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Viene il mattino …

novembre 29th, 2013

Domenica I di Avvento/A     1 dicembre 2013

Potremmo sintetizzare così il tempo dell’Avvento che ci avviamo a percorrere, un mattino nuovo, pieno di luce e di speranza! È un tempo segnato dalla Parola di Vita che ci raggiunge nella nostra quotidianità per aprirci alla possibilità di intraprendere un cammino: preparare il cuore per accogliere e riconoscere il Signore che continuamente e progressivamente viene. La nostra vita è nel segno dell’Avvento, nel segno di ciò che deve venire; l’attesa che celebriamo è l’incontro con il Veniente che dà senso e significato profondo alla nostra vita.

Le letture di questa I domenica di Avvento ci esortano a camminare … in modo nuovo!

Isaia riconosce che c’è una risposta all’attesa dell’uomo: il compimento della salvezza; Venite, saliamo al monte del Signore … perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri (Is 2,1-5).Dio non verrà meno alla sua promessa perché lui stesso è la promessa, è Parola che illumina la vita.

San Paolo ci invita a camminare come figli della luce: è il tempo di aprire gli occhi dal torpore del peccato e camminare verso la luce (Rm 13,11-14). Si tratta di una progressiva trasformazione della persona, del suo vissuto, alla luce e al calore di quell’amore con cui è stata creata e redenta. Si tratta dell’amore che si realizza. Ma la gestazione dell’uomo nuovo deve fare i conti con la fragilità della nostra natura, con le ferite che ci procuriamo nel combattimento che la vita cristiana comporta. Si tratta di accettare che questa vita è esposta a forti discontinuità e che, per questo, bisogna troncare con le abitudini del peccato.

Il Vangelo di Matteo ci richiama ad assumere un atteggiamento di discernimento e di vigilanza. È l’occhio luminoso di cui parla Sant’Efrem il Siro, l’occhio di fede capace di riconoscere in tutto quello che vive come Dio si rivela. Cosa permette questa visione luminosa? La purificazione del cuore. Se il cuore è libero, non intaccato dal peccato l’occhio può vedere e riconoscere “le cose nascoste”. Se è vero che la Parola cresce con chi la legge così è per la luce, cresce con il crescere della fede. Il Signore viene, stiamo attenti, educhiamo il cuore per mezzo della vigilanza. Questa attenzione è tuttavia la madre della preghiera: si è attenti a sé stessi per essere attenti a Dio. Nell’uomo che abbandona il peccato e si converte a Dio si sviluppa pian piano una simpatia con il mondo spirituale, una “connaturalità”. Fare attenzione alla voce di questa “connaturalità” è percepire i misteri divini quali essi sono in noi, quali entrano nella nostra vita. Allora il cuore diventa una fonte di rivelazione (Cardinal Tomáš Špidlík).

sr Serenella Contaldo
Suore Orsoline F.M.I.

Perdono e regalità

novembre 20th, 2013

Lc 23,35-43

DOMENICA XXXIV  T.O./C                                      24 Novembre 2013


In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».

Parole che deridono eppure racchiudono la massima incomprensione del mistero di Gesù e del mistero di Dio. Ciechi e stolti, non comprendiamo che proprio perché Gesù è il Cristo di Dio, non salva se stesso, perché il suo potere senza limiti riguarda la salvezza degli altri, non la sua. Questa è la logica dell’amore: donare, spendersi per altri, dimenticandosi.

Gesù in croce rappresenta una delusione per i capi che pensavano a un Dio onnipotente, giusto giudice della storia mentre lì si mostra impotente, giudicato come malfattore e giustiziato, come una bestemmia, non una benedizione. Invece Dio è Dio, perché perde se stesso per amore.

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

I due ladroni, uno a destra e uno a sinistra, riportano alla memoria la domanda della madre dei figli di Zebedeo. Sul calvario il paradosso mostra che quelli per cui il Padre ha preparato i due posti accanto a Gesù sono due malfattori. Un paradosso che scandalizza, destabilizza, delude gli affaristi eppure è la massima espressione dell’amore. Seli occupano loro, allora chiunque può stare accanto al Re che, prima di morire e prima di ogni cosa, “ordina” al Padre il perdono.

E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Tutta la storia in tre frasi: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”; “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” e “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

Il rapporto fra Gesù e i due crocifissi è senza eguali. I due malfattori incarnano la natura umana, ma rovesciata: ora è l’uomo che condivide la condizione di Dio e dicendo “Gesù, ricordati di me”, il malfattore si mette vicino a Dio come uomo e come fratello. La risposta di Gesù tiene conto di questa relazione: “Oggi sarai con me”.  Dio si è fatto uomo per ricondurre l’uomo a Dio.

I capi, i farisei, il popolo e forse anche noi non abbiamo voluto accogliere il mistero della regalità di Cristo. Cristo è il vero Re proprio nella debolezza, lì impotente in croce perché capace di annullare l’abisso tra Sé e il peccato dell’uomo. “Quando sono debole è allora che sono forte, poiché nella mia debolezza si manifesta la potenza di Dio” (2Cor 12,9-10).

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Tutto crolla…ma non Dio

novembre 14th, 2013

XXXIII Domenica T.O./C                                                     17 Novembre 2013

Luca 21,5-19

Luca introduce il discorso di Gesù con alcune frasi che servono a situarlo nel tempo e nella spazio. Gesù ci riporta sempre alla realtà, ci richiama ad un sano realismo oltre ogni nostra fuga, fantasia che sposta le proprie responsabilità. Il mondo ha bisogno di “testimoni” non di “predicatori”.

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

Curioso: il tempio di Gerusalemme è una delle sette meraviglie del mondo, eppure Gesù ne predice la distruzione. Più che lo splendore dei marmi (come sepolcri imbiancati) dei nostri templi, più che la ricchezza delle cerimonie, Dio vuole lo splendore della vita di un popolo. Più che in un luogo, Dio abita in mezzo ad una comunità.

Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Gesù viene interrogato sulla fine del tempio. La distruzione di Gerusalemme era già avvenuta quando Luca scrive il vangelo. Difatti vuole indicare che si sta andando non verso “la fine definitiva”, bensì verso “il fine ultimo”. Alla paura della fine e della morte, Gesù mostra un destino diverso per l’uomo e per il mondo: il suo mistero di morte e risurrezione.

Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.

Luca vuole nuovamente sottolineare che le persecuzioni di cui i cristiani saranno fatti oggetto non sono il segno che la fine è imminente, ma fanno parte dell’esperienza tipica del cristiano in ogni tempo. La persecuzione ha il solo scopo di rendere possibile la missione. Tornano al cuore e alla mente le parole di Papa Francesco che ci ricorda come senza la croce le nostre opere sarebbero delle buone ONG ove però non c’è Cristo.

Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.

Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Alla persecuzione da parte di estranei si aggiungerà l’opposizione dei propri cari. Occorre mettere in conto anche il tradimento da parte dei propri parenti, genitori e fratelli, magari persone che condividono la stessa fede. Come potremmo sostenere una morte violenta? Quale è il senso di tanta  persecuzione?

L’esistenza cristiana ritrova la pienezza di senso là dove si individuano l’impegno a favore della pace e della giustizia sociale e la difesa dell’ambiente, che Dio ha messo a disposizione di tutti e di tutte le generazioni. Non esiste alcuna ingiustizia sociale di fronte alla quale il cristiano possa rimanere indifferente. La sua posizione non deve essere quella di una pura difesa, fine a se stessa, della fede, ma piuttosto deve orientarsi nel senso di una collaborazione fattiva con gli altri uomini perché questo mondo diventi più giusto per tutti.

Questo impegno nel mondo e per il mondo in tutti i suoi aspetti ha i suoi costi. L’accettazione delle persecuzioni non deve però essere semplicemente il pedaggio da pagare per «guadagnare» la propria anima, ma deve servire come opportunità per dare testimonianza a Cristo e al suo vangelo. In realtà solo una scelta radicale – l’opzione fondante -, può smuovere i cuori degli uomini e porre le premesse di un mondo migliore.

Crediamolo ogni istante che tutto il male del mondo non potrà mai produrre la fine del mondo; il male massimo l’abbiamo già fatto: crocifiggere Cristo, il Figlio di Dio. L’ eucaristia ci fa memoria che questa non è stata la fine, bensì è stato l’inizio del mondo nuovo.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it

Una meravigliosa sorpresa

novembre 5th, 2013

XXXII DOMENICA T.O./C                                                                         10 novembre 2013

Luca 20,27-38

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muoreil fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Cosa c’è dopo la morte? Una domanda, antica quanto l’uomo. Ma i sadducei non stanno compiendo una “ricerca onesta” che li avrebbe condotti ad accogliere “la risposta” quanto piuttosto cercavano di “incastrare” Gesù, attraverso le discussioni, tipiche della tradizione ebraica, sui diversi modi di interpretare la Legge di Mosè, in questo caso la legge del levirato. Gesù saprà cogliere l’occasione e trasformare una domanda miope e insidiosa in una risposta che apre la mente e il cuore alla verità più grande del messaggio cristiano: la vittoria sulla morte.

Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

È umano farsi tante domande sulla resurrezione; i primi cristiani discutevano molto su questo tema come ci testimoniano le Lettere di Paolo. La vera risposta è che non si possono capire le realtà dell’al di là solo con i ragionamenti di quaggiù, spesso viziati da mancanza di fiducia in Dio, anche perché le nostre domande esprimono la preoccupazione di un “giudizio di morte” piuttosto che di una “ricerca della via, verità e vita”, che è Gesù stesso.

La risposta di Gesù perciò non può essere presa alla lettera, ma deve essere inserita nel contesto. Non si tratta di sminuire il matrimonio e l’amore umano tra un uomo e una donna, che è dono fin dall’inizio e il segno grande dell’amore di Dio per il suo popolo. Si tratta invece di collocarci in un contesto diverso, che sarà dono di Dio.

In ogni caso, infatti, i “figli della resurrezione”, come gli angeli, vedono la loro realtà in rapporto a Dio e al suo amore e quindi non più con il filtro delle debolezze o dei limiti umani fisici, di tempo, di personalità.

Le parole di Gesù ci offrono l’anticipazione di quella meravigliosa sorpresa che sarà il paradiso: vedere, amare e godere Dio senza fine; attraverso di Lui, alla luce e al calore della sua presenza, i figli della risurrezione ritroveranno pienamente se stessi e i loro cari.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative
www.fidaelombardia.it