Search:

Ciechi anche noi?

marzo 26th, 2014

IV Domenica di Quaresima/A                      30 marzo 2014

Gv 9,1-41

Leggo l’episodio del cieco nato e mi stupisco. I genitori hanno avuto paura, il figlio no: è un uomo che ha formato la sua personalità sulla strada mendicando, ha capito tante cose, è diventato un uomo vero. Ha coraggio, non nasconde quello che gli è successo e crede. Era cieco e ora vede, con gli occhi del corpo e con quelli dell’anima. Chiede a coloro che lo interrogano: volete diventare discepoli anche voi? Mai, rispondono! Sono adirati e hanno il cuore chiuso, per loro è sufficiente essere discepoli di Mosé. Ma al neo-vedente, non basta più essere un buon ebreo: ricorda ai farisei che dare la vista a un uomo nato cieco è cosa unica al mondo, che è possibile solo a Dio. Non ha paura di professare la sua fede e di testimoniare: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Allora lo insultano e lo cacciano.

Ho pensato a tanti cristiani che nel mondo affrontano le stesse sfide. Quanti testimoni stanno oggi dando la vita perché cristiani; perseguitati e condannati perché posseggono una Bibbia, perché portano un segno cristiano. E quanti, dei quali non sappiamo nulla, sono oggi in carcere nella Corea del Nord, in Cina, in Vietnam, in alcuni Paesi dell’Africa; e quelli che, qualche decina di anni fa, sono morti o hanno sofferto nei lager nazisti o comunisti, solo perché  cristiani!

Confronto l’agire del cieco e la vita di alcune nostre comunità. Alcune sono come il cieco ora vedente: generose, entusiaste, sempre disponibili al dono di sé per gli altri, trasmettono  luce, pare che risplendano nella loro semplicità, come dice Paolo in 2Cor 4,4, con lo splendore del glorioso vangelo di Cristo. Sono donne e comunità veramente credenti, trasformate dallo Spirito, che riflettono nella loro vita e nell’apostolato la gioia di Dio.

In altre invece si percepisce come una “cataratta”, che impedisce una visione chiara. Si nota un certo grigiore, una insoddisfazione, una fraternità di superficie, individualismo, appartenenza e dono di sé insufficienti. Pare che i pensieri, i sentimenti e le scelte non siano in esse sempre quelli di Cristo. Così pure il modo di accogliere e servire  gli altri – chi ha bisogno,  i poveri, i sofferenti – non sia come quelli del Signore. Di conseguenza la tristezza, il timore della precarietà e del futuro, le opere non sempre come quelle di Cristo. Forse manca qualche grado di vista, un po’ di fede vera, che faccia diventare testimoni irradianti a livello personale e comunitario del Vangelo. Scrive Giovanni: “Chi opera la verità viene alla luce perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte da Dio”.

La quaresima può portare una ventata di novità anche nelle nostre vite. Papa Francesco ci chiede un dinamismo di uscita per essere trasmettitori della vita nuova che Gesù è venuto a portare, anche in questa nostra civiltà del cambiamento veloce. Gesù andò incontro al cieco guarito e cacciato (certamente soffriva!), per rivelarsi dicendogli: “Il figlio dell’uomo… è colui che ti parla”; e il cieco si prostrò, professò la sua fede, e, possiamo supporre, ritornò sulle sue strade proclamando le meraviglie di Dio. E’ una bellissima immagine del “dover essere oggi” testimoni di Gesù per le strade del mondo. Apostole contemplative in azione e attive nella contemplazione, anche da anziane o da inferme, perché il dono di Dio ricevuto con la vocazione rimane per sempre.

Dalla fede vissuta come relazione profonda con il Signore nasce l’annun­cio, perché comunichiamo veramente solo “quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto” (1Gv 1,1). L’annuncio matura nell’Eucaristia celebrata e adorata, nell’ascolto obbediente e assiduo della Parola e ci fa essere “lievito”, dove viviamo e dove con amore e misericordia partecipiamo delle vicende della comunità e del nostro tempo. Papa Francesco domanda: «Sono disposta a portare la croce come Gesù? A sopportare persecuzioni per dargli testimonianza come fanno questi fratelli e sorelle che oggi sono umiliati e perseguitati?”. Questa è “la strada di Gesù” sopportare”.

Sr Rosaria Aimo, fsp

Lasciare la brocca…

marzo 18th, 2014

III Domenica di Quaresima/A                      23 marzo 2014

Gv 4,5-42

Chissà perché … la donna lasciò la sua anfora!

Me lo sono chiesta: forse perché un giudeo aveva parlato con lei e s’era tolta un sassolino dalla scarpa? O perché un uomo aveva chiesto da bere, proprio a lei…, pur sapendo che…? Invece il Vangelo di oggi dice: “Andò in città e disse alla gente: venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: che sia lui il Cristo?”. Questa donna è piena di entusiasmo e ha il coraggio di ammettere: “mi ha detto tutto quello che ho fatto”.

Ho pensato, in questo clima, a possibili omissioni: chiudere gli occhi per non vedere, le orecchie per non sentire e il cuore per non accogliere! Per futili motivi: difesa degli spazi personali, dell’autonomia, mancanza di coraggio, paura di creare conflitti, poco felici di ciò che siamo o di ciò che facciamo. E sempre per la poca fede. Eppure è viva nella memoria la parabola del granello di senape che diventa albero, perché ha la potenza della vita: anche in noi c’è la potenza della vita divina. Anche se la nostra fede è piccola, potremmo compiere opere straordinarie come spostare un monte. Inoltre se ognuna fa memoria nella sua esperienza con Dio in profondità, può ricordare come cose impossibili sono diventate possibili nonostante la piccola fede. Anche nella “mistica del vivere insieme”, come dice Papa Francesco (EG 87).

Forse tutte abbiamo esperienza di comunità che assomigliano a piccoli deserti, dove non si accettano reciprocamente i limiti umani, si sottolineano le differenze, si rifiutano le opinioni altrui perché diverse … Donne che attendiamo lo Sposo, ma con poco olio nelle lampade. Potremmo correre il rischio di trovare la porta chiusa al Suo arrivo. Anche se le sorprese sono sempre dietro l’angolo, speriamo che a noi e alle nostre comunità ci sia donato il tempo per comprare l’olio. Si avvicina l’anno della vita consacrata in cui speriamo di fare il pieno! Piccoli passi personali per armonizzarci nel rispetto e nell’amore. Porte del cuore sempre aperte, come il Padre misericordioso che attende da sempre l’arrivo del figlio, privilegiando chi è più povero tra noi, evitando di richiuderci in quelle strutture che ci offrono protezione. Perdonare sempre,  chinarsi verso chi è debole: quante anziane e ammalate nelle nostre comunità! Accompagnare con misericordia; trasformare le abitudini, gli stili di vita, il linguaggio, le strutture (se necessario), arrivare a tutte senza preferenze, semplificare, per vivere nella integralità il messaggio evangelico, l’amore a tutti costi, anche se costa la vita.

Dio ci ama, a lui diamo una risposta d’amore, se lo amiamo con creatività prima di tutto in chi ci è vicino. E’ il primo obiettivo del nostro vivere insieme e il miglior metodo per una nuova evangelizzazione della comunità, affinché essa possa essere trasparenza, testimonianza, servizio evangelico nella missione. Seminare amore senza preoccuparci, ben sapendo che di notte il seme cresce senza che ce ne accorgiamo, perché Dio ne ha cura. Il Padre “tutto misericordia” per accoglierci nella Casa richiede a ogni uomo di assomigliare al Figlio unigenito, figli nel Figlio che ha amato gli uomini fino a dare la vita.

La donna samaritana non sapeva darsi una ragione. Era colma di stupore e si interrogava su colui che le aveva parlato di un’acqua viva che disseta per sempre, e aveva dimostrato uno sguardo così chiaroveggente da scoprire il suo passato. Gli aveva detto: sei un profeta! Aveva voluto evadere con la domanda sul luogo dell’adorazione, ma le girava dentro l’ interrogativo che poi esprime ai suoi concittadini: “che sia lui in Cristo?”.

Sì. In ogni fratello o sorella serviamo e amiamo Cristo, il Figlio. Papa Francesco dice che dobbiamo essere “persone anfore” per dare da bere agli altri: può essere una croce, ma quello è il luogo dove il Signore si è dato a noi come fonte di acqua viva.

Sr Rosaria Aimo, fsp

Sapore di una nuova partenza

marzo 12th, 2014

II domenica di Quaresima – anno A          16 marzo 2013

Pensieri in libertà, leggendo il cap. 17 di Matteo (Mt 17, 1-9)

Ho letto il disappunto dei discepoli che non riuscirono a cacciare il demonio dal ragazzo epilettico. Eppure erano stati in missione, erano tornati e raccontavano al Signore che  avevano visto i demoni cadere dal cielo … Erano sicuri di poter scacciare anche quel demonio, perché lo avevano già fatto con successo. Ma avevano fallito. Meno male che Gesù, sceso dal monte,  aveva rimediato. Allora in disparte avevano chiesto al Signore: perché non abbiamo potuto scacciarlo?

Ho ricordato alcuni episodi della mia lunga vita e ho riso di gusto. Di fronte a un cambiamento, al modificare una consuetudine o accettare una modifica di programma, mi sono trovata a dire: “ma si è sempre fatto così!”. La nostra vita consacrata è nata ed è cresciuta tra abitudini, usi, tradizioni che possono avere creato a volte disagio, ma che erano caldi e rassicuranti. Forse come gli Apostoli abbiamo preso Gesù in disparte per chiedere: perché cambiare, se abbiamo sempre fatto così!?… E il Maestro risponde: è la vostra poca fede che vi impedisce di guardare oltre; in queste differenti situazioni la novità vi appare negativa… Guardarla in trasparenza può far intravedere l’anticipo di un bene maggiore …

La poca, piccola fede è il grande nodo da sciogliere. La nostra vita è una  professione esterna di fede, dall’abito, alla  vita di preghiera, all’impegno apostolico, ma può  esserci qualche nodo. Papa Francesco ci direbbe di pregare la Madonna che scioglie i nodi! La poca fede è la ragione delle  nostre perplessità: fede non è capire tutto, è ubbidienza e confidenza in Dio. Il dubbio impedisce i miracoli. La fede comprende tutte le manifestazioni della vita, è un nuovo sguardo – quello di Gesù – su tutte le cose, è vedere il quotidiano come Egli lo vede. Non è solo informazione teologica, ma è contare sulla fedeltà di Dio. Sappiamo dal Vangelo che è necessario pregare per avere fede, che fede e preghiera scacciano i demoni  della paura, anche di fronte al cambiamento della vita, della comunità, della società, della cultura digitale.

Possiamo vivere questo tempo nuovo nel timore o nella meraviglia. Se lo vediamo con gli occhi di Dio che conserva l’ordine stabilito ma opera attraverso la creatività dell’uomo, allora tutta la vita diventa un ‘meravigliato’ canto di lode. Ma se come i tre apostoli  concludiamo:  è bello stare qui, fermarci nell’istante magico e proponiamo le tre tende, troviamo Gesù che  ci fa  scendere a valle, al concreto. E ci invita a conservare nel cuore l’esperienza vissuta come il segreto del re, da comunicare solo in tempi e luoghi opportuni.

La luce della trasfigurazione vuole provocare  un impatto sulla nostra vita di consacrate. Gesù glorioso vestito di luce, conversava con Mosè ed Elia: abbiamo contemplato Gesù del passato e Gesù glorioso del futuro. Un mistero che è grazia e chiamata: a guardare il passato e il presente con gli occhi di Dio e costruire nella fede il futuro. Il Maestro non vuole tende perché possiamo rifugiarci nelle nostre sicurezze. Vuole che ci lasciamo portare dal vento di Dio, che è vento di libertà, convertendoci  alla croce e alla risurrezione. Egli  conosce la nostra fragilità e le strade tortuose, ma vuole trasfigurare la nostra realtà di piccole creature ferite e  liberate per renderci simili a sé. Attraverso l’ amore e l’ascesi ci vuole liberare da noi stesse, dalle piccole visioni, dal nostro  “si è sempre fatto così”. Ci chiede di farlo con amore e per amore.  Maria, Nostra Signora della premura, come insegna Papa Francesco (EG 288), ci viene incontro con materna di tenerezza, come compagna nel cammino. Previene i pericoli della strada e  ci avverte dei tranelli e delle tentazioni di oggi che  promettono una maturazione ai margini della via che ci abilita a essere dono per la nostra comunità e per il mondo. Con Maria possiamo tendere all’eccellenza in questo essere per Dio e per gli altri.  E’ normale avere la vista corta del “si è sempre fatto così”. Anche Pietro ha avuto paura sulle acque quando non sentiva la terra  rassicurante sotto i piedi. Ci sono anche acque mobili nella nostra vita. Perciò abbiamo bisogno di silenzio e di discernimento. Per entrare nel silenzio di Dio. A volte pare che il Signore sia sordo alle nostre domande, che la preghiera sia un monologo. Se ci domandiamo  sinceramente il perché, scopriamo che la nostra fede, quindi la preghiera, è incentrata su noi stesse, sui nostri interessi, sulle formule. Crediamo di pregare perché dedichiamo il tempo dovuto alle pratiche abituali, senza accorgerci dell’Interlocutore. Allora anziché avvicinarci a Dio ci allontaniamo. E’ luce di trasfigurazione comprendere che Gesù tace perché vuole condurci nel profondo per farci discernere le intenzioni e i sentimenti del nostro vivere e operare. A volte confondiamo il bene, la volontà di Dio con la nostra volontà, che potrebbe  essere  contraria  alla sua e opponiamo le nostre resistenze. Anche il criterio del  “si è sempre fatto così” può ostacolare lo Spirito che vuole operare in noi la santità e donarci un cuore aperto e missionario.

Sr Rosaria Aimo, fsp

Le tentazioni di Cristo e le nostre

marzo 5th, 2014

I Domenica di Quaresima                        09 marzo 2014

Vangelo: Mt 4,1-11

Con una narrazione stringatissima Matteo descrive un segmento espressivo della vita di Gesù. Dopo il riconoscimento ufficiale e bene-dicente del Padre presso il Giordano dove è battezzato, ‘condotto dallo Spirito’, Gesù approda nel deserto. E non sarà una presenza fugace; non sarà una pur bella anche se faticosa esperienza. Come Mosè sul monte Sinai, vi prende dimora in solitudine e in completa privazione di cibo. Superati i simbolici e biblici quaranta giorni e le quaranta notti, – perché “simile a noi in tutto fuorché nel peccato”, – Gesù prova la morsa della fame. E qui ha inizio una lotta dialettica tra lui e il tentatore, ambedue esperti in Sacra Scrittura. Per tre volte il se credente inappellabile tentatore inizia con una provocazione: “Se tu sei… “. E l‘uomo Gesù, esposto alla prova, controbatte con la innata divina sicurezza e con un simpatico crescendo: “Sta scritto… Sta scritto anche… Sta scritto infatti…”.

Le tentazioni vertono su fragilità diverse: la prima su una urgenza fisica e Gesù risponde richiamandosi – come uomo – ad una vocazione superiore. Oltre la vita corporale vi è la vita spirituale che è necessario vivere nell’obbedienza al Padre; la seconda esprime temerarietà, incoscienza e seguirla è mettersi fuori della legge di Dio; la terza è decisamente una istigazione all’idolatria. E Gesù questa terza volta inizia con un imperativo indilazionabile: “Vattene, Satana…”.

Se, come scriveva Paul Claudel, il peccato originale è stato “la prima eresia o separazione,  ossia una preferenza di noi stessi a Dio”, ogni tentazione acconsentita dimostra la volontà di rompere con la propria dipendenza dall’insostituibile Originante, Dio. È, quindi, negare la propria creaturalità; è voler essere come dei. “Sareste come dei…” disse là nell’eden il tentatore alla prima donna. Gesù, il Maestro, che ha definito se stesso Via, Verità e Vita, supera la tentazione. Con la sua resistenza annulla il potere del maligno. E se, come dice il libro dei Proverbi. “la strada dei giusti è come la luce dell’alba che aumenta lo splendore sino al meriggio”, la testimonianza di Gesù, quel suo accedere alla Parola, quel suo riconoscere la propria dipendenza dal Padre è il meriggio cui guardare con fiducia e con gioia. Egli “è la via che conduce ciascuno alla piena realizzazione di sé secondo il disegno di Dio. È la verità che rivela l’uomo a se stesso e ne guida il cammino di crescita nella libertà. È la vita perché in lui ogni uomo trova il senso ultimo del suo esistere e del suo operare: la piena comunione con Dio nell’eternità” (da Educare alla vita buona del vangelo, CEI 2010).

La persona consacrata guarda a Lui. Come Lui accede alla Parola; se ne ‘impossessa’ con la lectio personale o comunitaria. La vive perché “chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà e le resta fedele… troverà la sua felicità nel praticarla” (cfr Gc 1,25).

Sr Biancarosa Magliano, fsp