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Il compimento della Legge: la Beatitudine

gennaio 29th, 2014

Domenica IV T.O. /A       2 febbraio 2014

La Beatitudine, la Gioia è presente già qui ed ora perché il Regno è già in mezzo a noi, in Cristo; infatti se ascoltiamo attentamente il testo di questa domenica,ci accorgiamo che le beatitudini eccetto la prima e l’ottava, rimandano al compimento della beatitudine al futuro, un futuro che per Gesù e grazie alla sua Pasqua, è Speranza certa! E anche, la prima e l’ottava racchiudono le altre sei – attraverso la tecnica del chiasmo, tipica per gli ebrei, che favorisce la memorizzazione di ciò che è essenziale – e annunciano, a chi ascolta, la Beatitudine del possesso del Regno dei cieli. La vediamo realizzarsi nel presente delle persone, perché come Gesù proclamava nel brano della scorsa domenica: “Il Regno dei cieli (ossia Dio, nel suo Figlio venuto nella carne) è vicino – è qui !”.

Chi sono i poveri e perché a loro appartenga il Regno, ce lo rivela proprio la prima lettura, che è tratta dal profeta Sofonia.

Il povero, o meglio “un popolo umile e povero” confida solo nel Signore. Egli è la sua unica forza e sicurezza. Il povero vive solo grazie a Dio, che è la sua  roccia – più volte ricorre questo tema nei salmi.

È una persona giusta nel senso biblico, aderisce alla volontà di Dio anche a costo della vita. Agisce con equità e con verità nei confronti di Dio e dei fratelli.

Una donna esempio di povertà e di giustizia è la regina Ester (si pensi alla bellissima preghiera che ella innalza a Dio prima della sua intercessione presso il re Artaserse per salvare il popolo ebreo Est 4,17k-17z).

Gesù, sulla montagna, come Mosè sul Sinai, indica a quanti lo ascoltano ascoltano (i discepoli, diretti interlocutori delle ultime due beatitudini, ma anche la folla che lo segue), che le nuove Tavole dell’Alleanza sono ora scritte nella vita di un solo Uomo: il Povero di Jhawè per eccellenza, Lui stesso. Egli è povero, perché si fida e confida nel Padre e agisce sempre secondo il suo volere. È  “mite ed umile di cuore”, misericordioso e capace di compassione profonda. È operatore di quella Pace che Lui dona, non come la da il mondo (cfr. Gv 14, 27) e che realizzerà fino in fondo riconciliando in sé Dio e l’Umanità dispersa, attraverso il sacrificio della Croce (cfr. Ef 2, 15- 17 – “Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia…” ma anche (Gv 11, 49-52).

Egli è anche il Dio – con – noi che ha pianto per l’amico Lazzaro e del quale nella lettera agli Ebrei è detto che Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.”.

L’Incarnazione gli ha permesso di prendere su di sé la fragilità umana e le lacrime di ogni suo fratello sono racchiuse in quel “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” perché noi tutti sperimentassimo la sua vicinanza e consolazione anche nel tempo della prova e delle lacrime.

Egli è Colui che si nutre della volontà del Padre e che opera tutto perché si compia ogni giustizia (cfr. Mt 3,15; Gv 4,34) ed è Colui che alla Samaritana dice di essere fonte di un’acqua che disseta di eternità e che trasforma chi si disseta di Lui in sorgente di acqua viva che zampilla per la vita eterna. Quest’acqua sgorgherà copiosa dal fianco del Crocifisso (come era detto nella visione di Ezechiele circa il fiume vitale che sgorgava dal fianco del Tempio di Gerusalemme: Ez 47, 1-12) ed è acqua che rende figli nel Figlio (cfr. Gv 4,13-14 e Gv 19, 33-37). Per questo può dire che gli affamati e assetati di giustizia (=adempimento perfetto della volontà del Padre) saranno saziati.

Possiamo dunque comprendere che la Nuova Legge la si apprende solo seguendo Gesù.

Il tempo futuro delle sei beatitudini centrali, in realtà, , è già divenuto il nostro oggi, perché nella Pasqua si compie ogni Consolazione ed è inviato il Consolatore; la Terra promessa è la Terra dell’Eden riaperta ai figli dell’uomo grazie al sacrificio di Cristo sulla croce, che è ponte fra cielo e terra; la sete e la fame di giustizia sono placate dall’acqua e dal sangue che sgorgano dall’albero della croce e nell’Eucarestia si compie ogni giustizia e l’antica Alleanza giunge a compimento nella Nuova; i misericordiosi che si specchiano in Colui che è Misericordia trovano la Parola del perdono proprio sulla croce e nella Pace che il Risorto continua a donare ai suoi discepoli; i puri di cuore possono vedere Dio nel volto sfigurato dell’Uomo della croce, perché puro di cuore è Colui che accoglie in profondità la Parola di Dio e si lascia cambiare il cuore e la vita da essa, facendone la fonte unica delle sue scelte e aprendosi all’inaudito del Dio che ha scelto di condividere la nostra umanità fino alla morte di croce; e gli operatori di pace scopriranno che solo da Colui che riconcilia tutto in sé è possibile ottenere la vera Pace che ci riunisce definitivamente al Padre e ci rende figli nel Figlio e fratelli tra noi, in Cristo Gesù.

San Paolo nella seconda lettura prepara ulteriormente chi ascolta ad accogliere la povertà estrema della Croce come vera fonte di ricchezza e di sapienza. Invita, noi, che ci professiamo Cristiani, ad essere veri e a riconoscerci amati e chiamati a seguirLo e ad annunciarLo non dall’alto della nostra presunta sapienza o della nostra efficienza personale ma riconoscendo la nostra insignificanza (questo alla lettera il significato dell’essere umile, che trova eco anche nel Magnificat: “ha guardato l’umiltà – tapeinosis = insignificanza, radicale insufficienza anche ad un compito da portare a termine –  della sua serva”) e inadeguatezza alla grandezza dell’annuncio del Vangelo cui siamo chiamati (“ha racchiuso un tesoro in vasi di creta” cfr. 1 Cor 4, 7 ma anche il contesto della frase – 1 Cor 4, 1-15) per riconoscere e rendere gloria a Dio, che è l’unica fonte del nostro essere testimoni di Cristo e della sua Pasqua.

A questo punto, da tutte le letture di questa domenica, mi pare di poter trarre alcuni interrogativi: In chi confido io? Concretamente a quali cose o persone ancoro la mia sicurezza, il servizio che compio ogni giorno è  chiamata ad annunciare la Buona notizia del Vangelo? Il mio pavimento è costruito sulla roccia o mi si sbriciola sotto i piedi,  se mi manca …?

A volte anche per l’annuncio ci sono tanti strumenti da utilizzare per rendere più efficace ed efficiente il messaggio e rischiamo di diventare esperti anche nell’evitare il confronto diretto con l’altro.

In realtà la testimonianza passa attraverso il saper perdere tempo nell’incontro e nell’ascolto vero delle persone concrete. Questo costringe a confrontarsi con i propri limiti e con la paura del confronto diretto con l’Altro/altro o anche semplicemente del dover fermare la corsa del tempo e del tanto da fare.

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto

Luce per l’unità

gennaio 23rd, 2014

Domenica III T.O. /A     26 gennaio 2014

Signore, che sei Luce rischiara le mie tenebre
perché io ti segua e la gioia sgorghi abbondante come fonte.

In questa terza domenica del tempo ordinario camminiamo alla luce del Vangelo secondo Matteo.

La preghiera di colletta in cui si chiede a Dio che la Comunità, illuminata dalla Parola e unita dal vincolo dei suo amore, «diventi segno di salvezza e di speranza per tutti coloro che essendo nelle tenebre anelano alla luce», suggerisce il tema dell’universalità della salvezza e allo stesso tempo ci fa intuire l’identificazione Cristo = Luce = La Parola di Dio che accompagna il nostro Oggi.

Se la scorsa domenica Cristo si è manifestato come Agnello che Salva, e Libera dal Male, oggi, Cristo,  è introdotto con un simbolo molto caro all’ Antico Testamento, richiamato spesso nei Salmi: il Signore sarà per te luce eterna (Is 60,19), Tu Signore sei luce per i miei passi, lampada sul mio cammino; il mio Dio, rischiara le mie tenebre (Sal 17(18),29). Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te, poiché ecco le tenebre ricoprono la terra (Is 60,1-2). Se siedo nelle tenebre il Signore sarà la mia luce (Mi 7,8)) e più volte richiamato in particolare dall’Apostolo ed Evangelista S. Giovanni ma anche presente negli altri evangelisti. È il simbolo della Luce che vince le tenebre del peccato e del male.

Nella prima lettura del profeta Isaia – cui il vangelo rimanda in modo esplicito – si parla della profezia di salvezza annunciata agli Ebrei presenti nel nord della Palestina, che per primi erano stati sottomessi dagli Assiri e in cui erano presenti popolazioni pagane; quindi le tenebre erano simbolo della tristezza dell’oppressione degli stranieri, ma anche dell’Idolatria di dei stranieri e di usanze che potevano condurre il popolo (e di fatto lo condussero) ad adottare costumi e divinità estranee al vero e unico Dio dell’Alleanza. La liberazione di Dio è vista quindi come “una grande luce” che viene a rischiarare il cammino con la Gioia che solo il Dio dell’Alleanza può veramente donare al suo popolo e quindi a ciascuno di noi.

I versetti di Isaia che seguono il testo che leggiamo in questa domenica (e che abbiamo ascoltato nella Messa della notte di Natale), profetizzano un Bambino che porta questa luce che illuminerà tutti i popoli della terra: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio… Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine” (Is 9,5-6).

Il ritornello del Sal 26: la risposta dell’assemblea alla prima lettura, identifica esplicitamente la «luce» con la salvezza, nella persona del Signore: “Il Signore è mia luce e mia salvezza”.

San Paolo , nella seconda lettura ci dice come l’essere di Cristo ci rende Luce per gli altri solo se sappiamo vivere in comunione tra noi e non dividendoci in fazioni create attorno a semplici uomini e per motivi solamente umani. Solo il tener vivo il motivo della nostra unità, che è il riconoscersi salvati e illuminati dal Cristo, che ha dato la vita per noi, ci renderà agli occhi di tutte le Genti capaci di portare la Luce della fraternità e dell’amore.

Nel vangelo, l’inizio della missione di Gesù rientra nello schema teologico, caro a Matteo, della Parola della Legge e dei Profeti che nel Figlio di Dio, in Gesù, giunge a compimento e che anche per noi può divenire invito a fidarci della Parola di Dio per noi, con la certezza che Dio non manca di portare a compimento l’opera di bene che è la vita di ogni suo figlio chiamato all’esistenza.

Il Popolo che giaceva nell’ombra della morte, che, significa, più di ogni altro segno, la lontananza dal vero Dio e dalla Fede/Fiducia in Lui solo, quel Popolo ora è chiamato ad alzare il capo e a contemplare la Luce Bella del Cristo che viene per aprire il cuore alla Buona Notizia dell’Amore del Padre.

La predicazione di Gesù viene sintetizzata attraverso tre azioni:

  • § insegnando la Parola, letta alla Luce nuova della Sua Presenza Incarnata nell’Oggi, per ogni uomo – nelle sinagoghe e quindi prima di tutto al Popolo eletto. E così noi possiamo leggerlo per noi che ci riteniamo credenti e “frequentanti” e “esperti” della Fede
  • § annunciando a tutti a partire dalla Galilea delle Genti e quindi si potrebbe dire a partire dalle periferie dell’esistenza e da chi è più lontano dalla Fede
  • § guarendo ogni sorta di malattie e di infermità: tutto ciò che rende la vita meno Vita, perché la venuta del Regno è una Nuova Creazione e quindi può liberare da ciò che ostacola la vita in noi e le nostre relazioni con gli altri, perché è infermità l’incapacità di dialogo e la chiusura agli altri dovuta, non solo e non tanto a limiti fisici, bensì alla chiusura del cuore all’altro/Altro e persino a se stessi.

Ma per accogliere la radicale novità del Regno è necessario convertirsi, ossia alla lettera, cambiare pensiero, convinzioni, certezze sul mondo che non può che essere oscurità e tenebra, perché così lo sperimentiamo noi nel quotidiano. Ma è anche necessario cambiare idee e atteggiamenti nei confronti di Dio che, per quanto creduto come Dio dell’Alleanza e servito attraverso l’osservanza dei precetti della Legge, è visto più con timore che con amore.

Ora, il Dio concepito come lontano e distante dall’uomo e incapace di condividere la fragilità della carne umana, è invece vicino, meglio, è Qui, è Dio-con noi, nella persona di Gesù, il Figlio di Dio venuto nella carne a condividere la gioia e la tristezza dei suoi fratelli con cuore di uomo.

Se questo è vero, cosa significa convertirsi? Accogliere lo sguardo e la chiamata di Gesù, che si fa presente nel quotidiano, a divenire pescatori di uomini, al punto di lasciare proprietà materiali ed affetti per seguirlo e ascoltare, vedere e toccare il Regno dei cieli, che in Cristo si fa presente e operante. Un Regno che viene per tirar fuori l’uomo dal mare delle tenebre e ridonare Speranza e Vita, in Cristo.

Solo la sequela del Figlio di Dio incarnato può guidare passo, passo a convertirsi ad un Dio diverso e Vicino e allora la chiamata è letteralmente lasciarsi dare un nome e una nuova identità da Dio.

È  sentire che la nostra vita, finalmente appartiene a Qualcuno che ci Ama fino a dare la vita per noi. Ricordiamo infatti che il termine chiamare, nella lingua originale del vangelo di Matteo, significa anche dare il nome, e nel linguaggio biblico dare il nome a qualcuno significa anche prenderne possesso (si pensi ai primi capitoli della Genesi).

Anche il fatto che faccia di pescatori dei pescatori di uomini ci dice fino a che punto la sequela di Cristo trasfiguri ogni realtà, cambiandola in profondità da realtà di morte in Vita piena.

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto

Agnello di Dio dentro il peccato del mondo

gennaio 16th, 2014

II domenica T. O./A           19 gennaio 2014

Siamo ancora nel tempo della manifestazione di Dio agli uomini nella nuova  e inaudita forma della nostra umanità e sia nella prima lettura che nel Vangelo la gloria di Dio (la Kabod in ebraico, ossia il peso , la rilevanza e la potenza con cui Dio si rende visibile e conoscibile agli uomini) assume le cifre della fragilità e della mitezza . La gloria si sposa con l’umanità di Cristo e con la sua Croce.

La gloria di Dio per divenire luce non solo per il Popolo di Israele ma anche per tutte le nazioni risplenderà sul servo di Jahwe che diverrà luce per le genti e salvezza dai loro peccati quando sarà sacrificato come agnello muto  e indifeso.

Questa è la visione del Profeta e Giovanni Battista si lascia rivelare dal Padre che Gesù di Nazaret, l’uomo venuto per farsi battezzare insieme con i peccatori  e su cui discende lo Spirito è l’Agnello sacrificale, che richiama sia quello il cui sangue sugli stipiti delle porte delle case degli ebrei ha segnato la salvezza dei bambini ebrei rispetto a quelli degli egiziani, nel tempo dell’Esodo, sia l’agnello del carme del servo sofferente di Isaia, in cui si dice che il sacrificio dell’inviato di Dio e la sua umiliazione sarebbero serviti a lavare il peccato del mondo.

Ma qual è il Peccato del mondo? Si tratta anche dei peccati personali, ma ancor meglio qui si parla del Peccato che è l’essere e il voler essere separati da Dio. In Cristo ora non esiste più alcuna separazione: Egli è il Dio per  e con noi, che ha portato in sé la Separazione da Dio e vi è entrato dentro, come nel Battesimo si è immerso nelle acque del peccato per risanare le acque e renderle acque di Vita Nuova.

Come non dire Grazie, perché, in Te, Agnello mite e obbediente Servo del Padre, ora, la nostra solitudine e perfino ciò che ci separa da noi stessi, dagli altri e da Dio Tu hai voluto abitarle, riconciliandoci in Te, nella tua umanità e nella tua Vita offerta sulla croce. Tu sei la Luce che ci unifica e ci dà Salvezza rendendoci addirittura Figli del Padre in Te.

Ma un’altra nota voglio trarre dalla seconda lettura e dal Vangelo: per ben due volte nel Vangelo, Giovanni  il Battista afferma che lui è andato ad annunciare colui che non conosceva, ma si è fidato e affidato alla Parola di Dio che lo chiamava ad andare a preparare la via al Messia. Non una sua scienza o una sua particolare dote, ma il semplice e coraggioso affidamento a Dio e alla sua Parola lo ha reso testimone di Cristo e del Battesimo in Spirito Santo e fuoco che il Cristo avrebbe portato.

Così Giovanni, così san Paolo “chiamato ad essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio” e così per ciascun Battezzato/a, se semplicemente si fida e si affida alla Parola e alla Volontà di Dio per lui/lei, anche quando magari la luce non sembra rischiarare il quotidiano. È allora che bisogna ancorare lo sguardo su Colui che è l’Agnello di Dio per noi. Questa Parola irrevocabile di Salvezza che ci indica fino a che punto sa giungere l’Amore e la Fedeltà del Padre verso ogni sua debole creatura.

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto

EPIFANIA

gennaio 4th, 2014

La Dolcissima portò il frutto, le sue mani lo posero nella mangiatoia. Lo mangiarono i popoli e, per il suo gusto, il morso del serpente fu guarito” (Cirillona, La conversione di Zaccheo, Cantico dell’omelia, 53-56)

In questo giorno santo dell’Epifania, della manifestazione del Signore nella piccola città di Betlemme, contempliamo tutti i popoli, rappresentati dalla figura dei Magi, che si mettono in cammino e giungono ad adorare Dio che si è fatto vicino. I Magi portano i loro doni: oro, incenso e mirra, riconoscendo così la regalità di Gesù, il suo essere Profeta e Sacerdote e prefigurando già l’ora della sua morte (Mt 2,1-12).

Osservando attentamente, ci accorgiamo che in realtà questo racconto è un micro-vangelo, che ne riassume in sintesi la trama: nei vangeli il Padre si rivela in Cristo, viene accolto e riconosciuto da alcuni (qui i Magi) e rifiutato e perseguitato da altri (Erode). Eppure apparentemente sia i Magi che Erode stavano cercando la stessa cosa. Il racconto allora ci invita ad una doppia vigilanza: quella per riconoscere il Signore nel modo in cui Lui si vuole manifestare, per stare attenti alle stelle che ci possono indicare il cammino, e quella di vigilare sui desideri che guidano la nostra vita, facendo attenzione ai pensieri e ai sentimenti che ci abitano. La luce della Scrittura, l’accostarsi quotidiano all’Eucarestia e la gioia vera che il Signore suscita nel nostro cuore possono aiutarci a riconoscere in Lui colui che porta a compimento ogni nostro desiderio più vero (cf Lc 24).

“Betlemme” significa “Casa del pane”. Nella tradizione dei Padri, la mangiatoia simboleggiava il luogo del peccato: l’uomo è un essere affamato che dopo il peccato, vuoto e lontano da Dio, ha scelto di cibarsi non del cibo che non muore ma del cibo che passa, alimentando le sue passioni; allora è costretto a tornare sempre alla mangiatoia, come gli animali, per soddisfare continuamente la sua fame. Ma Cristo, per salvarci, sceglie di venire proprio nella mangiatoia, perchè quando l’uomo vi tornerà, troverà non più il cibo che marcisce, ma il Pane della Vita eterna, il luogo del peccato trasformato nel luogo della salvezza (cf. “Il Natale con i mosaici di M. I. Rupnik e dell’Atelier del Centro Aletti” a cura di Natasa Govekar, ed. Lipa, 10).

Risulta per noi evidente nel Pane il richiamo all’Eucaristia. Interessante è notare che il verbo “adorare” racchiude in sè il significato di “portare alla bocca”. L’accostarsi dei Magi alla mangiatoia di Cristo, può allora essere inteso anche come un’anticipazione non solo della Pasqua in cui Cristo per sempre si offre nel dono di sè come pane e vino, ma anche del banchetto messianico e universale nei cieli, al quale il Padre invita tutti i suoi figli a fare festa con lui (Lc 15), aprendo loro la pienzza della salvezza e la vita eterna. In Cristo è il Padre che viene a cercare i suoi figli dispersi.

Come Maria e Giuseppe rappresentavano l’accoglienza del Salvatore da parte del popolo di Israele, così i Magi rappresentano la sua accoglienza da parte dei pagani e in loro possiamo riconoscerci invitati tutti, chiamati in Cristo a condividere la stessa eredità e a formare un solo corpo (Ef 3,6).

In questo giorno di festa tutte noi religiose siamo chiamate a rinnovare il nostro cammino per andare ad adorare il nostro Signore, il nostro Re e Salvatore e ad offrirgli il nostro dono. Dunque Non regni più il peccato nel vostro corpo mortale […], ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti. Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia” (Rm 6, 12-14; Rm 12,1; Gv 4,23).

Siamo chiamate a meditare sul mistero di un Dio che si fa Pane e a fare attenzione a che cosa “portiamo alla bocca” chiedendoci di che cosa ci nutriamo nel nostro quotidiano. Perchè noi possiamo vivere e possiamo donare solo di ciò che mangiamo (cf. Alexander Schmemann, Per la vita del mondo, Lipa): non tutti i cibi sono uguali, c’è un cibo che muore e un cibo che rimane per la vita eterna: “Perchè spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Ascoltate e vivrete” (Is 55,2-3).

Siamo chiamate allora a nutrirci di Lui, Pane vero della Vita (Gv 6,51), sapendo che ciò che possiamo offrirgli come dono è ciò che Lui per primo ci ha donato e che ci abilita, nell’Eucarestia quotidiana, a diventare progressivamente sempre più pane spezzato e condiviso, per la comunione di un solo corpo a cui tutti gli uomini sono invitati a partecipare: «la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda […]. Colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6,55-56; Gv 4,34).

sr Maria Bertoldi ofmi