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CONOSCO IL NOME DEL POVERO?

settembre 25th, 2013

XXVI Domenica T.O./C. Domenica 29 settembre 2013
Vangelo secondo Luca (16,19-31)

Ogni volta che Gesù ha una cosa importante da comunicare, ricorre alla formula della parabola. Così, attraverso la riflessione su una realtà visibile, ci conduce a scoprire le chiamate invisibili di Dio, presenti nella vita.

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
I due estremi della società: la situazione del ricco e del povero. Da un lato la ricchezza aggressiva, ingiusta, discriminatoria, dall’altro il povero senza risorse, senza diritti, coperto di piaghe, senza nessuno che lo accoglie, tranne i cani che vengono a leccare le sue ferite. Ciò che separa i due è la chiusura egoista del ricco rappresentata dalla porta chiusa della sua casa.

Eppure il povero ha una identità, ha un nome, al contrario del ricco. Il povero si chiama Lazzaro. Significa “Dio aiuta”. Dio non abbandona il ricco, non abbandona nessuno e attraverso Lazzaro cerca di aiutarlo, affinchè possa avere il suo nome nel libro della vita. Ma il ricco non accetta di essere aiutato dal povero, poiché mantiene la porta chiusa. Colpisce la sua mancanza di consapevolezza. Le parole di Gesù ci rimandano in modo decisivo alla realtà odierna, anche sociale e politica… quando si incontrano personaggi del Potere con la porta dell’insensatezza tenacemente chiusa!

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo.
Fino a quando il povero è ancora vivo e sta alla porta, per il ricco c’è ancora possibilità di salvezza. Ma dopo che il povero muore, muore anche l’unico strumento di salvezza per il ricco.  Quante volte anche noi affidiamo la nostra salvezza in modo cosi egoista al miracolo piuttosto che all’incontro con il povero che – mentre gli restituisco la sua identità – mi salva. Pensiamo di poter comprare anche la salvezza, che cessa di essere lo spazio di una vita vissuta nell’Amore.

Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Il ricco scopre che Lazzaro era il suo unico benefattore possibile. Ma ora è troppo tardi! Il ricco senza nome è mantiene uno stridente linguaggio fiducioso in un contesto di disperazione, riconoscendo Abramo come “padre” e ricevendone l’appellativo di “figlio”. Non era questo il suo linguaggio in vita…

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
Questa severa parola di Abramo non esprime, come potrebbe parere, il giudizio di Dio sul malvagio, ma l’impossibilità da parte di Dio – se non Gli è concesso dalla libertà umana – di toccare il cuore di colui che volontariamente si allontana dal Bene.

E quello replicò: Il ricco insiste: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Il ricco è preoccupato per i fratelli, ma mai si è preoccupato dei poveri! E’ ancora centrato su se stesso e non si apre come non ha aperto la porta al povero. E’ lontano per sempre da una logica di gratuità, di libertà, in quanto non comprende che anche i fratelli faranno la sua stessa fine, se liberamente non cercheranno la giustizia quando ne hanno la facoltà.

Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.
Il ricco conosceva a memoria la Bibbia. Ma non si è reso mai conto del fatto che la chiave che il ricco aveva per poter capire la Bibbia era il povero seduto alla sua porta! Il povero come profeta in nome di Dio: l’incontro con Lui è anzitutto frutto di una relazione attraverso la Parola, per noi fatta carne. La carne di Gesù coincide con la carne del povero, secondo la coinvolgente espressione di papa Francesco. Da qui la nostra personale salvezza, che non può essere delegata, che deve essere abbracciata fisicamente, nell’incontro con Gesù.

Questo è il tempo della salvezza, so riconoscerlo? Il tempo è un dono prezioso di Dio, un dono che passa e non torna; sciuparlo, equivale a una bestemmia. (Lorenzo Milani)

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

A partire dal poco

settembre 18th, 2013

Domenica XXV T.O./C.                                                     22 Settembre 2013

Vangelo secondo Luca 16,1-13

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi.
Il padrone deve fidarsi del suo amministratore, poiché gli mette in mano qualcosa di prezioso, gli consegna i suoi beni. E l’amministratore deve essere degno di questa grande fiducia ricevuta in dono. L’accusa è gravissima: tradimento della fiducia, furto, malversazione. Nel caso di specie è veritiera. La parabola parte da una situazione di grande criticità, per entrambi gli attori.
Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

Il padrone chiede conto richiamando l’amministratore al concetto di responsabilità come capacità di saper dare ragione del proprio operato. L’uomo ricco non pensa – si direbbe – al danno ricevuto (morale e materiale), ma piuttosto a favorire la presa di coscienza del dipendente disonesto.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

L’amministratore prende coscienza di se stesso, del proprio limite; sa di aver agito in modo disonesto e conosce il proprio destino di estrema solitudine. Pertanto progetta una soluzione al problema che non sarà morale (nella linea della sua personalità), ma comunque efficace a risolvere il suo problema.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Forse, ascoltando ai nostri tempi questa parabola, potremmo restare stupiti e pensare che Il Maestro di Nazareth ci presenti come modello l’agire dell’amministratore disonesto, in quanto tale. In realtà, emerge chiaramente la negatività del comportamento di quest’ultimo. Nessun dubbio sul suo errore di fondo. Viceversa, nel raccontare questa parabola, il Maestro vuole che emerga piuttosto la furbizia di quest’uomo, che ha saputo trovare una via di uscita nella situazione in cui si trovava, in un certo senso “volgendo al bene” (proprio e altrui) il male compiuto. Ha usato la sua intelligenza per tirarsi fuori dai guai: infatti Gesù conclude con realismo: “I figli di questo mondo, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce”. C’è una sapienza che noi dobbiamo applicare, dobbiamo sapere commerciare nell’ambito della fede. Noi non siamo chiamati ad essere dei cristiani inebetiti, addormentati, ma sapienti, vivaci, limpidi, che usano le cose di Dio sapendo bene quanto è importante ciò che hanno in mano. Se io sono disposto a mandare la coscienza in letargo per piccole cose, figuriamoci se non sono disposto a farlo per grandi cose. Se sono disposto a far tacere la mia coscienza per non pagare una cosa che è dovuta, che è piccola “…ma è piccola!”. Ma se per una cosa piccola non sei disposto a sacrificarti e a obbedire alla tua coscienza, lo farai per le cose grandi, e quindi più “faticose”? Se sei disposto a rubare un euro vuol dire che sei molto più disposto a rubare un milione di euro. Le persone si valutano dai particolari. Per capire le persone bisogna guardare come si comportano nelle piccole cose, quando nessuno le guarda, quando uno non conta niente; è lì che emerge la fedeltà, verso se stesso, verso gli altri, verso Dio.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Lasciarsi abbracciare

settembre 11th, 2013

Domenica XXIV T.O.C.                 15 settembre 2013

Vangelo secondo Luca (15,1-32)

In quel tempo, Gesù disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

Ricevere l’eredità non è un merito. É un dono gratuito che non può essere una pretesa. L’eredità dei doni di Dio è distribuita tra tutti gli esseri umani, sia cristiani che non cristiani. Eppure questa gratuità spesso diviene pretesa e richiesta di esclusiva. Una eredità che, se è destinata verso tutti, non è curata da tutti allo stesso modo. Così, il figlio più giovane parte e va lontano e sperpera la sua eredità in una vita dissipata, allontanandosi dal Padre. Al tempo di Luca, il più anziano rappresentava le comunità venute dal giudaismo, e il più giovane, le comunità venute dal paganesimo. Ed oggi chi è il più giovane ed il meno giovane? La risposta non è cosi scontata.

Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

La situazione in cui si trova fa sì che il giovane ricordi come si trovava nella casa di suo padre. Fa una revisione di vita e decide di tornare a casa. Prepara perfino le parole che dirà al Padre: “Non merito di essere tuo figlio! Trattami come uno dei tuoi impiegati!” L’impiegato esegue ordini, adempie la legge della servitù. Il figlio più giovane vuole adempiere la legge, come lo volevano i farisei e gli scribi nel tempo di Gesù (Lc 15,1). Un giovane che non aveva ancora compreso che, come per dono aveva ricevuto l’eredità, per dono sarebbe stato riaccolto. Spesso anche noi prepariamo i discorsi difensivi come se anche il perdono fosse un bene meritato e dunque preteso. Il rapporto di Amore è sempre uno scambio di dono che non può sposare il merito e la pretesa. Un pensiero, questo, non ben radicato anche nel figlio maggiore, come leggeremo.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

L’impressione che ci è data da Gesù è che il Padre rimase tutto il tempo alla finestra per vedere spuntare il figlio dietro l’angolo! Secondo la nostra maniera umana di sentire e di pensare, l’allegria del Padre sembra esagerata. Spesso pensiamo che non sia educativo accogliere, ritenendo che l’altro debba “pagare” il suo conto. In realtà non sempre la nostra modalità ha il sapore della pena redentiva, bensì punitiva, che ci fa sentire sempre più giustificati e a posto. Qui invece il padre non lascia nemmeno finire al figlio di dire le parole che ha in bocca. Il Padre non vuole che il figlio sia suo schiavo. Vuole che sia figlio! C’è uno splendido dipinto di Rembrandt  che ritrae il padre curvo sul figlio in ginocchio che sembra rinascere dal grembo del Padre come se l’abbraccio del Padre gli restituisse la vita, la dignità di essere figlio. E avviene come con la maternità che ridà la vita e la paternità che restituisce la dignità di essere figlio. Questa è la grande Buona Novella che Gesù ci porta e che è la naturale conseguenza di una Storia d’Amore dove non si sono meriti, pretese ma c’è lo spazio solo per il dono! Tunica nuova, sandali nuovi, anello al dito, vitello, festa! Nell’immensa gioia dell’incontro, Gesù lascia trasparire com’era grande la tristezza del Padre per la perdita del figlio. La gente si rende conto ora, vedendo l’immensa gioia del Padre per l’incontro con il figlio! E’ una gioia condivisa con tutti nella festa che fa preparare.

E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare.

Il figlio maggiore, rinchiuso in se stesso, pensa avere il suo diritto poiché ha i suoi meriti. Non gli piace la festa e non capisce il perché della gioia del Padre. Segno questo che non aveva molta intimità con il Padre, malgrado vivesse nella stessa casa. Sempre nel dipinto di Rembrandt il figlio maggiore è raffigurato con gli stessi vestiti del padre ma le sue mani sono chiuse a differenze di quelle del Padre che sono aperte, accoglienti, avvolgenti. Il figlio maggiore gode della dignità del Padre, eppure resta fuori dalla pedana che vede elevati in uno splendido gesto d’amore il Padre e il figlio minore. Il figlio maggiore aveva tutto; partecipe della pienezza del Padre non aveva compreso che ciò che apparteneva al Padre era suo. Per questo si sentiva un estraneo per il quale il padre non aveva mai sacrificato un capretto. Quante volte la nostra chiusura verso l’altro nasce da quella strana insicurezza che ci assale e ci fa sempre sentire di meno, meno amati, meno accolti, gli eterni figli maggiori che soffrono perché i fratelli minori sono sempre i più amati e più scusati. Eppure questo, mentre è un agire naturale in un bambino, si trasforma in una forma di egoismo nell’adulto.

Se il fratello maggiore avesse avuto consapevolezza piena del “suo essere con il padre da sempre e per sempre in modo unico” avrebbe notato l’immensa tristezza del Padre per la perdita del figlio minore ed avrebbe capito la sua gioia per il ritorno del figlio. Chi vive molto preoccupato nell’osservanza della legge di Dio corre il pericolo di dimenticare Dio stesso! Il figlio più giovane, pur essendo lontano da casa, sembrava conoscere il Padre meglio del figlio maggiore che viveva con lui… Infatti il più giovane ha avuto il coraggio di tornare a casa dal Padre, e rinascere, mentre il maggiore si rifiuta di salire su quella splendida pedana dell’amore e della vita ove nulla è dovuto, ma è meravigliosamente dono.

Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”.

La risposta del fratello maggiore è colma di malizia, che gli fa mal interpretare la vita del fratello più giovane, non lasciando più spazio per il perdono, la vita, l’accoglienza. Quante volte il fratello maggiore interpreta male la vita del fratello più giovane? Quante volte noi cattolici interpretiamo male la vita e la religione degli altri? L’atteggiamento del Padre è aperto. Lui accoglie il figlio più giovane, ma non vuole nemmeno perdere il figlio maggiore. I due fanno parte della famiglia. L’uno non può escludere l’altro!

Nello stesso modo, come il Padre non fece attenzione agli argomenti contrari al figlio minore, così neanche fa attenzione a quelli del figlio maggiore e dice: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”». Il maggiore era veramente consapevole di stare sempre con il Padre e di trovare in questa presenza la ragione della sua gioia? L’espressione del Padre “Tutto ciò che è mio, è tuo!” include anche il figlio minore che è ritornato! Il maggiore non ha diritto a fare distinzioni e se vuole essere figlio del Padre, deve accettarlo com’è e non come gli piacerebbe che il Padre fosse! La parabola non dice quale fu la replica finale del fratello maggiore. Resta a carico del figlio maggiore, che siamo noi!

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Chi di voi, se…

settembre 4th, 2013

DOMENICA    XXIII  T.O./C        8 Settembre 2013

Lc 14,15-23

L’ amore per Dio-Amore supera ogni altro amore, poiché è il solo che li include tutti. Questo è il criterio con cui Gesù ci invita a stabilire le priorità nella nostra vita. Quale spazio occupano le priorità evangeliche nella mia vita e in quella delle mie comunità familiare, lavorativa, ecclesiale? Non è questione di avere o non avere, quanto di priorità dell’Amore.

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Come spiegare questa
contraddizione? Ma è una contraddizione? Gesù non può chiedere di Odiare per Amare. Per comprendere questo passaggio dobbiamo contestualizzarlo. Al tempo di Gesù la difficile situazione sociale ed economica portava le famiglie a rinchiudersi in sé e impediva loro di compiere la legge del riscatto (goel), cioè di soccorrere i fratelli e le sorelle della comunità (clan) che erano minacciati di perdere la loro terra o di cadere nella schiavitù (cf. Dt 15,1-18; Lv 25,23-43). Chiuse in se stesse, in una assoluta autoreferenzialità, le famiglie indebolivano la vita in comunità. Gesù vuole che ciascuno di noi esca da se stesso per ricostruire questa vita. Per questo chiede di superare la visione ristretta della piccola famiglia che si chiude in se stessa e rimanda alle famiglie di aprirsi e di unirsi tra loro in una grande famiglia, in comunità. Questo è il senso di “odiare” il padre e la madre, la moglie, i figli, le sorelle ed i fratelli. Gesù stesso, quando i membri della sua piccola famiglia vogliono riportarlo a Nazaret, non risponde alla loro richiesta. Ignora o odia la loro richiesta ed allarga la famiglia dicendo: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,20-21.31-35). I vincoli familiari non possono impedire la formazione della Comunità. Questa è la prima condizione.

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
L’amore che Gesù ha in mente non è di tipo ideale, romantico e idilliaco, ma ha dei tratti molto realistici e concreti. Non posso dire e tanto meno essere certo di amare Gesù se non desidero assumermi con consapevolezza e costanza le mie responsabilità quotidiane, per quanto faticose e dolorose possano essere a volte. Spesso inganno me stesso illudendomi di poter amare Gesù fuori dalla realtà come se fossi dissociato, mentre in realtà sono un eterno adolescente.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Un altro tratto del realismo dell’amore di Gesù è nel consiglio di valutare le proprie capacità e di preventivare lo sforzo in ragione dell’obiettivo: nessuno mette in opera un progetto, come costruire una torre o vincere una battaglia, senza una valutazione preliminare delle risorse e una previsione di fattibilità. Allo stesso modo, e a maggior ragione, chi vuole partecipare al suo progetto d’amore – dice Gesù – deve prenderne davvero coscienza, “attrezzarsi” all’impresa e sapersi affrancare seriamente da tutto. Queste parole non vogliono essere un deterrente quanto una presa di consapevolezza che amare Dio e il prossimo è un’esperienza esigente che domanda consapevolezza, costanza, dono di sé: Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Essere cristiano, seguire Gesù, è una cosa seria. Oggi si assiste ad uno strano fenomeno: essere cristiano appare una scelta personale, autoreferenziale, una moda, non la risposta ad una chiamata d’amore.

Dunque non è questione di odiare. Due le parole chiave: Risposta e Priorità all’Amore nel vissuto quotidiano.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it