Search:

Andate dunque…

maggio 27th, 2014

Ascensione                       1 giugno 2014

At 1,1-11¸Sal 46¸Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

Gli apostoli si recano sul monte degli ulivi come Gesù aveva indicato loro. Quando lo vedono si prostrano, mentre in cuore persiste l’ombra del dubbio. Gesù, non li riprende, non bada alla loro debolezza. Fa un enorme atto di fede nell’uomo, va oltre il loro timore, e affida a quei primi apostoli, che sono stati testimoni della missione, che si riconoscono deboli e fragili, la continuazione della sua stessa missione: “andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli”, e ancora li rassicura: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.  “Riceverete la forza dello Spirito e mi sarete testimoni fino ai confini della terra. … Poi: “una nube lo sottrasse ai loro occhi”.

Gesù scompare dagli occhi, ma rimane presente in loro; la forza dello Spirito li investe, li rinfranca, li rende nuovi, li fa audaci. Mentre si verifica, interiormente questo cambiamento loro continuano a guardare il cielo, e “uomini in bianche vesti dicono loro: uomini di Galilea perché state a guardare il cielo?” (At 1,8ss).

Si scuotono, ascoltano quelle parole come invito a cominciare a guardare alla terra. Hanno accompagnato Gesù nella sua missione sulla terra, sono stati testimoni con Gesù; ora sanno che loro stessi sono chiamati ad essere testimoni e che Gesù è con loro. Risuona la promessa che li incoraggia: “sarò con voi fino alla fine”.

E’ troppo importante il momento per decidere cosa fare, da dove incominciare, come compiere la missione che Gesù ha affidato loro. Sentono la necessità di fermarsi un momento, di pregare, di ricomporre i fili di quanto avevano visto, sofferto, sperimentato intensamente; si fanno “assidui nella preghiera assieme ad alcune donne” (At 1,14).

La preghiera, il confronto con la Parola, il discernimento sono le premesse nel compimento della missione. Gesù crede nell’uomo, crede in noi, crede in me, ha fiducia. Non mi abbandona, vuole che, sicura della sua presenza, io guardi attorno a me, vuole che viva nello spazio terreno ove svolgo la mia attività-missione, secondo il mio impegno particolare, in comunione con la mia comunità, e soprattutto con la Chiesa. Vuole che riconosca la realtà, che sappia leggere i segni, le attese, le speranze e dalla missione ricevuta, sappia rispondere in modo dinamico, vivace, creativo, fecondo e radicalmente evangelico.

Il Vangelo è sempre uguale e sempre nuovo, è gravido di vita e di verità; l’uomo è incapace di accoglierlo tutto, lo conosce e lo accoglie nel tempo . Non cambia il Vangelo, cambia la mia comprensione. Giovanni XXIII ebbe a dire: “siamo solo all’aurora della comprensione del Vangelo”. Grazie agli studi biblici, grazie soprattutto ai frammenti di grazia e alle scintille di luce che lo Spirito mi comunica e mi permette di cogliere, la mia conoscenza del Vangelo si fa sempre nuova, e sempre più esige di farsi vita e di comunicarsi.

Una rinnovata coscienza evangelica-profetica-sapienziale mi porterà a testimonianza di vita trasparente, manifestazione della presenza di Gesù in mezzo agli uomini, e farà emergere il nuovo che attendiamo e speriamo.

Oggi si celebra la XLVIII Giornata Mondiale della Comunicazione Sociale il cui tema: “Comunicazione al servizio di una autentica cultura dell’incontro” richiama e rimotiva a una vera cultura dell’accoglienza, della condivisione, della solidarietà, specialmente a noi religiose. Gli sviluppi inauditi che la comunicazione oggi ha raggiunto, hanno contagiato l’umanità, hanno creato nuovi stili di vita, hanno reso più urgente la necessità di comunicare, di creare vincoli di unione, di offrire possibilità di incontro, di solidarietà tra tutti…. Dobbiamo ricuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare …” (cfr Messaggio).

Abbiamo bisogno di saper trovare tempi di silenzio, atteggiamenti di preghiera più contemplativa e meno parlata, per creare spazio dentro, per farci trovare aperti ad accogliere ciò che il progresso ci offre, e soprattutto aperti allo Spirito che irrompe nella nostra vita e ci comunica quella “novità” che attende di essere vita in noi, per essere poi comunicata a tutti; mentre Gesù continua ad avere fiducia nell’uomo, in noi, in me e continua a ripetere: andate e fate discepoli tutti i popoli.

Sr Teresita Conti, fsp

Se mi amate…

maggio 22nd, 2014

VI Domenica di Pasqua                 25 maggio 2014

At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Se uno mi ama osserverà i miei comandamenti”; “chi osserva i miei comandamenti, questi mi ama”. Sono due frasi del Vangelo della liturgia di questa VI domenica di Pasqua, che esprimono la stessa cosa. E’ diversa la costruzione della frase, ma il contenuto è uguale ed esprime una relazione stretta tra comandamenti e amore. Non è una relazione alla pari, la priorità è dell’amore.

Nella storia del cristianesimo si è insistito, spesso, sui comandamenti: come criteri di vita, come oggetto di esame di coscienza, come materia di confessione, come legge non negoziabile. Ma i comandamenti sono indicazioni nel cammino, non sono l’assoluto; l’assoluto, il parametro del nostro comportamento è l’amore. L‘osservanza delle norme non è la condizione dell’amore. Al contrario è l’amore che motiva e da senso al compimento dei comandamenti. Le norme servono, ma non possono dare senso alla vita; lo daranno solo se vissute con amore.

Chi, alzandosi al mattino. è solo preoccupato dei doveri da compiere, dell’orario da osservare, vive come un automa, si lascia manovrare, la sua vita è scandita da altri. Aggiungiamo come  ingrediente principale l’amore, e ci troveremo ad essere liberi e protagonisti della nostra vita.

L’amore mi fa vivere in modo nuovo la relazione con gli altri, vicini e lontani; mi fa accogliere tutti, perché tutti differenti, ma tutti oggetto di amore da parte di Dio. E se Dio ama tutti, chi sono io per giudicare o per escludere?

La Parola di Dio, il Vangelo di questa domenica ci porta a una comprensione diversa della legge. In forma ripetitiva, ci dice che l’amore è sopra ogni cosa; che Dio è amore e vuole che anche noi mettiamo l’amore al primo posto. Vuole che smettiamo di crearci idoli, per trovare invece e sentire il cuore pulsante di un Dio che è Padre e che è solo capace di amare. Lui mi ha amato per primo e il suo amore ha fatto me capace di amare. L’amore mi fa scoprire un nuovo modo di rapporto tra fratelli e sorelle. L’amore mi fa capace di perdonare. L’amore mi fa sentire la necessità di essere perdonata, perché la mia debolezza è sempre presente. Paolo nella Lettera ai Romani dice: “non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.

Qualche decennio fa anche le nostre Regole-Costituzioni prendevano quasi il primo posto. Lo Spirito Santo attraverso i Padri Conciliari, ha fatto dare una svolta; ha suscitato un dinamismo nuovo, ha fatto scoprire la necessità di tornare a Gesù, di tornare al Vangelo, di tornare alla Parola di Dio. Sono passati 50 anni dalla celebrazione del Concilio Vaticano II e quell’entusiasmo, quella passione si sono affievoliti. Credo però che ne sia rimasto un nuovo modo di considerare la Regola. La prima Regola è l’amore.

Dopo la fioritura di vocazioni in tutte le congregazioni degli anni ’50-’60, è sopravvenuta una persistente crisi vocazionale. L’invecchiamento e il cambio epocale della società mi sembra siano le cause dell’attuale “anemia” della VC che produce frustrazione e disincanto. Il cambio epocale esige anche a noi religiose un cambio significativo, un passaggio dall’osservanza al Vangelo, dalle regole all’amore. Ci chiede di imparare a leggere i segni dei tempi, di  cambiare il nostro modo di vedere le persone, di stabilire relazioni.

San Giovanni della Croce ha detto: ”nella sera della vita saremo giudicati sull’amore”.  E Papa Francesco ribadisce: “Gesù non ci giudicherà secondo i criteri di una regola o di parametri puramente “spirituali” ma in base al modello di vita che Egli stesso ha vissuto e ha proposto a noi. Saremo giudicati secondo quanto avremo saputo avvicinarci a tutti gli uomini, di ogni strato sociale, di ogni religione, di ogni apparenza, o ci saremo accostati ai sofferenti nella carne o nello spirito,… o  avremo saputo riconoscere nell’altro il nostro “prossimo”.

O divino Maestro, il nostro amore aspira a te, non vogliamo essere regola mummificata, vogliamo essere, nel mondo, il segno della tua vita, morte e risurrezione, il segno di Te,   copiando il tuo esempio, in fedeltà ai tuoi insegnamenti mosse dall’amore.

Sr Teresita Conti, fsp

Gesù è via, verità e vita

maggio 14th, 2014

V Domenica di Pasqua     18 maggio 2014

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Vado a prepararvi un posto….  perché dove sono io siate anche voi

Si avvicina il momento della separazione definitiva, in apparenza. Gesù intuisce lo stato di timore dei discepoli, partecipa al loro smarrimento e con grande tenerezza li rassicura: “non sia turbato il vostro cuore…  vado a prepararvi un posto, poi verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”.

Sono parole di addio. Parole consolanti, piene di comprensione e di affetto, ma allo stesso tempo intrise di mistero. Poco tempo prima aveva detto ai giudei, e anche ai discepoli: “dove vado io voi non potete venire”. Ora invece promette di prenderli con sé. Inoltre afferma: “del luogo dove io vado voi conoscete la via”. Obietta Tommaso: “Come possiamo conoscere la via, se non sappiamo dove vai?”.  Ed ecco la risposta, non ancora molto chiara, per quei pescatori, che sapevano molto di pesci e di reti, di lavoro faticoso, ma poco di altro. Gesù li aveva aiutati nel percorso di trasformazione da pescatori a apostoli. Ora alla loro domanda risponde così: “io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
Non ci fermiamo a districare il mistero, accogliamo invece il progetto di vita che ci propone.

La via che conduce al Padre: non  é una via comune, non  è  un cammino tracciato, e neppure un cammino da tracciare, perché lo stile, la forma, il modo di arrivare al Padre, è seminato di novità di vita che ognuno coglie individualmente o comunitariamente, ma in modo irrepetibile, anche se sempre mediato dal Figlio.

La verità: non è una definizione o  un  concetto, è una persona: è Gesù stesso. A noi l’impegno della ricerca quotidiana per conoscerlo sempre meglio, per incontrarlo, come condizione per conoscere il Padre.

La vita: non è uno stato, è un dono, una identità da acquisire giorno per giorno, da sviluppare, da far crescere nel tempo, anche se per la incompiutezza umana, sarà sempre incompiuta. Lungi dall’essere, questa, una caratteristica negativa, è una realtà positiva, perché è sempre uno stimolo ad andare oltre, a una ulteriore crescita. Il Vangelo è la fonte. “Più vangelo entra nella mia vita e più sono vivo” (E.Ronchi).

Noi religiose ci troviamo in condizioni privilegiate in questo cammino, non per un titolo acquisito, ma per le infinite occasioni di nutrirci di Parola, per i momenti di preghiera personale  o comunitaria, perché insieme camminiamo verso la stessa meta, per il dono di un carisma aperto all’umanità, per le testimonianze che riceviamo mutuamente tra sorelle e da eventi e persone che mentre testimoniano a noi, ci sollecitano ad essere testimonianza per chi vive assillato da altre urgenze, per chi cerca aiuto materiale o spirituale.

Penso che nelle  parole di addio Gesù, benché si rivolga specialmente ai discepoli, non esclude nessuno. Anzi ci mette in guardia dalle nostre emarginazioni quando dice “le prostitute e i pubblicani vi precedono nel Regno” (Mt 21,31). Dicendo “vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”, Gesù si rivolge a noi e a tutti gli uomini, compresi quelli di oggi, compresi i barboni, i drogati, gli emarginati, i ladri, i peccatori. L’aveva già fatto durante la sua vita, di mangiare con i peccatori, di parlare con una donna samaritana, rompendo ogni schema, di perdonare all’adultera, di accogliere una donna prostituta contro ogni giudizio dei benpensanti; e dalla croce, altare della sua donazione totale, dicendo al ladrone crocefisso con lui: “oggi sarai con me in paradiso”.

Perché Gesù che è il Dio della fraternità, dei poveri, del perdono, dell’amore, il Dio della misericordia, il Dio che non vuole la guerra, ma la pace, il Dio dell’umiltà e della mansuetudine, ci fa partecipi della sua vita.

E se siamo partecipi della sua vita, non saremo anche noi chiamate a farci strumento nelle sue mani per comunicare a tutti: Non temete: Gesù prepara un posto per ognuno di noi, perché verrà di nuovo e ci prenderà con sé?

Sr Teresita Conti, fsp

Io sono la porta, io sono il buon Pastore

maggio 6th, 2014

IV Domenica di Pasqua      11 maggio 2014

At 2,14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

Nel brano evangelico di questa quarta domenica di Pasqua, Gesù proclama: “io sono  la porta, io sono il buon pastore”.   La porta è lo spazio attraverso il quale si passa da un luogo all’altro; si può aprire per entrare, o chiudere per impedire l’entrata. Cosa può significare la porta in relazione al nostro cammino di fede? Ci viene in aiuto l’immagine del pastore. Quando le pecore devono rientrare nell’ovile, il pastore è lì sulla porta, è come punto di riferimento per le pecore, che senza indugi entrano nell’ovile.

Gesù dicendo ”io sono la porta” intende dire che lui è punto di riferimento e di orientamento per noi, che siamo le pecore. Per entrare dobbiamo rivolgerci dove la porta è aperta, dove Lui ci attende. Non è solo li sulla porta, Lui è la porta stessa, attraverso la quale si entra nella vita, si entra in comunione con il Padre. Entrare nella vita non significa osservare le leggi, seguire una dottrina e neppure compiere dei riti. Se Gesù è la porta, fare riferimento a Lui significa prendere il Vangelo, assumere il Vangelo come criterio di vita; significa vivere le beatitudini, osservare il comandamento dell’amore, che sono i criteri per eccellenza. Anche l’umiltà, il rispetto per gli altri e per il creato, il perdono, la misericordia sono atteggiamenti che ci avvicinano alla porta che ci conduce alla vita.

La storia dell’umanità è tutta un pellegrinaggio verso la vita; la vita abbondante che Gesù  offre come gioia piena, e non nega a nessuno. Lungo il cammino, nella misura in cui la vita cresce, si aprono sempre nuove porte, nuovi passi da compiere. Ciò che è stato raggiunto oggi, domani richiede un passo ulteriore, perché l’uomo è sempre imperfetto e può sempre andare oltre le mete raggiunte.

La porta ha la funzione di aprire, ma ha anche la possibilità di chiudere. In modo correlativo, anche noi siamo la porta. La porta del nostro essere, la porta del nostro cuore, la porta della nostra interiorità; la porta che può indicare ad altri la vera porta. C’è sempre il rischio di perdere il cammino, di sbagliare strada, di non riconoscere i cartelli delle indicazioni, di sbagliare porta, o di chiudere la nostra porta.

L’uomo chiude o sbaglia porta quando si fa sordo ai bisogni dei fratelli, quando distoglie lo sguardo dal povero, dall’indigente, quando giudica dal colore della pelle, quando si costruisce idoli propri come il denaro, le ricchezze, il potere. Sono mali che affliggono l’umanità di oggi. Anche in questo frangente la porta che è Gesù è sempre aperta. Ce lo dice anche Papa Francesco: “Quando hai la forza di dire : “voglio tornare a casa” troverai la porta aperta; Dio ti viene incontro perché ti aspetta sempre, Dio ti aspetta sempre, Dio ti abbraccia, ti bacia e fa festa. Così è il Signore, così è la tenerezza del nostro Padre celeste“.

Anche nel nostro piccolo quotidiano possiamo chiudere la porta, quando ci invade l’egoismo, la presunzione, la delusione, la tristezza; o quando ci facciamo sordi all’ascolto della Parola, o indifferenti ai bisogni di chi ci vive accanto; quando appartenenza, comunicazione, condivisione, comunione, non hanno più senso. E’ allora che dobbiamo far risuonare nelle nostre orecchie e nel nostro cuore le parole di Giovanni Paolo II nella prima omelia pronunciata in San Pietro: “non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”.

“Tu, o Signore, sei per noi la porta che apre il passaggio verso una vita risorta: verso la vera vita; fa che non ci stanchiamo mai di cercarla. Fa che in te possiamo sempre trovare la porta che ci permetta di entrare in comunione con il Padre, la porta, che tieni aperta per ognuno di noi.

Permetti anche a noi di aprire la porta del nostro cuore per accogliere la presenza di tanti fratelli, e sorelle, che, come noi camminano sulle strade del mondo e cercano una parola di comprensione e di speranza, un gesto di amicizia e di amore che li aiuti a scoprire la porta della vera vita”. (Adattazione da: L. Pozzoli).

Sr Teresita Conti, fsp