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Spezzare i pani

luglio 28th, 2014

Domenica XVIII – T:O.A       03.08.2014

Dopo aver narrato la visita di Gesù alla sinagoga di Nazaret (Mt 13.53-58) e il martirio di Giovanni Battista (Mt 14,1-12), Matteo ci racconta la seconda moltiplicazione dei pani (la prima è in Mt 15,32-39), E’ il secondo atto conclusivo della missione popolare di Gesù in Galilea (Mt 14,13-21). L’importanza di questo evento è data dal fatto che esso è descritto in sei versioni diverse; che si caratterizzano per alcuni dettagli significativi, trasmessici dai vangeli: due in Matteo e Marco e una in Luca e Giovanni rispettivamente.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani è di una evidente ricchezza teologica che ci rimanda ad alcuni testi dell’Antico Testamento. Evidenti sono il richiamo alla manna del deserto, ai pani del profeta Eliseo, al banchetto messianico di cui parla Isaia per poi confluire nelle allusioni eucaristiche e cristologiche presenti in racconti evangelici.

Il racconto di Matteo segue lo schema della istituzione della Eucaristia. Nel descrivere il gesto di Gesù, l’evangelista ricorre ad espressioni che ricordano la cena pasquale (“alzare lo sguardo al cielo”, “recitare la benedizione”, “spezzare i pani”, “darli ai discepoli” (v.19). Viene inoltre evidenziato il compito dei discepoli: sono gli intermediari tra Gesù e il popolo (“voi stessi date loro da mangiare” v.16).

“Tutti mangiarono a sazietà” (v.20). Questa affermazione è come una eco di alcuni testi biblici, soprattutto dei salmi. Lo stesso Magnificat (“ha ricolmato di beni gli affamati”, Lc 1,53), e la quarta beatitudine di Matteo (“beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati” Mt 5,6). Gesù, commosso di fronte a tutta quella gente, spinto dal desiderio di rispondere alle loro necessità di salute e di pane, evoca con il suo gesto la figura di Mosè che, nel deserto, nutriva il suo popolo con un pane miracoloso.

Il racconto di oggi fa memoria di tutto il popolo di Dio riunito attorno al Messia in un banchetto nel quale non esistono disuguaglianze tra indigenti e ricchi, tra affamati e sazi. Un banchetto di fraternità universale. (Da: Nuria Calduch-Benages – La palabra celebrada CPL 2014).

Quando l’azzardo premia

luglio 22nd, 2014

Domenica  XVII T.O. A          27 luglio 2014

Mt 13,44-52

Il vangelo di questa domenica propone alla meditazione le tre ultime parabole del capitolo 13 del vangelo secondo Matteo. Con esse Gesù si richiama al “regno di Dio” o “regno dei cieli”, secondo l’espressione propriamente ebraica di Matteo. Queste parabole seguono un certo ordine: il tesoro (v.44), la perla (vv. 45-46), la rete gettata nel mare (vv. 47-50). Simpatico il racconto che ne segue: i discepoli, nonostante i loro precisi limiti, finalmente capiscono le parole del maestro (v.51); una similparabola conchiude il discorso (v.52). Sembra quasi che lo stesso evangelista (“un padre di famiglia”) descriva se stesso come maestro che ha finalmente scoperto la linea di continuità tra la Legge (“cose antiche”) e il Vangelo (“cose nuove”).

La parabola della rete segue lo stesso stile della parabola della zizzania letta la settimana scorsa: una rete piena di pesci buoni e cattivi che i pescatori, giunti a riva, selezionano. E il pensiero corre al giudizio escatologico.

La parabola del tesoro e quello della perla sono gemelle. Pur con simboli diversi, trasmettono lo stesso messaggio. I due protagonisti – un agricoltore e un commerciante – fanno una scoperta straordinaria, inverosimile. Il tesoro nascosto e la pietra preziosa evocano nell’immaginario popolare qualcosa di straordinario, incredibile e di un valore enorme. Il primo scopre, per caso, il tesoro; l’altro, dopo una ostinata ricerca, trova una perla: il risultato è sulla stessa lunghezza d’onda: ambedue vivono un momento di gioia grande. L’agricoltore e il commerciante sono coscienti che quanto hanno trovato ha un valore molto superiore a ciò che posseggono e, per questo, prendono senza il minimo dubbio, una decisione intelligente: vendono tutto ciò che posseggono e uno compra il campo e l’altro la perla.

Tutto ciò che ha valore, costa. Scoprire il regno di Dio, ossia scoprire il Cristo, esige la rinuncia totale a ciò che non è conciliabile con esso. Altrimenti detto: per chi ha scoperto il valore supremo, tutto il resto è un nulla. (Da: Nuria Calduc-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Il coraggio di crescere tra l’erbaccia

luglio 15th, 2014

Domenica XVI T.O.A          20 07 2014

Mt 13,1-23

Il vangelo di questa domenica è una continuazione del “discorso delle parabole”.proposto nel capitolo 13 del vangelo secondo Matteo. La pericope offerta alla meditazione propone tre parabole: quella della zizzania (vv. 24-30), quella del granello di senape (vv. 31-32), e quella del lievito (v. 33). Continua poi con un breve nota da parte di Gesù sul simbolismo delle parabole stesse (vv.34-35). Chiudono il testo alcune precisazioni sulla parabola della zizzania (vv.36-43). Il lezionario non riporta i versetti 31-43 e riduce la lettura alla sola parabola della zizzania.

Questa parabola ha una stretta somiglianza con quella che abbiamo letto domenica scorsa, quella del seminatore. E’ la stessa storia, ma vista da una angolatura diversa, quasi una variante o prolungamento di essa. Anche qui si possono cogliere alcuni accenni autobiografici di Gesù: egli che è vissuto spargendo buona semente, non ne può raccogliere i frutti; non può impedire la germinazione del male; deve ammetterne (per forza) la presenza. Nel terreno seminato – come in ogni realtà di questa nostra storia – convivono il grano e la zizzania, il bene e il male.

Il grano e la zizzania crescono insieme; le loro radici si intrecciano le une con le altre e per questo è difficile, anzi impossibile sradicare la zizzania; si correrebbe il grosso rischio di sradicare pure il grano. Effettivamente la parabola inscena un dramma, una lotta in cui si trovano a contendere il padrone del campo e il nemico, il grano e la zizzania; vengono evidenziati inoltre due modi di procedere al raccolto: sradicare o lasciare che le due sementi raggiungano la maturazione.

La parabola ha il suo nucleo nella risposta del seminatore agli irruenti servi: “lasciate crescere insieme grano e zizzania sino alla mietitura” (v.30). Altrimenti detto: “bisogna avere pazienza e attendere sino alla fine. “Fino alla mietitura”: espressione simbolica che richiama la fine dei tempi, il giudizio finale (cf vv 40-43). In quel momento grano e zizzania verranno separati definitivamente: il grano  verrà raccolto nei granai; e la zizzania verrà buttata alle fiere.

Secondo la saggia interpretazione di alcuni esperti, la parabola, come tutti i confronti, non è completa, in quanto contempla soltanto una parte della realtà. Non possiamo dimenticare che nella vicenda umana la zizzania ha la possibilità di tramutarsi in grano. ( Da: Nuria Calduc-Benages . La palabra celebrada, CPL 2014).

Potenza della Parola

luglio 7th, 2014

XV domenica T.O. A

Mt 13,1-23 13 luglio 2014

Il capitolo 13 del vangelo di Matteo ha un suo titolo: “Il discorso delle parabole”. L’autore raccoglie in esso sette tipiche parabole con le quali Gesù intende illuminare i suoi ascoltatori sulla misteriosa realtà del regno dei cieli. Richiamandosi ad elementi presenti in natura e connessi con il lavoro (il campo, il lago, la pesca, il pastore, le pecore, la porta), Gesù parla alla gente semplice di realtà trascendentali.

La parabola del seminatore ha un sapore propriamente autobiografico. Gesù aveva dedicato tempo e passione per il  regno dei cieli, e, come risposta, i frutti si facevano attendere. Tutte le sue fatiche sembravano sfociare nel nulla; la sensazione del fallimento era inevitabile. In questo caso, però, il frutto del lavoro non dipendeva dal seminatore né dalla semina, ma dalla disponibilità del terreno che in alcuni casi era proprio nulla.

La pericope proposta in questa XV domenica del Tempo Ordinario si può suddividere in tre parti: la parabola del seminatore (vv. 1-9); l’obiettivo dell’utilizzo delle parabole (10-17) e la spiegazione della parabola del seminatore (vv.18-23). I primi versetti descrivono in sintesi la scena del processo in cui avviene la semina nei mesi estivi ed autunnali. Quando sembra che, per il seminatore, tutto vada perduto, ci viene presentato, con nostra sorpresa, un raccolto straordinario, frutto della semente caduta in terreno buono. Qui termina il racconto. Gesù ha descritto in poche immagini un campo seminato e non le ha spiegate; ma le sue parole sono un forte invito alla riflessione: “Chi ha orecchi, ascolti”.

Nei versetti seguenti, con alcune considerazioni un po’ più estese e pertinenti (vv.10-17) Gesù rileva l’incredulità di alcuni suoi uditori e dichiara beati i discepoli che, in questo caso, incarnano la gente semplice, quanti hanno fede.

Come conclusione Matteo presenta Gesù con i soli suoi discepoli ai quali offre alcune spiegazioni della parabola (18-23): il terreno è la persona: essa possiede un ‘cuore’, sede dell’intelligenza, dei sentimenti e della volontà; la semente è la Parola di Dio che – per dare frutto – esige la collaborazione del terreno. Tre atteggiamenti precludono lo sviluppo del seme: la superficialità (v. 19); il sentimentalismo (vv. 20-21); la ricerca di “altri” valori, ossia ricchezza e mondanità (v. 22).

(da Nuria Calduch, La palabra celebrada, 2014)

Troverai ciò che cerchi

luglio 1st, 2014

XIV domenica T.O. A 6 luglio 2014
Mt 11, 25-30

Questa di Matteo è una pagina fondamentale. Essa facilita una maggiore comprensione del messaggio di Gesù. Infatti è inserita in un contesto (Mt 11-12) caratterizzato dalla non esatta recezione e dal rifiuto da parte della classe dirigente e dall’aristocrazia giudaica. Gli uni e gli altri attendevano un Messia molto diverso. Con sorpresa di tutti – come compagni di viaggio e amici suoi – Gesù sceglie gli emarginati, i poveri, gli indifesi. Ad essi rivela i segreti del suo cuore, il mistero della sua missione di salvezza.

Le parole di Gesù, in questa pericope, hanno lo stile letterario di un inno; ricordano il magnificat che Maria, sua madre, cantò alla presenza di santa Elisabetta. La struttura, suddivisa in tre strofe, è simile ad ogni altro (comune) inno di lode. (È in sintonia con ogni altro inno di lode.

La prima strofa è una benedizione (vv 25-26). Gesù, da perfetto israelita, benedice – ed è lo stesso dire – ringrazia il Padre. Ma la novità presente in questo ‘inno’ è il fine che lo motiva: Gesù parla per esperienza; ha percepito che veramente capaci di intendere il vangelo sono soltanto le ‘persone semplici’ (in greco, ‘i bimbi piccoli’), ossia quanti posseggono l’anima del povero e il cuore di un bambino. Al contrario, i ‘sapienti’ e i ‘dotti’, si chiudono  in se stessi e, vittime della propria arroganza, non permettono alla buon notizia di entrare (prendere alloggio, dimora) nel loro cuore.

La seconda strofa definisce l’identità di Gesù (v.27). Egli si presenta come il Figlio di Dio e Signore dell’universo con tre asserzioni: il Padre e il Figlio si conoscono l’un l’altro; il Padre ha deposto tutto nelle mani del Figlio, e il Figlio ha il potere di rivelare agli uomini la conoscenza (l’identità (?)) di Dio.

La terza strofa è un invito diretto ai ‘semplici’ (vv.28-30).‘Stanchi e oppressi’ da un sistema e da maestri despoti (tiranni) aspirano e cercano la pace. Con un linguaggio sapienziale, Gesù li invita alla sua scuola: “venite a me”, “imparate da me”, “prendete il mio giogo” sono sinonimi. A quanti accolgono il suo invito Gesù promette ‘riposo per l’anima’, ossia la pace interiore.

(da Nuria calduch, La palabra celebrada, 2014)