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La porta degli ultimi

agosto 28th, 2013

Domenica XXII T.O./C                                           1 settembre 2013

Vangelo Lc 14, 1. 7-15

“Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo”.
Interessante questa notazione: c’è un’aspettativa, verso Gesù, non del tutto benevola, si può intuire. I commensali lo “tengono sotto osservazione” in un momento rituale importante, quasi a voler verificare la sua “ortodossia”… Gesù sta al gioco e li provoca, in un contesto altamente simbolico: il sabato che è memoria della creazione, il pranzo che richiama all’esodo, la legge che obbliga al “riposo sabbatico” (il gesto del curare è pertanto vietato…), l’esclusione di chi appare “maledetto da Dio” segnatamente dalla sua infermità. Gesù raccoglie e capovolge il punto di vista dell’assemblea, “toccando” le corde della razionalità e del cuore e dimostrando una perfetta conoscenza dello spirito umano: «Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tira subito fuori in giorno di sabato?». L’osservanza della legge non può essere “disumana”, priva di “intelligenza”… anche perché è nella vita quotidiana, nei rapporti e nei gesti più semplici, come il sedersi a tavola, che si rivela il cuore della persona creata a immagine di Dio.

“Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Il pasto comune era spesso per Gesù l’occasione più adatta per dare insegnamenti fortemente contestualizzati. Nel caso presente non si tratta evidentemente di dare una raccomandazione di “bon ton”; Egli si presenta così come il maestro che insegna una saggezza estremamente concreta e applicata alla vita. In questo caso si tratta di due insegnamenti importanti riguardanti i rapporti con gli altri.

Anzitutto, i criteri per scegliere i posti non si basano sulle precedenze, sui ruoli o la notorietà, ma si ispirano all’agire di Dio che promuove gli ultimi, «perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». Dio esalta i piccoli e i poveri così come Gesù ha introdotto nella commensalità della festa sabbatica l’idropico escluso, o come ha elevato a Regina del Cielo l’umile ragazza di Nazaret.

Inoltre, Gesù, stando in casa del fariseo che l’aveva invitato a pranzo, osserva come gli invitati ricerchino i primi posti. È un atteggiamento molto comune nella vita: ciascuno cerca sempre il primo posto nell’attenzione e nella considerazione da parte degli altri. Tutti, cominciando da noi stessi, ne abbiamo esperienza. Gesù chiarisce che è il Signore a donare a ciascuno la dignità e l’onore, non siamo noi stessi a darceli, magari vantando i nostri meriti. Come ha fatto nelle Beatitudini, Gesù rovescia il giudizio e i comportamenti di questo mondo. Chi si riconosce peccatore e umile viene esaltato da Dio, chi invece pretende riconoscimenti e primi posti rischia di autoescludersi dal banchetto.

Di conseguenza, sono esclusi i criteri di raccomandazione e di solidarietà corporativa: «Non invitare i tuoi amici, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini…» «Al contrario, quando dai un banchetto invita, poveri, storpi, zoppi, ciechi…» (Lc 14,12.13). Ciò implica rinunziare a onori e successi umani in funzione di un servizio senza riserve all’uomo, alla comunità degli uomini, a tutta l’umanità, assumendo il rischio di pagare di persona, prevedendo tradimenti, persecuzioni e perfino una morte quotidiana. Ma Gesù sottolinea che solo accettando tutto ciò, si può capire e manifestare l’immenso amore di Dio per l’umanità e interrompere la spirale di violenza in cui essa è caduta.

Per Gesù l’aiuto ai bisognosi deve percorrere la difficile strada della condivisione, che consiste non nel dare qualcosa di proprio all’altro, ma nel mettere se stesso a sua disposizione, al fine di creare quei rapporti nuovi che anticipano già nell’oggi la realtà futura del regno. La ricompensa alla risurrezione dei giusti è un’immagine con la quale si vuole esprimere la pienezza di vita e di felicità che questa scelta comporta: chi vive in questo modo ha già ricevuto la ricompensa più grande da Dio perché è entrato in piena comunione con lui. Spesso la nostra è una carità dal sapore assistenzialistico che umilia, che ci pone in una posizione superiore all’altro che non diviene fratello bensì resta oggetto della nostra bontà. Con l’invito a pranzo Gesù sembra dire anzitutto a ciascuno di noi che sono le nostre fragilità a renderci figli amati e fratelli del nostro prossimo: l’essere insieme a mensa nel giorno di sabato realizza quello che è il significato fondamentale della celebrazione della memoria dell’uscita dall’Egitto e della creazione.

«Uno dei commensali, avendo udito ciò, disse: «Beato chi mangerà il pane del regno di Dio!”» (Lc 14,15). Questa parola, «mangiare il pane», che richiama la beatitudine del regno mediante l’immagine del banchetto, introduce la parabola della grande cena nel suo significato escatologico. Infatti questo banchetto finale, che è il regno di Dio e la piena comunione con lui, è preparato dalla “commensalità” cioè dalla vita quotidiana. Chi si comporta in modo disinteressato e coinvolgente secondo lo stile di Dio ottiene la beatitudine del regno, cioè raggiunge quella felicità che consiste nella piena condivisione dell’amore di Dio.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Gesù verso Gerusalemme

agosto 20th, 2013

Domenica XXI T.O./C           25 agosto 2013

Vangelo Lc 13, 22-30

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».

L’appartenenza al popolo di Dio non è un privilegio per noi, ma un servizio per gli altri, nè una esclusiva fine a se stessa per pochi eletti; è un invito rivolto da Dio a tutti gli uomini, una chiamata per tutti che domanda una risposta fatta di una nuova uguaglianza e di nuovi rapporti fra gli uomini. Una chiamata affinché tutti, nessuno escluso, arrivino al Regno, seduti  alla stessa mensa.

Tutti ci muoviamo nella storia verso una medesima terra promessa. Con un certo spirito…:

Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

La porta stretta è quel coraggio di una vita donata. Solo chi avrà donato la vita come Gesù con un impegno per la costruzione di un mondo nuovo potrà entrare nella sala e sedere al banchetto.

Non basterà essere andati a Messa la domenica e i giorni di precetto, non servirà aver organizzato la festa patronale o l’iniziativa per le missioni, se non avremo cercato di togliere l’ingiustizia dalla nostra realtà personale e sociale. Cristiani per abitudine o come esclusiva che ci abilita a considerarsi migliori, rischiamo di vivere una religione incapace di incidere nella società, di riconoscere e combattere le ingiustizie, di sanare il guasto.

Dobbiamo smettere di uniformarci al pensiero comune, tanto comodo per noi, per divenire cristiani “scomodi” perché richiamano alla giustizia e alla solidarietà, anzitutto con la propria vita.

Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Le parole di Gesù ci appaiono dure e a tratti incomprensibili, eppure nascono dal Suo amore profondo ed eterno verso ciascuno di noi.

Quando qualcuno ci ama veramente sa dirci la verità di noi stessi e della storia dell’uomo.

Gesù parla con chiarezza alla nostra responsabilità e proprio in questo mostra che ci rispetta e ci ama, chiamandoci per nome; scopriamo così noi stessi e non siamo più soli. La vittoria sulla solitudine genera la gioia: allora vivere è una festa.

Il regno di Dio è comunione, non può essere un luogo per pochi. Da questa certezza il nostro impegno a vivere il presente donando la vita come ha fatto Gesù, rifuggendo ogni scelta comoda ed egoista. Infatti, siamo avvertiti che non giova nulla all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso. Per questo l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì stimolare la nostra sollecitudine nell’impegno relativo alla terra presente per rendere l’oggi più giusto per molti, per tutti.

Qui sulla terra e oggi il regno è già presente, in mistero; ma, con la venuta del Signore, giungerà a perfezione e ci vedrà fratelli desiderosi di vivere una gioia condivisa perché sin dal presente ci siamo adoperati nella ricerca della comunione e della condivisione.

La nostra sia una fede del servizio e della comunione mai dell’esclusione.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Gesù disse…

agosto 14th, 2013

XX Domenica T.O./C                       18/08/2013

Vangelo  Lc 12, 49-57

Il cristiano vero è scomodo perché non si omologa ma si fonda in Cristo Uomo Vero.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione.

Il regno di Dio è la realizzazione della comunione tra gli uomini e con Lui. Come mettere d’accordo questa verità con queste parole del vangelo? Eppure sappiamo che la risposta è nel fatto che la Parola di Dio è una parola viva, spesso scomoda, perché la comunione non sposa i compromessi. Infatti la Parola di Dio è anzitutto l’annuncio della verità che come tale suscita  sempre opposizione.

Le parole di Gesù sono improntate ad un profondo realismo: il suo regno creerà nuove divisioni. Chi lo accoglie non entra in uno stato di “tranquillità”, ma prova dapprima in se stesso la guerra e la divisione. Egli non può accettare l’ambiguità del compromesso, non può vivere il bene e il male, trovare un accordo tra il vero e il falso, non può affidarsi totalmente alle certezze umane, deve abbandonare continuamente la certezza delle tranquille abitudini per l’incertezza di una terra che non possiede.

Tutto ciò è mosso dall’Amore. Ma non c’è amore vero che non porti con sé la sofferenza, non c’è verità che non ferisca. Se l’amore è dono gratuito non può non essere distacco da se stessi e ciò domanda una armonia interiore che superi l’ambiguità. Il profeta è colui che annuncia la verità profonda dei fatti. Poiché la realtà dei fatti è l’azione imprevedibile di Dio che interpella la libertà della persona, tale verità suscita sempre nell’uomo il dubbio, la paura del rischio, l’incertezza. In quante occasioni abbiamo preferito affidarci alla sicurezza della prudenza umana piuttosto che abbandonarci all’imprevedibilità di Dio per essere una voce alternativa? Una voce capace di rompere il silenzio della rassegnazione?

D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Scegliere Cristo in un mondo dominato dal peccato, da scelte comode può avere come prezzo il farsi dei nemici. Chi si mette dalla parte di Cristo entra per ciò stesso nella mischia e nella lotta. Non si può considerare né è ritenuto un neutrale: per molti è un nemico. La storia dell’umanità può far conto sulla volontà di comunione, di impegno, di collaborazione del cristiano, ma il suo progetto di liberazione, la sua utopia di un amore senza confini non possono non suscitare dissensi nella famiglia, fra gli amici, nella società, imporgli delle scelte che urteranno la tranquillità di molti.

Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?».

E’ sui valori che si giocano l’impegno e la vita, che si compie la comunione o sorgono le opposizioni. Ecco perché il cristiano supera la divisione con l’amore. Anche se la sua parola e la sua azione creano divisioni ed opposizioni, egli non rende male per male, ma sa vincere il male con il bene. Ripaga l’odio con l’amore. La parola di Dio mi libera anzitutto da me stesso e dalla paura della solitudine, dell’opposizione, rendendomi un profeta capace di contribuire alla comunione vera, quella che non nasce dal compromesso bensì dalla verità.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Non temere, piccolo gregge

agosto 7th, 2013

Domenica XIX del T.O./C              11 agosto 2013

Luca 12,32-48

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”.

La fede ci fa vivere la vita in modo nuovo e scaccia la paura di essere e sentirsi poveri; noi piccolo gregge di per sé contiamo poco, ma contiamo molto perché il Padre ci ama e ci ha dato il suo Regno.

Quali sono le nostre paure? Sentiamo l’amore paterno di Dio? Crediamo che le fatiche e le difficoltà spesso colme di attese possano essere superate se ci apriamo all’altro piuttosto che chiuderci in scelte egoistiche e personali?

“Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

Si tratta di vedere qual è il mio vero tesoro. Se considero oggetto del mio amore il vero tesoro che è Gesù, il tesoro non saranno più i beni miei, che io amministrerò per tutti come cosa Sua. Quando l’uomo trova in Gesù il suo vero tesoro sarà sempre capace di anteporre a sé il bene dell’altro, l’interesse pubblico anche a prezzo della propria immagine. Mi domando: sono disposto a perderci, a essere deriso, a subire l’irriconoscenza e a continuare a restare al servizio della cosa pubblica, della chiesa, della società, della mia congregazione, della mia famiglia? Se sì, sarò un uomo e un credente libero, che ha un valore in sè e così saprà sempre trarre dal male il bene perché capace di giocarsi. Qui Gesù non ci domanda di “non possedere” o di “mollare”, ma di riconoscere realmente le nostre priorità.

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese…

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli…
Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”.

Il senso della vita è nell’attesa perché alla fine si invertiranno le parti. La nostra è un’attesa che si apre oppure è un’attesa che cova l’opportunità di sopraffare?… Il nostro e’ un potere che serve perché è una chiamata ? Si perché solo la chiamata abilita a servire; l’autonomia conduce al potere spasmodico e ansioso e le cose ci rendono “padroni”, perché da strumenti divengono tesoro da tenere stretto per la propria auto-affermazione… Lo sospetta Pietro, che domanda chiarimenti a Gesù: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. E il Signore, pazientemente, fa capire che il tradimento del servo parte dal cuore perché il suo tesoro non sta nel bene del padrone, quando presume di avere potere di maltrattamento perché il padrone tarda a venire.

I figli hanno un altro rapporto con il Padre e con i suoi beni, che non sono il fine, ma il mezzo. Tutto viene dalla paternità di Dio. L’accumulo non sazia. Anche la fatica di vivere è accettabile quando è accolta dall’amore del Padre, la cui “casa” è luogo del riposo e della gioia vera. Il tutto, nel segno di una sana responsabilità e libertà personale:

“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it