina è proprio quello che è considerato il più lontano da Dio, un nemico di Dio, un rivale di Dio.

Gesù sta rispondendo alla domanda “chi è il credente”? E’ colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi o colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo? La risposta è molto chiara.

Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Lui aveva chiesto “Chi è il mio prossimo?” Invece Gesù gli chiede “chi sia stato prossimo”. Non fino a dove deve arrivare il tuo amore, il prossimo, ma da dove deve partire il tuo amore. Quindi ricorda che il prossimo non è colui che viene amato, ma colui che ama.

Gesù ci ricorda che essere Uomini e Donne di Dio, ha una implicanza sociale.

Non c’è uno spazio temporale e fisico ove entro in comunione con Dio e gli appartengo e poi uno spazio temporale e fisco “altro” distinto nel quale agisco in perfetta distonia. Quante pagine e parole impiegate a raccontare la quaestio Ora et Labora (c.d. Marta e Maria) come se l’amore si giocasse su altri fronti diversi dal servizio.

Non esiste una legge che mi assolve sempre e mi giustifica comunque.

C’è un amore che mi permea tutto e mi rende “naturalmente” prossimo senza calcoli, senza cautele, senza pregiudizi.

Sono disposto a rischiare in prima persona e cosa sono disposto a perdere? Riesco a leggere le domande odierne e a rispondervi o mi autoassolvo rispondendo che “Prego per te”?

Sì, quel demandare ad altri, a Dio, a quel Dio che oggi mi dice che io, proprio io posso compiere azioni divine..come il samaritano.

Oggi il mondo e i fratelli hanno bisogno di uomini e donne disposti a perdersi per loro e tornano nel cuore le Parole di Papa Francesco: siate pastori che sentono l’odore delle pecore.

Quale può essere la risposta? Il Samaritano, ma il dottore evita di pronunziare l’orrido nome di un nemico, allora dice «Quello…», non accetta di dire “quello che ha avuto compassione”, e dispiace qui vedere la traduzione che traduce così: il verbo greco è differente, infatti dice “chi ha avuto misericordia”. Lui infatti, l’uomo del culto, non tollera – è inaccettabile per lui – che l’uomo possa comportarsi come Dio…

Il dottore della legge, interrogando Gesù, rivela una difficoltà che può essere anche la nostra: a chi devo voler bene, chi merita il mio amore, le mie attenzioni? Gesù con la parabola indica in che modo un buon credente ama Dio, il proprio prossimo e se stesso: in modo incondizionato, senza aspettarsi nulla in cambio e prendendosi cura. In altre parole Gesù chiede ad ognuno di noi di non fare calcoli quando si tratta di voler bene, di amare gratis, senza pregiudizi, senza attendere ricompensa, alla maniera di Dio, per sperimentare così la vita eterna.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Discepoli nudi

luglio 3rd, 2013

XIV DOMENICA T.O./ C                7 luglio 2013

Vangelo Lc 10, 1-12. 17-20
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

La Missione
Gesù invia i discepoli proprio nei luoghi dove lui deve andare. Questo passaggio segue alle condizioni della sequela. Fedele alle ragioni fondanti il  discepolo è il portavoce di Gesù. Non è il padrone della Buona Novella. In quante occasioni pieghiamo la nostra chiamata, la vocazione, la Buona Novella alle nostre esigenze, ai nostri capricci, alle nostre scelte egoistiche rivestite di solidarietà? Gesù li invia a due a due. Ciò favorisce l’aiuto reciproco e così la missione non è individuale, bensì comunitaria. Insieme, soprattutto quando è un insieme faticoso, complesso, si ritrova nella purificazione della comunione la possibilità di scelte libere dal proprio io e colme di Dio che rimandano a Dio.

Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.

La corresponsabilità
La chiamata lascia liberi ed è solo per Amore e con Amore che si può rispondere . L’uomo da solo non potrebbe udire e restare fedele ad una chiamata cosi particolare. Il primo compito è quello di pregare affinché Dio invii operai. Tutti i discepoli di Gesù devono sentirsi responsabili della missione. Per questo devo pregare il Padre, per la continuità della missione; solo Dio mi consente di restare fedele ad una Missione di tale portata. Ciò che è impossibile all’uomo …  Gesù invia i suoi discepoli come agnelli in mezzo a lupi. La missione è un compito difficile e pericoloso. Chi, come Gesù, annuncia l’amore in una società organizzata a partire dall’egoismo individuale e collettivo, sarà agnello in mezzo ai lupi, sarà crocifisso. Non ci può essere Sequela senza croce e cosi fedeltà alla Missione senza croce.

In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

L’ospitalità
I discepoli di Gesù non possono portare nulla, né borsa, né sandali. Devono portare la pace. Ciò significa che devono confidare nell’ospitalità della gente. Così il discepolo che va senza nulla portando appena la pace, mostra che ha fiducia nella gente. Pensa che sarà ricevuto e la gente si sente rispettata e confermata. La Missione domanda fiducia in Dio e fiducia nell’altro che si riscopre fratello. La missione non è un erogatore di pace ma “condivisione di pace”, che domanda relazione, in un reciproco gioco di accoglienza. Non salutare nessuno lungo la strada significa che non si deve perdere tempo con le cose che non appartengono alla missione.

La condivisione
I discepoli non devono andare di casa in casa, ma rimanere nella stessa casa. Cioè devono convivere in modo stabile, partecipare alla vita e al lavoro della gente del luogo e vivere di ciò che ricevono in cambio, perché l’operaio merita il suo salario. Ciò significa che devono aver fiducia nella condivisione. Riscattiamo cosi una strana cultura dell’autosufficienza che ci fa credere che nell’accumulo ci sia la nostra sicurezza. Mascheriamo cosi l’accumulo, come la sicurezza patrimoniale, garanzia di una carità che in fondo sappiamo essere snaturata. Quante volte abbiamo riposto la nostra certezza nel conto in banca piuttosto che nella provvidenza? Il nostro conto corrente non lascia spazio alla provvidenza, la scaccia sostituendola dalla mia autosufficienza.

Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.

Scuotere la polvere dai sandali
Come intendere questa minaccia così severa? Gesù non è venuto a portare una cosa totalmente nuova. E’ venuto a riscattare i valori comunitari del passato: l’ospitalità, la condivisione, la comunione attorno alla mensa, l’accoglienza degli esclusi. Ciò spiega la severità contro coloro che rifiutano il messaggio. Ma loro non rifiutano qualcosa di nuovo, bensì il loro passato, la propria cultura e saggezza! Il programma di Gesù ai 72 discepoli aveva lo scopo di scavare nella memoria, di riscattare i valori comunitari della più antica tradizione, di ricostruire la comunità e di rinnovare l’alleanza, di rifare la vita e così, fare in modo che Dio diventi di nuovo la grande Buona Notizia per la vita umana.

I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare.

L’accoglienza agli esclusi
I discepoli devono occuparsi dei malati, curare i lebbrosi e cacciare i demoni (cf Mt 10,8). Questo significa che devono accogliere dal di dentro della comunità coloro che da essa furono esclusi. La pratica della solidarietà critica la società che esclude una persona dal resto della comunità.

Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Il nome scritto nel cielo
I discepoli ritornano dalla missione e si riuniscono con Gesù per valutare quanto fatto. Cominciano a raccontare. Informano con molta allegria che, usando il nome di Gesù, sono riusciti a scacciare i demoni! Gesù li aiuta nel discernimento. Se loro riescono a cacciare i demoni, è proprio perché Gesù ha dato loro potere. Stando con Gesù non potrà succedere loro nulla di male. E Gesù dice che la cosa più importante non è scacciare i demoni, ma avere il loro nome scritto nel cielo. Avere il proprio nome scritto nel cielo vuol dire avere la certezza di essere conosciuti ed amati dal Padre.

Gesù cambia tutto, stravolge le nostre logiche!
Gesù cambia le nostre miopi visioni facendoci uscire da noi stessi poiché la Missione nasce dall’Amore e si gioca per Amore. L’Amore non ha altre regole che la Libertà da se stessi per Dio verso il fratello.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente
Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it