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Gesù racconta la propria storia

settembre 30th, 2014

Domenica XXVII T.O.A                                                             05 ottobre 2014

In questa domenica leggiamo l’ultima delle tre parabole sulla vigna riportate nel vangelo secondo Matteo, conosciuta come la parabola dei cattivi vignaioli (21,33-43). La prima fu quella degli operai della vigna (20,1-16), la seconda quella dei due figli mandati a lavorare nella vigna (21,28-32).

Questa parabola, non molto verosimigliante alla realtà umana, ha un profondo significato simbolico che non dovette passare inavvertito ai contemporanei di Gesù perché rifletteva la drammatica situazione vissuta da Gesù e dalla chiesa apostolica. In essa scoprivano una magnifica sintesi della storia di Israele, il popolo eletto e amato da Dio che si è sempre dibattuto tra fedeltà e infedeltà, accoglienza e rifiuto, predilezione e ingratitudine, peccato e conversione.

Nel proporre questa parabola Gesù si ispirò al cantico della vigna di Isaia (cfr I lettura), anche se la modificò radicalmente. Dio non distrugge la vigna (cfr Is 5,5-6), poiché è stata piantata da lui. Sono i vignaioli che ne frustrano la raccolta. Perciò il padrone della vigna termina il rapporto con loro e affida la vigna ad altri. L’affida a un “popolo che la faccia fruttificare” (v.43). Nel raccontare questa parabola Gesù pensava alla Chiesa come popolo aperto a tutto il mondo.

Gli operai incarnano i capi del popolo; i servi che il padrone manda dagli operai, simboleggiano i profeti; la figura del padrone rappresenta Dio; il figlio del padrone rappresenta Gesù Cristo.

Dopo aver narrato la storia dell’A.T. (vv 33-36), Gesù racconta la propria storia e quella del proprio regno (vv 37-39.42). Si tratta di una storia fatta di rifiuti, negazioni e delitti. Gesù sente vicina la morte, quasi la “respira” nelle manovre e nei complotti dei suoi avversari che gli stanno addosso continuamente.

La salvezza che Israele ha rifiutato è la salvezza del figlio che da “pietra scartata” è diventata “pietra angolare” (v 42) sulla quale poggia e che sostiene.

La parabola non accusa il popolo semplice di Israele, ma i cattivi operai; quei capi che, facendo uso del potere e dell’autorità, non dubitano che, difendendo i propri interessi, tradiscono il destino del loro popolo (da: Nuria Calduch Benages, La. Palabra celebrada, CPL, 2014).

La bellezza di essere sempre veri

settembre 23rd, 2014

Domenica XXVI T.O. A                     28 settembre 2014

Ancora una volta Matteo ci offre una parabola che ha un rapporto con la vigna (21,28.32). Sotto certi aspetti ci ricorda quella di domenica scorsa  e quella a in cui parla degli invitati al banchetto di nozze che, per motivi diversi, rifiutano l’invito (Lc 14,16-24; Mt 22,2-10).

Nella parabola di oggi intervengono tre personaggi: il padre e i suoi due figli. Il padre – che rappresenta Dio – vuole che i suoi figli vadano a lavorare nella sua vigna, figura del popolo di Israele. I figli affrontano la situazione in modo molto diverso: il primo non vuole andare, ma, dopo averlo ripensato, accondiscende al volere del padre; il secondo accetta immediatamente l’ordine senza porvi difficoltà, ma poi – e non ne conosciamo il motivo perché il narratore lo passa sotto silenzio – non lo realizza. Vi scopriamo due comportamenti diversi: quello del peccatore pentito che si sottomette e fa quanto gli è chiesto; compie la volontà dal padre e quella del figlio incoerente e ipocrita che “dice e non fa” (cf 23,3). Matteo ascrive questo atteggiamento ai capi religiosi e politici di Gerusalemme che, per non rinunciare alle proprie posizioni e privilegi acquisiti, si chiudono di fronte al messaggio di salvezza.

Conclusa la narrazione della parabola, Gesù si pone sul terreno pratico e fa memoria di due categorie di peccatori tipiche dell’epoca: i pubblicani (quanti riscuotono le imposte a favore dei romani) e le prostitute. Anche se peccatori pubblici, docili sull’esempio e la predicazione del Battista si erano convertiti (avevano seguito “il cammino della giustizia”), gli ipocriti, ritualmente perfetti, persistettero nella loro chiusura. I primi si convertirono e credettero, i secondi, invece, non si pentirono e neppure credettero, continuarono imperturbati il proprio cammino.

La parabola riguarda tutti. Il Padre continua a cercare lavoratori per la sua vigna, ossia  persone che collaborino nel suo programma di salvezza. La decisione dipende da ognuno. (da: Nuria Calduch-Benages, La Palabra celebrada ,CPL 2014).

Dio non premia, ama

settembre 17th, 2014

Domenica XXV T.O. A                  21 settembre 2014

La ‘vigna’ è un termine usato molte volte nella Scrittura. Matteo nel suo Vangelo riporta tre parabole a proposto della vigna. Nella domenica odierna viene narrata la prima (Mt 20,1-16); nelle prossime domeniche leggeremo le altre due (Mt 21,28.32 e 21, 33-43). La vigna – e anche la vite –  erano simbolo di Israele, inteso come popolo o regno di Dio; un popolo considerato da Dio come sua proprietà, custodito da lui con particolare attenzione e premura. Per questo “lavorare nella vigna” – secondo il Vangelo – significa dedicarsi al servizio del regno di Dio, ognuno nell’ambito della missione che gli è stato affidato.

La parabola di oggi che, senza alcun dubbio, richiama una situazione reale nella vita di Gesù, nella comunità, ossia nella chiesa, ha come obiettivo quello di zittire i mormoratori. Quelle persone, cioè che, ritenendosi i privilegiati, i giusti, e unici destinatari dell’alleanza, non ammettevano che il Signore estendesse il proprio invito ai poveri, agli inutili, ai peccatori, ai pagani, agli ‘ultimi’. E’ bene prendere nota che Matteo colloca questo racconto in un contesto spesso valorizzato per porvi una interpretazione esatta del pensiero di Gesù: infatti, appena prima della parabola, in 19,30, leggiamo: “Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi”.

Nel racconto, inoltre, troviamo due elementi essenziali: il contratto progressivo con i lavoratori e l’indignazione dei “primi”. L’accento ricade, senza dubbio, sul secondo elemento. Con l’intenzione di accontentare tutti, il proprietario continua ad invitare lavoratori per la sua vigna, anche fino all’“ora undecima” (La giornata lavorativa iniziava con l’aurora e terminava all’apparire delle prime stelle, dodici ore circa). I lavoratori, che mormorano contro il  datore di lavoro, non reclamano una salario più alto in corrispondenza delle ore lavorate; si lamentano perché il trattamento non è uguale per tutti. C’è sperequazione.

Tutti ricevono la paga giornaliera intatta, perché la bontà e la generosità del Signore della vita sono infiniti (da: Nuria Calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 1014).

Il “Magnificat” di Dio

settembre 9th, 2014

Domenica XXIV  T.O. A     14.09. 2014

Nel testo evangelico odierno troviamo la conclusione del quarto discorso di Matteo, definito “discorso ecclesiale” (Mt 18). Si parla del comandamento del perdono fraterno e vi è pure espresso un deciso ammonimento circa l’istinto facilmente vendicativo (cf. la prima lettura). Il testo è facilmente divisibile in tre parti: la risposta di Gesù ad una precisa domanda di Pietro (vv. 21-22), la parabola di un perdono illimitato da offrirsi sempre e comunque o della infinita misericordia (23-34). E la lezione conclusiva che commenta la pericope del Padre nostro: “Perdona a noi i nostri debiti come noi perdoniamo…”.

La domanda di Pietro ha un inciso molto esplicito “sette volte” il che equivale a “sempre”. La risposta di Gesù rafforza quell’aforisma popolare con un rimarcato “settanta volte sette”, con altre parole “decisamente sempre”. Questa affermazione è come una reazione al terribile canto di Lamech in Gen 4,24: “… Caino sarà vendicato sette volte, ma Lamech settantasette”.

Per chiarire meglio il proprio pensiero Gesù aggiunge una parabola composta da tre scene nelle quali i protagonisti sono due: un re e un suo servo (vv.23-27), un impiegato con un suo compagno (vv. 28.31), il padrone e il suo servo (vv.32-34). Il racconto ha come sfondo due comportamenti “opposti”. Il servo è grosso debitore; al padrone è sufficiente un gesto di buona volontà per concedergli il perdono di tutto il debito. Il debitore perdonato, invece, di fatto è accanito con il suo compagno che gli deve una modica quantità di denaro. La reazione del padrone di fronte a questo meschino creditore è di una eccezionale severità: lo obbliga a pagare tutto il debito.

La ‘morale’ della parabola è racchiusa nel versetto 35: il discepolo di Gesù deve essere sempre disposto a perdonare il fratello, perché anch’egli è stato perdonato da Dio. Se non perdona, sarà egli pure giudicato senza misericordia (cf Gc 2,13. (da: Nuria calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Sentinelle della carità

settembre 3rd, 2014

Domenica XXIII T.O. A       07.09.2014

Nella pericope offertaci dalla liturgia di oggi ci imbattiamo con il quarto discorso di Matteo (18,1-35). In esso l’evangelista raggruppa tutta una serie di ‘lezioni’ sulla vita comunitaria offerte da Gesù ai suoi discepoli. Nel sottofondo appare una comunità cristiana nella quale già esistono problemi di convivenza. Concretamente Gesù suggerisce alcune norme di comportamento e ricorda alcuni principi che devono orientare la prassi del governo pastorale nella comunità cristiana. Come buon Maestro insegna con quale spirito devono essere accolti i fratelli. L’ambiente del discorso è la casa di Pietro, a Cafarnao, e il discorso si snoda in tre momenti: (la primazia degli umili nel regno di Dio (vv.1-14); la correzione fraterna (vv. 15-20); la parabola del  perdono (vv. 21-35).

Oggi è presentato il secondo momento: la problematica legata alla correzione fraterna, molto frequente nelle comunità: i fratelli peccatori, come devono essere trattati? Rifacendosi a Lv 19,17 e a Dt 19,15 Matteo detta alcune linee di condotta seguite in gruppi di giudei  presenti in Israele. Innanzitutto una intervista personale, durante la quale si parla da cuore a cuore. Il secondo passo, più difficile, consiglia di ripetere la correzione davanti a un gruppo minimo di testimoni. Se la persona è recidiva, allora bisogna denunciarla alla presenza di tutta la comunità o chiesa locale, nella quale è stato commesso lo scandalo.  Se neppure questo passo funziona, non rimane che considerare il fratello o la sorella come “ pagano o pubblicano”. In sintesi dovrà essere ritenuto estraneo alla chiesa la quale è autorizzata a formalizzarne pubblicamente la separazione. Se, in un secondo momento, vorrà re-incoporarsi in essa, potrà farlo dopo il suo ritorno e la richiesta di perdono (vv. 15-17).

L’ultima parte del testo odierno è composto da tre verdetti. Con essi Gesù assicura i discepoli dell’assistenza di Dio su di loro (nei discepoli Matteo vede tutti i ministri responsabili della varie mansioni nella Chiesa). Il primo verdetto (v. 18) estende a tutti i discepoli la facoltà di “sciogliere e legare” concessa in anticipo soltanto a Pietro (16,19). Il secondo (v. 19) assicura l’ascolto della richiesta che due o più persone della comunità faranno di comune accordo al Padre. il terzo e ultimo verdetto “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro, v.20) è il più bello a sintetizza il pensiero di Matteo: Gesù, il Dio-con-noi , sarà presente nella Chiesa sino alla fine dei tempi (cf 28,20). (Da: Nuria Calduc-Benages, La Palabra celebrada, CPL 2014)