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In cammino

aprile 30th, 2014

3a Domenica di Pasqua                4 maggio 2014

At 2,14° 22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Il Vangelo di Emmaus, si legge volentieri; non è solo il racconto di un viaggio. E’ una sequenza di immagini che vediamo scorrere nella nostra mente: il cammino lungo quanto un giorno, una strada polverosa, i due pellegrini, che mentre camminano “conversano di tutto quello che era accaduto” (Lc 24,14).

Dopo gli eventi vissuti e nei quali i due discepoli si erano sentiti coinvolti, tornavano alla quotidianità sfiduciati, sconvolti e confusi, come soggetti di una storia finita male, e che non avevano capito. Però conversavano, tra di loro, ricordavano ciò che era accaduto, erano  capaci di ascoltarsi e di accogliersi, di condividere la stessa sofferenza, come avevano vissuto la stessa esperienza.

Non erano rimasti indifferenti a ciò che era successo. Erano rimasti toccati, ma ne parlavano senza rifiuto, senza delusioni, solo con tristezza. Conoscevano bene le profezie, erano a  conoscenza anche di quanto dicevano le donne e gli altri discepoli, che affermavano di aver visto Gesù vivo. Ma non volevano soffrire una nuova delusione.

Mentre camminavano, si affiancò a loro “Gesù in persona”. Tra i tre camminanti si svolge un dialogo aperto, caldo, illuminante. “Che sono questi discorsi?” domanda Gesù. “Si fermarono con il volto triste”; uno dei discepoli disse ”tu solo sei forestiero” che non sai ciò che è successo? Cleopa  si incarica di riferire gli ultimi eventi, riconoscendo in Gesù “un profeta potente in opere e in parole”, ma conclude dicendo: “noi speravamo che fosse lui a liberare Israele”.

I loro occhi erano chiusi, e non potevano riconoscerlo, neppure quando “cominciando da Mosé e dai profeti Gesù spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”.

Solo quando Gesù, invitato a trattenersi con loro, ripete il gesto dello spezzare il pane “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. La storia, che sembrava finita male, ha ora un epilogo meraviglioso”.

L’atteggiamento dei discepoli è positivo: “erano in cammino”; non per un semplice viaggio, ma, senza saperlo, per un pellegrinaggio interiore: dalla incredulità alla fede, dalla tristezza alla gioia, dalla delusione alla certezza. Vivono insieme un momento difficile, comunicano tra di loro, condividono la loro pena. Discorrono e discutono insieme: si fidano l’uno dell’altro, forse insieme cercano quella luce che avrebbe illuminato la loro mente, avrebbe fortificato la loro volontà, riscaldato il loro cuore. Accolgono l’estraneo che si affianca a loro, e stabiliscono un rapporto di vicinanza, di amicizia, fino ad invitarlo a fermarsi con loro “perché si fa sera e il giorno già volge al declino”.

L’atteggiamento di Gesù è quello di chi ascolta, partecipa al loro sentire. Poi interviene illuminando le loro menti, scaldando il loro cuore. E aspetta, non ha fretta. Lascia loro il tempo necessario per arrivare a riconoscerlo. Aspetta che i loro occhi si aprano, non li forza, non li obbliga. Attende la risposta rispettando il loro ritmo. Il tempo è elemento necessario per giungere alla pienezza. Appena i discepoli danno segno di riconoscerlo, davanti al gesto dello spezzare il pane, Gesù sparisce. Rende invisibile la sua presenza, lascia a loro la soddisfazione e la gioia di riconoscerlo. Come pure lascia a loro la decisione di “partire senza indugio” per andare a comunicare la loro esperienza agli altri undici. E’ Gesù che ha lasciato nel loro cuore un ardore nuovo, che li spinge a prendere l’iniziativa di tornare dagli altri per condividere quella esperienza meravigliosa.

E’ la pedagogia di Dio, che coinvolge l’uomo per costruire la storia di salvezza, e aspetta il suo ritmo.

Lo Spirito muove dal di dentro. Suscita speranze, alimenta desideri, annuncia promesse che esigono adempimento. Ma il compimento è affidato alla fedeltà degli uomini. Gli uomini, spesso, sono strumenti, inadeguati, incompiuti, imperfetti, non arriveranno mai alla pienezza totale, ma possono sempre essere insieme in cammino.

Sr Teresita Conti, fsp

“Mio Signore e mio Dio”

aprile 22nd, 2014

2a Domenica di Pasqua    27 aprile 2014

At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

Il ciclo liturgico continua puntualmente il suo corso. Ed eccoci, celebrata la Pasqua, alla seconda domenica, detta anche In Albis, nel ricordo del bianco dei vestiti che i nuovi battezzati nel giorno di Pasqua, oggi deponevano. Il clima primaverile e gli echi della Pasqua, i vangeli della Risurrezione letti nella settimana appena trascorsa, favoriscono la gioia, il canto, lo stupore, e la scoperta della novità e della  bellezza.

In questo clima il brano evangelico ci inonda di speranza. Corre voce che Gesù, che era stato crocifisso, è risorto. Lo dicono le donne che sono andate al sepolcro e l’hanno trovato vuoto. L’hanno saputo i discepoli che, pur conoscendo le profezie, e le rivelazioni di Gesù, sono confusi, e smarriti. Forse combattuti tra una segreta speranza e i fatti che sembrano smentire.  Sono chiusi in casa, non vogliono trovarsi nella condizione di dover rispondere a domande di ipotetici giornalisti (i giudei). Ed ecco Gesù stesso prende l’iniziativa: apre le porte e allontana la paura riposizionandosi al centro della loro vita. Lo fa con commovente semplicità, rendendosi visibile e dicendo: ”Pace a voi”. Scompaiono  i dubbi, i timori, le chiusure.  E’ un soffio di vita nuova che li rende esultanti : “e i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20-19-20).

Tommaso non è con gli altri. Non si fida del sentito dire, vuole vedere, vuole soprattutto toccare. La sua rigorosità, più che la sua assenza, quasi costringe Gesù a una seconda apparizione ai discepoli, otto giorni dopo, nello stesso luogo ancora a porte chiuse, con lo stesso messaggio: “Pace a voi”.

Tommaso era fatto così. Non era scettico. E tanto meno incredulo. Voleva solo vederci chiaro. Tanto chiaro che gli occhi non gli bastavano. Pretendeva il conforto delle mani: “se non metto la mano nel costato” (Gv 20,25).

Alla sua esigenza di toccare e vedere, Gesù semplicemente risponde: “metti qua il dito… guarda le mie mani… metti la tua mano nel mio costato”. Benedetta resistenza, benedetta voglia di vederci chiaro! Non ha più bisogno di guardare o di toccare. Un soffio di vita nuova è fluito anche in lui, dal quale nasce la più radicale esclamazione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”.

Anche noi, spesso ci troviamo chiusi, incapaci di ascoltare, di condividere, di stringere legami di comunione; o con la scusa di vederci chiaro, non ci fidiamo l’uno dell’altro non riconosciamo  i nostri limiti e quelli degli altri. E forse insistiamo nell’imporci delle regole, degli impegni, delle mortificazioni.

Proviamo a guardarci con benevolenza, rispettando i tempi, i ritmi di ognuno, consapevoli delle nostre insufficienze e dei nostri mali, ma decisi a non perdere nulla dei doni, delle scintille di grazia che quotidianamente fluiscono in noi, e in chi ci vive accanto, che ci portano a gesti di comunione, di misericordia e di perdono.

Il capire e l’accogliere la testimonianza di chi ha già esperimentato non è frutto di una imposizione esterna, è frutto di una esperienza interiore. Solo quando Tommaso esperimenterà, dopo gli altri, la presenza di Gesù, sarà pronto a credere. Sono diversi i ritmi, i tempi, le situazioni, la storia di ognuno. Ma lo Spirito opera tutti e in ognuno.

Solo nella vigilanza sapremo cogliere le scintille di grazia, i frammenti della presenza di Dio in noi. Sarà una esperienza meravigliosa nella nostra vita, che ci farà esclamare, in modo pieno e radicale, come Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”.

Sr Teresita Conti, fsp

È Pasqua di Risurrezione

aprile 15th, 2014

Domenica di Pasqua                       20 aprile 2014

Nella “grande santa settimana” Maria, madre dolorosa, ha camminato con noi credendo, e sperando, certa della promessa del Dio dell’Alleanza. Il Figlio non soffre più, è finita l’ora delle tenebre, Gesù in croce ha gridato: “Tutto è compiuto”; si è strappato il velo del tempio; dal costato del Figlio sono sgorgati sangue e acqua. Da quella ferita è nato il mondo nuovo, per ogni uomo di ogni tempo. Gesù è risorto, Maria – una donna, lo ha visto e lo ha annunciato ai discepoli spauriti – inaugurando un mondo di luce, di figli, nel quale Dio è il nostro Dio, il Dio con noi.

Questa settimana anche gli Ebrei nella “Pesah”, la Pasqua ebraica, rievocano la liberazione del popolo dalla schiavitù d’ Egitto e riservano il salmo136 per la solenne celebrazione pasquale di lode a Dio, Creatore e Liberatore, Dio che ha concesso al popolo vagante nel deserto il dono di una terra e di una patria, perciò con verità può ripetere all’infinito: “eterno è il suo amore per noi”.

E’ giunto anche per noi, per le nostre comunità, per il mondo, il giorno di Pasqua, il rinnovato dono di grazia, salvezza e  liberazione: possiamo cantare nella Chiesa con l’umanità “eterno è il suo amore per noi”. Una traduzione poetica del Salmo 136 proposta da Turoldo mistico e poeta, se personalizzata, può offrire spunti per la nostra  preghiera pasquale, a lode di Dio per la pasqua dell’uomo pellegrino che va verso la meta dove Dio attende le sue creature graziate e salvate.

Poter dire anche noi, ognuno di noi

Egli si è degnato di chiamarci alla vita, ha chiamato ciascuno per nome: eterno è il suo amore per noi!

E ci ha dato una mente e un cuore e occhi e mani e sensi; e la donna ha dato a perfezione  dell’uomo: eterno è il suo amore per noi!

E ci ha dato la Grande Madre e la buona amabile terra e i fiori: eterno è il suo amore per noi!

Ed Egli stesso si è fatto uomo e ha fatto della terra il suo paese, ha consacrato il pane e il vino per il nostro cammino: eterno è il suo amore per noi!

Egli ci ha dato il suo stesso Spirito, estremo dono per cui siamo liberi: eterno è il suo amore per noi!

E pur se provati da mali e sventure, potati come vigne d’inverno, visitati dalla morte, ostaggi di una civiltà di morte, braccati da forsennata morte, almeno qualcuno riesca a dire: eterno è il suo amore per noi!

Che tutti gli umiliati e offesi del mondo, questo immenso oceano di poveri, possano un giorno insieme urlare: eterno è il suo amore per noi!

Perché Egli continua a sognare il Regno di uomini liberi e giusti: eterno è il suo regno per noi!

Per il nostro atto di fede mai finito: eterno è il suo amore per noi!

“Maria perché ha creduto, vede sbocciare il futuro nuovo, il domani pasquale, il domani di Dio. Il domani di Dio è l’alba del mattino di Pasqua… Ci fa bene pensare all’abbraccio del Figlio e della Madre… La lampada accesa al sepolcro di Gesù è la speranza della Madre, che è la speranza dell’umanità…”(cf EG). E’ ancora accesa la nostra lampada? Aspettiamo il domani di Dio? Crediamo, speriamo, amiamo, perciò cantiamo “a piena vita”: eterno è il suo amore per noi!

Sr Rosaria Aimo, fsp

Permettici, Maria madre di Gesù e madre nostra…

aprile 10th, 2014

Domenica delle Palme           13 aprile 2014

… di  vivere con te questa giornata delle palme e la settimana del dolore.

Siamo le religiose di oggi. Come te, Maria, donne e madri con vocazione a essere donne e madri dell’umanità.

Madre, permettici di imparare da te in questa settimana santa, il modo di camminare sulla via del dolore, tu che ha sofferto tutta la vita. Sappiamo che nella nostra chiamata è compreso il compito di generare, nutrire, presentare l’umanità al tempio. Tu hai accettato di essere madre giovanissima, non conoscevi il futuro e la tua unica luce era la fiducia nella promessa di Dio. Sei andata da tua cugina ad AinKarem, tornata a Nazareth hai portato il dolore di Giuseppe, poi a Betlemme è nato il Bimbo in povertà, poi siete fuggiti l’Egitto: fiduciosa hai atteso  conferme. Madre, cosa hai vissuto dentro di te? Oggi tante sono le madri dolorose nei immensi campi di rifugiati dell’Africa, di Sabra e Chatila, della Siria:  quali “conferme” potremmo attendere per noi e per loro?

Madre, permettici di imparare da te nel tempio, quando Simeone ti ha parlato di quella spada che ti ha ferita nel profondo. Hai saputo che il tuo Bambino sarebbe stato di salvezza e di rovina. Il tuo cuore sensibilissimo e compassionevole deve aver molto sofferto. Tu soffri anche oggi per le persone escluse, per le masse  senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita in questa cultura dello scarto, valutate come rifiuti (cf EG 54). Insegna  a noi, alle nostre comunità il modo per crescere nella compassione, per condividere il grido di dolore degli altri e non “passare accanto” come il sacerdote o il levita della parabola.

Madre, dicci  come hai vissuto i tre giorni in cui cercavi quel Figlio che era tuo (ma non tutto tuo). Aiutaci a vivere come religiose in questa cultura nella quale spesso anche noi vogliamo tutto e subito, incapaci di fermarci a pensare, vivendo spesso nell’angoscia perché abbagliate dall’immediato, dal superficiale, dalla voglia di successo nelle nostre opere. Come possiamo valorizzare il progresso del presente senza perdere le radici, la capacità di meditare, di contemplare, di attendere, di discernere la via di Dio nell’oggi?

Madre, Gesù è vissuto con te a Nazareth, ma poi è venuto il momento del distacco e la sfida della sua vita pubblica. Oggi nuove sfide si presentano alla nostra vita consacrata. Molti noviziati sono quasi vuoti, le nostre forme apostoliche sono in difficoltà: vivendo senza una vera mistica apostolica ci proponiamo di arrivare a risultati; a volte siamo pessimiste, con una psicologia quasi “della tomba” (cf EG 84). Madre, come vivere di fede e di speranza in questo tempo di crisi?

Maria, donna dei dolori, hai cooperato con Gesù Salvatore. Hai obbedito, creduto, sperato, come donna forte e madre amabile. Accanto alla croce ci hai abbracciati, ma quando “nella pienezza del tempo Dio mandò il Figlio nato da una donna” (Gal 4,4) eravamo già tuoi figli nel Figlio tuo e di Dio. Grazie, o Madre! Ottienici di vivere la vocazione missionaria e accogliere, almeno nella preghiera, i deboli, i peccatori, i disperati di tutta la terra con un cuore come il tuo!

Madre, eri nel cenacolo incoraggiando quei figli spauriti. Attendevi lo Spirito, sbocciava la Chiesa. Aiutaci a essere chiesa dalle porte aperte, a leggere i segni dei tempi, a discernere la “qualità” nel nostro essere donne, madri, religiose  per i nostri contemporanei!

“Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci a risplendere nella testimonianza

della comunione e del servizio, della fede ardente e generosa,

della giustizia e dell’amore ai poveri,

perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra” (EG 288).

Sr Rosaria Aimo, fsp

Anticipazione di vita

aprile 1st, 2014

V Domenica di Quaresima                      6 aprile 2014

Gv 11,1-45

“… Signore, se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11,21): Marta saluta così l’amico Gesù. E’ disfatta per la morte di Lazzaro: Maria piange a casa, Marta invece va incontro al Maestro. Il suo dolore è così grande che non può trattenersi e lo rimprovera per il ritardo: lo aveva avvertito della malattia di Lazzaro; aveva atteso con ansia colui che aveva guarito tanti e poteva farlo anche per un amico! 

Certo, la sua fede non era venuta meno: “so che Dio ti darà ciò che chiedi”, ma non va oltre: Lazzaro è nel sepolcro ormai da quattro lunghi giorni. Invece Gesù va oltre: vuole donare una amicizia maggiore di quella di Marta (e di Maria), che pure non si era incrinata per la delusione: “risorgerà” dice Gesù, e Marta: “ne sono certa, nell’ultimo giorno”. “No, ora,  perché io sono la risurrezione e la vita”.

L’amore di Dio è sempre sopra le righe. Il Padre dona il Figlio unigenito per il suo sconfinato amore verso il mondo; accetta, partecipa al suo sacrificio fino al “tutto è compiuto” sulla croce; non lo ascolta quando il Figlio gli grida: “se è possibile passi questo calice”.

Non è possibile vivere questi giorni di passione senza una esplosione di gratitudine, quando contempliamo nel silenzio l’amore di Dio che giunge a questi eccessi: per amore al mondo, a questa umanità senza memoria, a noi consacrate, al nostro “orticello” che si trova presso questa umanità in cammino.

Marta, Maria, i giudei presenti … vedono il Lazzaro morto uscire vivo, quando Gesù lo chiama: quello che hanno provato in quel momento penso sia indescrivibile. Con dimensioni a nostra misura, qualcosa di simile forse l’abbiamo sperimentato anche noi nel momento in cui ci siamo sentite guardate, quando Gesù ci ha fatto sentire che ci sceglieva tra mille, migliori di noi … “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). Nei prossimi giorni santi, potremo sostare, come ci invita Papa Francesco, in quella prima ora, “calda di relazionalità amica”, in cui ci siamo aperte alla chiamata e abbiamo deciso di metterci come discepole alla sequela del Maestro: una sosta che può essere utile per rinascere nella vocazione e forse anche nella “amicizia” comunitaria. Condividere gli affetti non è sentimentalismo, è responsabilità. Sarebbe uno squallore vivere insieme, condividere la Messa, la mensa, il lavoro e non sentire nulla l’una verso l’altra. Essere adulte è essere responsabili l’una dell’altra, rinnovare davanti a Gesù che richiama Lazzaro alla vita quelle relazioni tra noi forse un po’ morte, per risvegliare e far risorgere la nostra vicinanza–prossimità. Potrebbe realizzarsi quanto avveniva tra i primi cristiani e quelli che ci vedono potrebbero dire: “vedete come si amano”, prima di dire “come lavorano!”.

Nella logica dell’amicizia religiosa non può mancare la “verità” di Marta, che non nasconde a Gesù la propria ferita: “se fossi stato qui”. Amore e verità non si possono separare… chi ama capisce che l’amore è esperienza di verità (LF 27): se la lectio divina settimanale ci permette di comunicare i tesori della nostra profondità interiore, la correzione fraterna è la via discendente, la kenosi che ci fa trovare il Signore nella verità dell’incontro. E della tenerezza, come insegna Papa Francesco!

Sr Rosaria Aimo, fsp