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Perdersi e ritrovarsi

agosto 26th, 2014

Domenica XXII T.O. A                  31.08.2014

Come già annunciato domenica scorsa, con il versetto 21 del capitolo 16, il vangelo di Matteo cambia impostazione. Qui è fatto il primo annuncio della passione e la conseguente forte reazione di Pietro (16,21-27). Questa seconda parte del vangelo è quasi esclusivamente dedicata ai discepoli. Gesù li ammaestra sul segno e sul valore della croce e li prepara ai drammatici eventi che avranno la loro realizzazione a Gerusalemme.

Gesù, cosciente di andare incontro ad una morte violenta, aveva accolto in piena libertà la volontà del Padre; per Lui era un dovere, un servizio (“doveva andare” v. 21). Dopo aver capito che era il giunto il momento adeguato, confida agli apostoli il proprio segreto (lo farà nuovamente in 17,22-23 e in 20,12-19). Gli apostoli non lo capiscono; sognavano infatti un destino diverso per il loro Maestro. Pietro si ribella, protesta e rimprovera Gesù (v.22). Per Gesù le parole di Pietro sanno di tentazione; tanto è vero che lo chiama “Satana”, ossia avversario, ne più né meno di tentatore. (cf 4,10). Lo rimprovera e lo ammonisce: il vero discepolo la pensa in modo diverso dai comuni mortali – che seguono criteri esclusivamente umani (Pietro ha fiducia soltanto nel proprio coraggio e nella propria spada) – ma con i criteri di Dio.

La stroncatura di Pietro (v.23) fa sbocciare in Gesù un intervento magistrale sulla sequela, composto da quattro aforismi che confluiscono in un unico punto di arrivo: per giungere alla vita eterna è necessario seguire il cammino della passione, attraversare irrimediabilmente la via della croce. In questa luce, la passione di Gesù ha il suo prolungamento nella passione dei discepoli. E condizione imprescindibile è la “negazione di sé” (rinunciare ai propri criteri, interessi, tendenze…) e “prendere la propria croce” (malattia, sofferenza, lotta interiore, responsabilità,… martirio). Essere discepolo comporta seguire Cristo sulla via della croce.

Gli altri aforismi si riferiscono alla vita e alla gloria escatologiche: la vita divina è più importante della propria vita attuale (v. 25), del mondo intero (v.26) e all’infuori di essa l’unica alternativa è il fallimento eterno (vv. 27-28). (Da: Nuria Calduch-Benages, La Palabra celebrada, CPL 2014).

Sondaggio di opinione

agosto 19th, 2014

Domenica XXI T.O. A              24 agosto 2014

Con la “professione di fede” di Pietro (Mt 16,13-20) si conclude la seconda parte del Vangelo di Matteo dedicata in modo particolare all’annuncio del regno dei cieli in Galilea. Dal versetto 21 del capitolo 16, comincia ad apparire all’orizzonte  Gerusalemme: Gesù per la prima volta parla della sua passione, morte e risurrezione.

Il racconto odierno, situato in Cesarea di Filippo (terra pagana situata oltre i confini di Israele), riporta un dialogo – forse il più famoso – tra Gesù e i suoi discepoli. Potrebbe essere suddiviso in due parti: uno sull’identità di Gesù (vv.13-16) e l’altro sull’identità di Pietro (vv. 17-19). L’ultimo versetto (v. 20) si sofferma sul segreto messianico. In realtà né il popolo né gli stessi discepoli erano capaci di capire il vero significato del termine “Messia”.

La prima parte, dunque, riporta l’opinione della gente e quella dei discepoli su Gesù. E’ Gesù stesso che provoca l’interesse dei discepoli ponendo loro due domande: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. “Ma voi, chi dite che io sia?”. Per i discepoli la gente vede in lui un uomo dalla eminente personalità che in un modo o in un altro ha preparato la via del Messia, anche se non lo riconosce, per il semplice fatto che non lo comprende. Risposta positiva, ma incompleta, insufficiente. Per Simon Pietro, che prende la parola e risponde a nome di tutti: Gesù non è soltanto il Messia, è anche il Figlio di Dio inteso nel significato più teologico della espressione. E’ utile notare che qui Matteo anticipa il soprannome “Pietro” (traduzione greca dell’aramaico kefa “pietra, roccia”) (v. 18). Gesù non gli ha ancora imposto questo nome. Il suo pensiero viaggia in chiave ecclesiale. Non è ancora il momento opportuno.

La seconda sezione è tutta centrata sulla persona di Pietro, figlio di Giona, e, soprattutto, sulla sua missione nella Chiesa. Gesù nell’ascoltare la risposta alla sua domanda gioisce ed esprime il proprio compiacimento. Pietro non si è lasciato guidare dal criterio naturale (“né carne né sangue”), ma dalla docilità alla rivelazione (v. 17). In un secondo momento gli impone il soprannome – Pietro – e gliene offre una interpretazione precisa in positivo (sarà la roccia/il fondamento su cui si appoggerà la Chiesa) e in negativo (le potenze degli inferi – ossia il male – non prevarrà su di essa) (v.18). All’imposizione del nome è aggiunta una importante delega di autorità che Matteo interpreta con due immagini: la consegna “delle chiavi” e la facoltà di “legare e sciogliere”. La prima indica un pieno potere nell’ambito amministrativo, giuridico, magisteriale; la seconda – concretizzazione della precedente – sottolinea il potere di perdonare i peccati concesso a Pietro e alla Chiesa (cf Gv 20,23). (Da: Nuria Calduch-Benages – La palabra celebrada – CPL, 2014).

Senza meritare nulla

agosto 12th, 2014

Domenica XX T.O.A                17.08.2014

Nella pericope, (Mt 15,1-20) che precede il testo riportato questa domenica, è scritto che scribi e farisei contestano a Gesù il fatto che i suoi seguaci seggono a tavola senza compiere il normale gesto di purificazione: lavarsi le mani. Gesù reagisce con forza e li rimprovera per la loro ipocrisia, per una apparente obbedienza alle leggi, che non tiene conto del senso più profondo della parola di Dio. Il dibattito che ne segue sulla vera purezza diventa un momento favorevole per la caduta del muro di separazione tra i giudei e i gentili.

Nel testo che segue (Mt 15,21-28) Matteo insiste sullo stesso tema, ma sotto una angolatura diversa. Viene infatti descritto un miracolo che, frantumando vecchi schemi della tradizione giudaica, apre orizzonti universali per la diffusione del vangelo. Siamo in terra pagana (Tiro e Sidone), una donna cananea – quindi non israelita – gli supplica la guarigione della propria figlia in possesso del demonio. Gesù tace; i discepoli allora intervengono in favore della donna. Infine la risposta di Gesù è una sorpresa per tutti: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele” (v.24). Gesù rivela così la missione ricevuta dal Padre (“mi ha mandato” è un passivo teologico che ha Dio come soggetto) e dichiara pubblicamente di averla accolta. La donna insiste: “Signore, aiutami“. Gesù risponde con un discorso metaforico, che lì per lì, sembra allontanare la speranza di un ascolto benevolo. “Non è bene prendere il pane dei figli e darlo ai cagnolini” (v. 26). Un linguaggio insolitamente duro, ma che offre alla cananea la possibilità di leggerlo a proprio modo: i figli sono i giudei, i cagnolini sono i gentili. La guarigione/messaggio di salvezza di cui Gesù è messaggero, nella logica del Regno è offerta a tutti. (Da: Nuria Calduch-Benages – La palabra celebrada. CPL, 2014).

Nella notte l’abbraccio che salva

agosto 6th, 2014

Domenica XIX T.O.A                            10 agosto 2014

Dopo la prima moltiplicazione dei pani (Mt 14,13-21) Matteo racconta l’episodio spesso riportato con il titolo “Gesù cammina sulle acque” (cf Mt 8,24). Tempesta e paura, tranquillità e silenzio fanno da sfondo a tutta la narrazione e ci fanno pensare all’avventura vissuta da Elia sul monte Oreb. Nel primo racconto Dio mise alla prova il profeta, nel racconto letto oggi Gesù mette alla prova i discepoli. Tra essi emerge la figura di Simon Pietro.

Questa pericope offre ci rimanda alla Chiesa, oppressa da innumerevoli pericoli e persecuzioni (“onde” e “venti contrari”). Quando i suoi membri dubitano e perdono la fede in Gesù, perché lo pensano assente o lontano, irrompe la forza della sua presenza ed essi riacquistano sicurezza. In loro si riaccende la luce della fede che li rende, anche, coraggiosi e perseveranti nella missione.

Il racconto ha il suo inizio nel v. 22. E’ come un epilogo della moltiplicazione dei pani, quando Gesù si allontanò dalla folla e dagli stessi discepoli. A loro comanda di salire sulla barca e di spingersi in mare – “passare all’altra riva”. Lui ha bisogno di solitudine e di silenzio. Per questo sale sul monte, in disparte, a pregare il Padre suo (v. 23).

I vv 24-27 sono la descrizione della prima parte di una scena drammatica. La barca “agitata” (in lingua greca “tormentata”) dalle onde del mare (il nemico sempre furente) e Gesù che, nella notte oscura del potere delle tenebre, appare ai discepoli mentre cammina sulle acque. Loro sono presi da forte spavento; pensano, infatti, di aver visto un fantasma. La reazione è molto umana: gridano. Le parole di Gesù: “coraggio, sono io, non abbiate paura!” (v. 27) hanno una sapore pasquale e rievocano le apparizioni del risorto.

La seconda scena (vv. 28-31) è introdotta dalle ferme e coraggiose parole di Pietro: Ma poi in pochi istanti tutto il suo coraggio si tramuta in panico e subito invoca il maestro a liberarlo dal morire affogato (cf le sue negazioni nel tragitto tra il cenacolo e il portico di Caifa). Pietro è il paradigma di ogni persona fragile (“di poca fede”) che, tuttavia, si afferra alla mano del Signore, la sua unica forza, la sua unica arca di salvezza.

La conclusione è di una bellezza eccezionale. Gesù e Pietro salgono sulla barca, la tempesta è sedata; i discepoli fanno la loro pubblica professione di fede. “Davvero, tu sei il Figlio di Dio!” (vv. 32-33). (Da: Nuria Calduch-Benages – La palabra celebrada, CPL 2014)