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Fidarsi di Dio che è Padre e Madre

febbraio 25th, 2014

Domenica VIII T.O. /A         2 marzo 2013

Isaia 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34

Nell’ottava domenica siamo guidati a contemplare il volto di Dio, che si rivela come Madre (nella prima lettura ma anche nel Vangelo) e come Padre, di cui fidarsi completamente e a cui affidarsi, perché Egli è rifugio sicuro e roccia di salvezza in cui la vita può trovare riposo e sicurezza (cfr. Sal 61) nello scorrere del quotidiano.
Anche la seconda lettura mostra una serenità esistenziale. Dio, infatti, giudica guardando al cuore e alle intenzioni di bene che muovono l’agire di ogni suo figlio.

Nella prima lettura, tratta dal profeta Isaia, il profeta è chiamato a parlare a Israele, che, scoraggiato e sfiduciato, vive la realtà dell’esilio babilonese, ma si rivolge anche a noi, che viviamo un quotidiano che,a volte. ci fa sperimentare Dio come lontano e la nostra vita in balia di eventi a volte dolorosi, e capaci di oscurare l’orizzonte del futuro. La crisi economica italiana ha portato nelle famiglie anche la tentazione di disperazione e di incapacità di venirne fuori da soli. Proprio a noi, Isaia viene ad annunciare un Dio che è Madre più di ogni madre e che non ci può dimenticare. I versetti successivi a quelli che ascoltiamo oggi, ci mostrano l’immagine di Dio che ci ha disegnati sul palmo della mano. Siamo parte di Lui e invitati a riaccendere la Fiducia e la Speranza in Lui come unica Salvezza e porto sicuro. Su questa linea sono orientati anche il salmo responsoriale e il Vangelo.

La chiave di lettura che lega i vari detti di Gesù presentati nel vangelo di oggi è proprio quella di una Fede che è Fiducia in un Dio che sempre si prende cura di noi, come una Madre si preoccupa dei suoi figli.
Il primo detto ci mette di fronte la tipica catechesi usata sia dagli Ebrei che dai primi Cristiani. È l’insegnamento delle due vie, quella del bene e della vita e quella del male e della morte, per cui la libertà dell’uomo è posta di fronte ad una scelta obbligata. O servire Dio come Signore, o Mammona, che in ebraico e in aramaico è un termine per dire ciò in cui si ripone fiducia o ciò che provvede al nutrimento, quindi la ricchezza materiale ma anche ciò da cui facciamo dipendere la nostra esistenza.
Gesù, con questo detto ci spinge a sottoporre al vaglio le nostre scelte di vita quotidiana per renderci conto a chi affidiamo la nostra vita e di Chi ci fidiamo nella concretezza dei fatti. Egli avverte che se ripongo la mia fiducia nella ricchezza materiale, e in essa posso ascriverci tutto ciò a cui ancoro la mia vita per sentirmi sicuro, allora mi precludo la via verso Dio, come unico Signore e unica fonte reale della mia esistenza. In effetti ai primordi della creazione, quando l’uomo decise di rendersi autonomo da Dio, vide per la prima volta la sua creaturalità e la sua radicale fragilità, rappresentata proprio dal rendersi conto di essere nudo e dal bisogno che ebbe di coprirsi usando della creazione. Per colmare il vuoto lasciato dal Dio rifiutato, anche oggi, abbiamo bisogno di riempirci di cose e di persone che diventano per noi oggetti e non soggetti con una loro dignità perché riconosciuti come creature di Dio. Questo avviene anche nella famiglia e nelle relazioni che si instaurano tra persone: quando si crede di poter sostituire la necessità di donare e ricevere amore con le cose con cui ricolmare il vuoto di amore.
I successivi esempi sembrano avere al centro un’altra parola chiave: preoccupazione, o potremo definirla meglio come ansia per il domani e per la vita.

Gesù, vuole aiutarci a guardare a Dio come a Qualcuno cui sta a cuore la mia vita e che se ne prende cura perché per Lui vale molto, più degli uccelli del cielo! Guardando la creazione, possiamo allora scorgervi l’Amore del Padre, che si prende a cuore la vita delle sue creature e maggiormente della nostra vita di figli amati e “disegnati sul palmo della sua mano” di Madre.

In realtà, se poniamo la nostra fiducia in noi stessi o nelle cose, ci rendiamo conto di quanto sia miseramente posta la nostra fiducia e che non siamo in grado neppure “di allungare di poco la nostra vita”. Immaginiamo il volto di Gesù, quando parlava ai suoi discepoli e alla gente. Lo immaginiamo colmo di benevolenza, tipico della mamma, quando il figlio torna da lei a farsi medicare, dopo una caduta avvenuta dopo che non ha dato ascolto alle sue raccomandazioni. Qui Gesù, più che ad invitarci a vivere alla giornata, o a non lavorare per collaborare all’opera buona della creazione, ci invita a sentirlo vicino e come compagno di cammino nella costruzione del Regno del Padre. Perché anche la preoccupazione per un Regno che crediamo graviti solo sulle nostre spalle e di pochi altri, può divenire fonte di inutile preoccupazione e impedimento a vedere a Chi appartiene il Regno. Non a caso Gesù dice: “cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia”; infatti il cercare presuppone il comprendere qual è il vero Regno, e il renderci conto che prima di tutto è di Dio e che noi stessi siamo di Dio e cellula di questo Regno. Infine che Gesù ci sollecita a cercare la Sua giustizia, che è obbedire ad una Parola che si fa carne anche nella nostra fragilità di creature e nel  nostro radicale bisogno dell’ Altro per tenere in mano la nostra vita e quella di ogni sua creatura.

La seconda lettura invita a cogliere la fiducia in Dio come certezza che il Giudizio vero sulla nostra vita di figli nel Figlio è in mano del Padre che conosce le profondità del nostro cuore e il luogo dove le scelte più vere e capaci di Vita Buona, vengono concepite, custodite e fatte crescere, anche quando chi ci sta attorno non sa contemplare il valore autentico di opere fatte nella Luce di Dio. Il Maestro, oggi,  con benevolenza di Madre, ci indica la via sicura per cercare prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Sembra dirci: Fidati e affidati al Padre come Me. Come il giglio del campo e come uccello del cielo, come Figlio dell’uomo che non ha dove posare il capo se non nel grembo del Padre che è Madre. Seguimi, cammina dietro a Me anche quando la Croce, portata per amore tuo, sembra lontananza dal Padre. Fidati perché anche l’abisso con Me, Oggi, è divenuto Regno di Dio. Ora tra Dio e chi si sente “maledetto da Dio” ci sono Io, come anello che annuncia la Dignità di Figlio a chi sentiva d’esser, se non un servo.

Sr Maria Grazia Neglia
Figlie di san Giuseppe del Caburlotto

Persone di comunione a immagine del Figlio

febbraio 19th, 2014

domenica VII T.O. /A    23 febbraio 2014

Mt 5, 38-48; Lv19, 1-2.17-18; sal 102; 1Cor 3, 16-23

In questa domenica ci troviamo ancora sul monte delle Beatitudini, dove il Maestro continua a spiegare l’Alleanza tra il Dio che si rivela nel Figlio e noi suo Popolo. Due sono le antitesi che il Signore sviluppa:

quella che riguarda la cosiddetta legge del taglione, legge destinata a contenere le rappresaglie della vendetta privata, e quella che riguardava il comandamento dell’amore al prossimo e una sua interpretazione che comandava l’odio dei nemici. Ad introdurci nel Vangelo è proprio la prima lettura, che è tratta dal Levitico e che è la fonte sia del comandamento dell’amore del prossimo, che del comando di essere perfetti alla maniera del Padre nostro.

L’autore sacro fa memoria del comando che Dio diede al suo Popolo per bocca di Mosè; essere santi perché Lui è santo. Ma questo comando è prima di tutto un dono che Dio fa al suo Popolo. Esso, tra tutti i popoli, sarà chiamato a risplendere della luce del Suo Dio. E la liturgia ci fa intuire in cosa consiste la santità di Dio. Egli è Santo in quanto è capace di Amare e di occuparsi del bene delle sue creature; infatti i successivi comandi riguardano il farsi carico della responsabilità del peccato dei fratelli aiutandoli con la correzione fraterna, e il comando dell’amore del prossimo. Quindi in questa lettura ci è dato di intuire che la santità di Dio non consiste nel suo essere separato ed inaccessibile agli uomini, ma nella sua capacità di amare il suo Popolo fino a volerne condividere il cammino. Ricordiamo ciò che Dio disse a Davide per mezzo del profeta rileggendo proprio l’esperienza dell’Esodo: “Sono stato con te dovunque sei andato” (cfr. 2Sam 7,9), per cui, se Lui ci comunica così la sua santità anche noi dobbiamo farci compagni di cammino dei fratelli.

Matteo tradurrà tutto ciò con il termine “perfetto”, mentre Luca lo renderà ancora più esplicito, indicando nella misericordia la caratteristica di Dio, in cui noi, in quanto figli, siamo chiamati rispecchiarci per cogliere la nostra vocazione ad amare con amore di misericordia.

San Paolo nella seconda lettura, rivolgendosi ai Corinzi, dopo aver additato Chi è la vera Sapienza, e in Cristo Crocifisso la fonte unica della ricchezza del Cristiano e del suo essere testimone, passa a richiamare i Corinzi sulla necessità di abbandonare i confronti tra un predicatore e l’altro (san Paolo e Apollo), che divenivano fonte di divisioni nella comunità, perché ogni Cristiano, senza distinzioni, è abitazione dello Spirito e quindi tempio di Dio. I criteri di confronto tra le persone, basati su una sapienza solo umana, non dovrebbero trovar spazio tra i Cristiani. La vera Sapienza, infatti, che ci rende testimoni non può che attingere a Cristo, l’unico Maestro e l’unico che può vantare il diritto di possesso sulle nostre vite. In questo possiamo trovare un testimone vero nella persona di Benedetto XVI e forse questa parola può aiutare anche a vagliare i nostri criteri di giudizio sulle persone e – perché no?! – forse anche verso il nostro amato Papa Francesco in rapporto con il suo predecessore, che come san Giuseppe ha saputo mettersi nell’ombra per lasciare che Cristo portasse avanti la Sua Chiesa.

Fissando lo sguardo sul Vangelo, vediamo come in entrambe le antitesi la parola chiave è amore gratuito e capace di andare oltre il comportamento dell’altro o contro la percezione di lui come nemico.

Nella prima antitesi siamo invitati ad andare oltre i comportamenti dell’altro che mirano a violare la nostra libertà e la nostra dignità (lo schiaffo nella cultura ebraica era visto come una vera umiliazione – si pensi a quello che ricevette Gesù dal servo, durante il suo processo nel sinedrio e a come seppe reagire aiutando l’altro a prendere coscienza dell’ingiustizia che stava compiendo), per cogliervi un fratello con cui siamo chiamati a fare strada: attraverso due reazioni che sono chiamate a suscitare nell’altro per lo meno un “PERCHÉ LO FAI?”, aiutandolo a prendere coscienza delle sue azioni e anche dell’amore gratuito nei suoi confronti. Quest’ultimo aspetto è molto chiaro nella terza reazione di chi è costretto a fare un miglio e poi decide di farne due con colui che avrebbe voluto obbligarlo a farne uno solo. In quel miglio in più sono chiamato a rendermi conto del desiderio dell’altro di farsi compagno di cammino. Così ha sempre fatto Dio nei confronti del Suo Popolo, di cui si è fatto compagno anche quando questi lo tradiva cambiando l’Alleanza con alleanze ed idoli solo umani.

Nella seconda antitesi è esplicitato ancora di più il modello cui dobbiamo riferirci per amare di amore gratuito i nemici e quanti ci perseguitano. Il Padre, che “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni”, è capace di farlo ma, essendo in Cristo figli, siamo chiamati a vivere in pienezza la nostra vocazione ad amare fino alla fine, come il Figlio. In Gesù siamo chiamati a riscoprire la nostra identità di figli, e quindi ad essere a sua immagine e somiglianza, capaci di amore gratuito, che sa giungere fino alla pienezza della misericordia e della preghiera per quanti ci fanno del male: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!”.

E’ utile anche sottolineare la pedagogia di Gesù nell’additare i comportamenti che devono caratterizzare i discepoli. È il confronto, come modalità per rafforzare nel discepolo la sua scelta di aderirvi, rinvigorendo il senso di appartenenza e le motivazioni; infatti nel Vangelo di domenica scorsa, Gesù asseriva che se la giustizia dei suoi discepoli non avesse superato quella dei Farisei non sarebbero entrati nel Regno dei Cieli. Questa domenica, in riferimento alla necessità di amare gratuitamente, il confronto è con i pubblicani e addirittura con i pagani, perché l’amare gli altri riguarda tutti gli uomini, anche i non osservanti della Legge mosaica. La gratuità e la misericordia devono essere i tratti distintivi del seguace di Gesù.

Per dirla con il vangelo di domenica scorsa: l’amore gratuito e misericordioso, è il sale e la luce che il Cristiano deve portare nel mondo, perché ogni uomo abbia la possibilità di incontrare il Dio-con-noi sul suo cammino e rendere a Lui la gloria, riscoprendo la sua identità di figlio Amato.

Sr Maria Grazia Neglia
Figlie di san Giuseppe del Caburlotto

Il cuore della legge è il cuore

febbraio 12th, 2014

Domenica VI T.O./A                     16 febbraio 2014

Sir 15,15-20; Sal 118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

In questa VI domenica, siamo invitati a rimanere ai piedi del Maestro per rivedere sotto una nuova luce le Dieci Parole, consegnate a Mosè sul monte Sinai. E Lui parla come nessun altro Rabbì, perché non dice più “sta scritto” o “il Signore ha detto”, ma: “Io vi dico”! Al Popolo del Dio di Abramo, ma anche a noi, è chiesto di andare oltre la lettera dei Comandamenti antichi, per scoprirne il cuore e il Vento nuovo dello Spirito, che in essi vive e di cui il Figlio, per chi lo accoglie, ne è l’Interprete unico. In Lui, Parola di Dio fatta carne, si riassumono tutte le Dieci Parole della Legge data ai Padri.

Nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide, siamo invitati a purificare la nostra idea di comandamento. La Parola di Dio oggi ci dice “Se vuoi osservare i Suoi comandamenti, essi ti custodiranno” quindi ci viene detto che il Dono della Legge ci è consegnato, in quanto persone capaci di scelte libere, per costruire una vita Buona e Degna di essere vissuta, e non una serie di prove da superare per acquistare meriti davanti a Dio o per conquistare un pezzo di cielo. Sono Dieci Parole donate dal Dio che ci Ama e vuole il nostro Bene qui ed ora, ed è un Bene che ci considera non come individui isolati, ma come capaci di costruire e di vivere grazie alla comunione con gli altri. È questo che sta a cuore anche a Gesù, che è venuto a dare pienezza alle Dieci Parole date sul monte Sinai. Rispetto alla tentazione di considerare Gesù e le Beatitudini come un’alternativa ai Comandamenti antichi, la pericope di oggi ci dice che la Nuova Legge delle Beatitudini, che è la vita stessa di Gesù, è il frutto maturo dell’Antica Legge: ne è il suo compimento. Per cui, chi segue ed insegna ad osservare anche il più piccolo degli insegnamenti delle Dieci Parole e delle Leggi minori ad esse collegate, sarà grande nel Regno dei cieli. Come si vede, Dio non si smentisce: il criterio di grandezza per Lui non è legato a quanto intelligente o autonoma sia una persona, bensì alla sua capacità di fidarsi e di obbedire alla Volontà di Dio espressa nei comandamenti – con la delicatezza e la meticolosità dei particolari che è tipica di chi agisce per amore  e non per servilismo.

Se ci addentriamo nel testo ci accorgiamo che le 4 leggi a cui Gesù sembra anteporne altre, riguardano il rapporto con gli altri e quindi hanno alla base il Comandamento Unico dell’amore, vissuto nella comunità e nella famiglia così come l’ha voluta Dio. Se facciamo memoria, anche al ricco, che chiedeva come entrare nel Regno dei cieli, Gesù addita prima i comandamenti riguardanti la relazione con i fratelli, quasi a lasciarci intuire fino a che punto Dio ha voluto legarsi alla nostra umanità. Nel capitolo 5 del vangelo secondo Matteo potremmo dire che c’è la carta d’identità del Cristiano in rapporto con gli altri, mentre nel sesto, ambientato sempre sul monte, Gesù indica come deve essere la nostra relazione con Dio. Le 4 antitesi sviluppate sotto vari aspetti, mirano a cogliere il male alla sua radice, che Gesù ci mostra essere nel cuore dell’uomo, luogo che per l’ebreo era la sede di tutte le decisioni e scelte essenziali della vita. Allora l’omicidio è preparato dall’odio che si annida nel cuore e “sta accovacciato alla nostra porta” (come si dice in Genesi 4,6 quando si parla di Caino che cova in cuore l’odio per suo fratello), ma anche l’insulto (stupido, pazzo) sono considerati la porta per l’eliminazione del fratello, ed effettivamente la parola può uccidere la persona nella sua dignità più che l’eliminazione fisica in sé. Non a caso Papa Francesco più volte è ritornato sul tema della mormorazione e della critica come mali da combattere perché minano la costruzione della fraternità. Unica soluzione a questo tipo di male è la riconciliazione, che è vista addirittura come parte integrante e indispensabile per poter mettersi in relazione con Dio: “se… ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare, va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono”.

Similmente a quanto poi dirà san Paolo in Ef 4,26-27.31-32 “Non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” Gesù, invita a cercare subito la via della riconciliazione e del dialogo, per non lasciare che il rancore si radichi in noi. Dopo aver messo in luce il quinto comandamento, il Maestro continua con il sesto, che riguarda il divieto di compiere adulterio e, anche in questo caso, fa comprendere come per ferire l’unità degli sposi basti il desiderio di commettere adulterio, perché nella concretezza del quotidiano, esso è la porta aperta sul tradimento dell’amore. Le ultime due antitesi riguardano:

una norma circa il divorzio, che il marito poteva chiedere, che era stata introdotta da Mosè e sulla quale, al tempo di Gesù, vi erano due correnti di pensiero circa l’applicazione della stessa: una più lassista e una più rigida, per cui le motivazioni del marito dovevano essere abbastanza gravi perché gli si concedesse di dare il libello di ripudio. In questo caso la posizione di Gesù mira ad orientare la scelta in base alla primigenia volontà di Dio circa l’uomo e la donna, secondo la quale essi divenivano una sola carne; per cui il divorzio non era lecito se non nel caso che la donna in questione fosse una concubina;

e una norma circa il giuramento, quando si è chiamati a dare la propria testimonianza. Normalmente si chiamava Dio a garante dei giuramenti e purtroppo anche quando si trattava di coprire delle menzogne (si pensi ai testimoni falsi chiamati per il processo di condanna di Gesù, avvenuto nel Sinedrio). Gesù invita i suoi discepoli ed essere limpidi e sinceri nelle loro relazioni con gli altri, sì da eliminare qualsiasi tipo di giuramento.

Come si vede, oggi il Padre, ci invita a porre Gesù, che è via, verità e vita, come Colui a cui guardare per essere persone capaci di intessere relazioni autentiche, capaci di fedeltà e di amore sincero nei confronti degli altri, a partire da chi ci è più prossimo e quindi ancor di più nell’ambito del rapporto di coppia; ma questo è vero anche nelle relazioni in Comunità, perché in fondo è tradimento dell’altro anche una relazione fraterna che seleziona le persone e di fatto elimina coloro che decidiamo di escludere perché “non fatti a nostra immagine e somiglianza”.

Questo brano ci invita anche a purificare il nostro modo di considerare i comandamenti e le normative che regolano le nostre relazioni e anche il nostro essere membri di una ben precisa Comunità e cittadini inseriti in una società che si da delle leggi. In relazione alle regole abbiamo il dovere, come Cristiani, di andare al cuore di esse per osservarle “come esseri liberi sotto la Grazia e non come schiavi sotto la legge” (cfr. Regole di Sant’Agostino), e di conseguenza anche in modo critico, quando queste andassero, come purtroppo avviene, contro il Bene stesso dell’uomo, anche e soprattutto il più indifeso e senza voce, e quando queste norme mirano a vedere il benessere dell’individuo nella sua autorealizzazione, senza tener conto che l’Uomo per essere tale ha bisogno di trovare compimento nella relazione con l’altro /Altro.

San Paolo nella Lettera ai Corinzi continua il suo percorso di esaltazione della sapienza di Dio, che lui contempla in Cristo e nell’assurdità del Dio che sceglie la carne umana fragile e mortale e l’obbrobrio della morte di Croce per manifestare la sua Divinità. Se ci apriamo allo Spirito, il nostro parlare e il nostro operare devono potersi specchiare in questa Sapienza divina che fa scoprire in ciò che è infimo e disprezzato dai potenti della terra il segreto della vera ricchezza. Per scoprire il Dono immenso che Dio ci ha fatto rivelandoci la profondità del suo intimo mi pare bello concludere con uno stralcio del Messaggio del Papa per la prossima quaresima: “La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno,a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito” (cfr Rm 8,29).

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto

La Nuova Alleanza vissuta è Salvezza e Luce per il mondo

febbraio 5th, 2014

Domenica V T.O. /A                     9 febbraio 2014

In questa domenica siamo invitati a rendere il mondo, e con tutta la nostra esistenza, sacrificio gradito a Dio. Ma qual è il vero sacrificio che Dio desidera?

La prima lettura è luce sul vangelo ed in particolare sul simbolo della luce. In essa, il profeta Isaia, vuole far comprendere come nessun atto di culto a Dio, tantomeno il digiuno, andasse disgiunto dal comportamento retto e solidale nei confronti dei fratelli che si trovano nel bisogno. L’Incarnazione sarà la realizzazione piena di questa identificazione di Dio con il povero.

La Luce della fedeltà a Dio è la testimonianza di una vita che si prende a cuore concretamente i bisogni di chi è più povero e indifeso.

Il salmo 111 fa eco alla prima lettura e mostra il giusto come colui che è testimone luminoso del Dio dell’Alleanza: un Dio che è misericordioso e pietoso e che difende la vita del povero, dello straniero, degli orfani e delle vedove, ossia le persone maggiormente indifese e fragili. Solo seguendo il nostro Dio lasceremo un ricordo che resiste allo scorrere della storia. Quanti esempi abbiamo nella vita di Santi, che tutt’ora parlano al cuore di uomini e donne anche non Cristiani! Loro non passano mai di moda, perché nella loro vita hanno seguito sempre la Parola che si fa Carne qui ed ora.

Nella seconda lettura San Paolo indica quale sia l’unica Luce da portare nel mondo: quella di Cristo e questi Crocifisso. Di fronte alla tentazione dei Corinzi, ma anche nostra, di cercare un Dio fatto su misura a partire da criteri solo umani di sapienza e di potenza, l’Apostolo mostra ancora una volta la fonte unica di ogni vera sapienza: la Croce abbracciata per Amore da Cristo è ciò che dà sapore alla vita di ogni uomo. Lui solo, il Crocifisso, ci permette di trovare Senso e Luce anche nelle tenebre del peccato, del dolore, della morte e di tutto ciò che sa di fallimento e di insignificanza della vita!

La pericope del vangelo secondo Matteo è l’immediato seguito del brano delle beatitudini che avrebbe dovuto essere letto la scorsa domenica. Proprio per questo è necessario metterlo in relazione anche con questo contesto, se vogliamo comprendere cosa intenda dirci il Maestro quando dice che siamo sale e luce. E se facciamo attenzione non dice “voi siate”, quindi non dà un comandamento, ma  dice “voi siete”,  rivelandoci così la nostra identità. Non seguirla significa perdere il bersaglio della vita.

L’Evangelista vede nelle Beatitudini la Nuova Legge data, appunto, sul monte, come Mosè ricevette le Tavole delle Dieci Parole sul monte Sinai. Nell’ultima, si rivolge direttamente ai discepoli dicendo “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia…” dopo di ciò troviamo i versetti di questa domenica. Gesù continua a rivolgersi direttamente a quelli che sono identificati come discepoli, quindi dobbiamo sentirci direttamente interpellati.

Voi siete il sale della terra – per un Ebreo la parola sale era direttamente legata all’Alleanza tra Dio e il suo Popolo e ogni sacrificio animale per essere perfetto doveva essere salato con il sale (cfr. Lv 2,13), proprio in riferimento all’Alleanza, che rendeva significativo e unico il Popolo di Israele, come il sale, nella concretezza, era l’unico mezzo per conservare sani gli alimenti ed impedirne il deterioramento.

Ora Dio Padre in Gesù ha immesso nella storia del Popolo e dell’Umanità tutta una Nuova Alleanza, che trova pieno compimento nella Pasqua e che ha come Nuova Legge quella delle Beatitudini e come  sacrificio gradito a Dio l’unico che Dio riconosce perfetto: la terra – ossia ogni Uomo – insaporito dal sale che è la vita di Gesù e quella dei discepoli, che vivono secondo la Nuova Legge.

A rinforzare questa realtà, è quanto segue: se il sale perdesse di sapore (è lo stesso termine usato da Matteo per descrivere l’uomo che costruisce sulla sabbia)… come a dire, ma se voi non vivete le Beatitudini, non servite a nulla. Non rendete l’Umanità diversa e degna di essere offerta gradita al Padre.

Non importa quanti sono i discepoli che sono sale, basta che siano la Vita Nuova del Regno, per rendere buono il tempo e lo spazio concreto dove sono chiamati a vivere.

Voi siete la luce del mondo anche in questo simbolo, come abbiamo visto nella prima lettura, bisogna leggervi i comportamenti concreti che i discepoli hanno nei confronti dei fratelli. Ma bisogna ricordare anche che fino a quel momento per chi ascoltava, la luce richiamava quella che il Profeta Isaia vedeva essere la vocazione di Gerusalemme:

“Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere.” (Is 60, 1-3)

È Gesù la Luce che rende luminosa la vita dei suoi discepoli. Sono loro e siamo noi la Nuova Gerusalemme che il Profeta vedeva rivestita della Luce del suo Signore. Quando facciamo di Gesù il criterio unico delle nostre scelte quotidiane e viviamo secondo le Beatitudini, siamo luce, ossia portiamo Cristo e il Regno di Dio a tutti, nessuno escluso; non c’è neanche un angolino della casa che non sia visitato dal suo splendore.

Noi siamo luce e non possiamo tenere per noi quanto abbiamo ricevuto, quasi che il Vangelo sia qualcosa per pochi eletti o un tesoro che tengo per me, forse per paura di essere giudicato e non accettato, o anche perseguitato, ma a volte semplicemente perché non né riconosco il valore. San Paolo dice: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. Ogni Dono è anche una responsabilità che abbiamo verso gli altri, verso chi ancora non ha ricevuto la Buona Notizia del Dio che è venuto per essere il Dio-con-noi e la nostra unica Salvezza, la risposta ad ogni autentica domanda di Senso.

Non a caso il sale e la luce sono due segni che richiamano il Battesimo: ma io sono cosciente del sale e della luce che sono stati riversati in me attraverso lo Spirito di Dio? È veramente, Cristo, la mia Luce e il criterio unico del mio vivere? Lo specchio in cui specchiare il mio quotidiano? A volte è più facile ripiegarci su ciò che in noi è tenebra, piuttosto che muoverci verso la Luce che pur è accesa in noi e che è la nostra identità più vera, se solo abbiamo il coraggio di fidarcie di affidarci a Colui che ci ha affidato il talento unico della Vita bella di Cristo in noi!

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto