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Pur essendo il primo…

ottobre 29th, 2014

Domenica XXXI T.O.A     02.11.2014

La controversia con i capi religiosi del popolo che ha avuto il suo inizio in Mt 23,28-32 – la parabola dei due figli – che abbiamo letto nella 26° domenica del Tempo Ordinario, ha la sua conclusione nella pericope di oggi (Mt 23, 1-12). Qui viene denunciata l’ipocrisia degli scribi e dei farisei. Inoltre questi versetti costituiscono l’introduzione a un lungo capitolo (cap. 23) nel quale Gesù pronuncia sette fortissime accuse proprio agli scribi e ai farisei (23,13-36) e culmina con l’annuncio della futura distruzione di Gerusalemme (23,37-39).

L’ambiente è carico di tensione. Gesù – il quale sa che i suoi nemici hanno già deciso della sua vita – pronuncia un forte monito contro le guide spirituali di Israele e, in questo modo, smaschera la loro ipocrisia e superficialità. Lo suddividiamo in due parti.

Nella prima (vv. 1-7), Gesù fa una descrizione dettagliata degli scribi – dottori della legge o rabbini – e dei farisei, o, almeno, di alcuni di essi. Da una parte ammette la loro responsabilità religiosa nei confronti del popolo e ne riconosce la funzione magisteriale (occupano la “cattedra di Mosè”). D’altra parte, però, critica la loro incoerenza (“dicono e non fanno”), la loro duplice misura (intransigenza verso gli altri e condiscendenza con se stessi) e la loro megalomania (“amano i primi posti, gli onori, il rispetto, e le qualifiche”). I “filatteri” sono astucci di cuoio contenenti alcuni versetti biblici che – durante la preghiera – essi legano al braccio sinistro e sulla fronte (Es 13,1; Dt 6,4-9; 11,18-21).

Nella seconda parte (vv. 8-12, Gesù parla direttamente ai propri discepoli (“voi”) e li ammonisce circa la ricerca affannosa di ‘qualifiche’, molto diffusa nelle scuole rabbiniche del tempo. Noi, cristiani nella Chiesa, siamo tutti fratelli, figli e figlie di uno stesso Padre, guidati da un unico Pastore e Maestro, Cristo, che, pur essendo il “primo”, si umiliò sino ad assumere la condizione di servo.

Senza voler umiliare i giudei – come facevano alcuni scrittori del tempo – Matteo rispecchia il conflitto esistente tra le prime comunità cristiane e quella giudaica. E’ in quest’ottica che si colloca la sua presentazione degli scribi e dei farisei e la denuncia di Gesù. (Da: Nuria Calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014)

La legge del cristiano

ottobre 21st, 2014

Domenica XXX T.O.A          26.10.2014

Mt 22,34-40

Tre erano le questioni che i farisei avevano posto a Gesù – ormai prossimo alla passione – mentre egli insegnava nell’atrio del tempio di Gerusalemme. Nel testo del vangelo di oggi ci viene presentata la terza (Mt 22,34-40). Della prima – tipicamente politica – abbiamo scritto domenica scorsa (Mt 22,15-21) e la seconda – sulla resurrezione dei morti (Mt 22,22-33) –  viene letta in un altro ciclo di letture liturgiche.

Ancora una volta, un rappresentante dei farisei (contrari ai sadducei) pone a Gesù una domanda capziosa per “metterlo alla prova” (v. 22). Questa volta la domanda verte sul valore massimo per i giudei, e soprattutto per i farisei. Essa riguarda la Legge o Torà, ritenuta come l’espressione del pensiero di Dio e unica normativa della perfezione umana. Nella loro irrinunciabile attenzione al dettaglio e alla minuzia, i rabbini erano giunti a catalogare e classificare 613 precetti della Legge, senza contare quelli relativi ai costumi o alla tradizione. Su di essi i dottori e i saggi discutevano con molto calore nelle scuole rabbiniche.

“Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”.(v. 36), ossia: non si potrebbe ricapitolare tutta la Legge in un unico e supremo comandamento? Offrire una risposta non precisa, ambigua – tenendo conto delle circostanze – poteva essere imprudente, costituiva un pericolo. Per questo Gesù ricorre a Dt 6,5 e a Lv 19,18 non tanto per mettere in ordine il catalogo dei precetti contemplati nella Legge quanto per indicare l’atteggiamento da assumersi nell’osservanza dei precetti.

Il primo comandamento (“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente”, v.37) ogni israelita lo assapora due volte al giorno, oltre ad averlo scritto nel proprio cuore e sullo stipite della propria casa. E’ evidente che la legge principale consiste nell’amare Dio (38). Tenendo presente che la domanda, oltre ad essere capziosa, era incompleta, Gesù si assume il compito di concluderla. Il primo comandamento non può essere separato dal secondo. Nessuno può amare Dio se non lo fa attraverso il prossimo. Per questo egli, che è Maestro, aggiunge il secondo comandamento, simile al primo: “Amerai il prossimo come te stesso”. (v. 39).

Infine Gesù perfeziona la propria ‘lezione’ con una conferma: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (v.40). Altrimenti detto: l’amore cristiano è principio e fondamento di tutta la legge e di tutta la profezia. (Da: Nuria Calduc-Benages: da La palabra celebrada, CPL 2014).

Cesare e Dio

ottobre 14th, 2014

Domenica XXIX T.O.A                      19.10.2014

Siamo ormai alle porte della passione. Dopo aver ascoltato tre parabole nelle tre ultime domeniche – quella dei figli, quella dei contadini quella del banchetto di nozze – vengono descritte  tre questioni poste a Gesù dai suoi avversari. La prima – ripresa nel testo di oggi (Mt 22,15-21) – si riferisce al tributo che gli abitanti della Giudea dovevano pagare all’impero romano.

I farisei volevano “coinvolgere” Gesù (in greco: “irretirlo in un inganno”) e per questo gli inviano i discepoli con una domanda da tradimento. Con apparente sincerità e interesse, gli chiedono di esprimersi in pubblico su un problema particolarmente delicato che compromette sempre la coscienza religiosa, quella nazionale e quella politica. Lo fanno con astuzia. Gli presentano un caso di coscienza; ma solo dopo averlo elogiato (“Sappiamo che sei sincero e che insegni la via di Dio secondo verità… e non guardi in faccia a nessuno, v. 16). Tra i nemici di Gesù c’erano non soltanto i discepoli dei farisei, inviati dai loro maestri, ma anche alcuni erodiani (uno sparuto gruppo fedele al tetrarca Erode Antipa).

“E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Accettare di dover pagare il tributo personale (tributum capitis) all’impero romano, segno di sottomissione a un potere straniero e pagano, poteva implicare la perdita del favore del popolo. Proclamarlo illecito diventava un atto di ribellione, che, certamente, si pagava con la morte. Prima di rispondere alla provocazione, Gesù pone i suoi avversari di fronte a una moneta romana, un denaro. E tutti conoscevano l’attaccamento al denaro da cui erano affetti i farisei. Essi, i massimi difensori dell’eroismo nazionale, erano quelli che maggiori vantaggi traevano dall’economia romana.

La risposta del maestro (“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) pone l’accento sulla seconda parte. Gli hanno posto la domanda sul Cesare; Gesù è venuto sulla terra a parlare di Dio. Ognuno al suo posto, quindi. E Dio su tutti. (Da: Nuria Calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Agli incroci dell’umanità

ottobre 7th, 2014

Domenica XXVIII T.O. A                  12.10.2014

La pericope odierna appartiene ai capitoli 21-25 del Vangelo, in cui Matteo ci presenta Gesù durante il suo ministero in Gerusalemme. La tensione tra Gesù e i suoi avversari è in un visibile e quasi insostenibile crescendo. Manca ormai poco tempo e il destino di Gesù si compirà. Siamo in prossimità della passione. In questo contesto ci sta bene la complessa parabola delle nozze o del banchetto nuziale (22,1-14). E’ l’ultima delle tre parabole che accusano i capi dei giudei che hanno rifiutato Gesù. In ognuna di esse emerge una determinata fase del suo atteggiamento: innanzitutto essi non hanno ascoltato Giovanni Battista (parabola dei due figli 21,28-32); poi si sono posti in piena contraddizione con il Figlio di Dio fino a decretarne la morte (parabola dei contadini omicida, 21, 33-44); e, infine, disprezzarono e perseguitarono i suoi inviati, gli apostoli (parabola del banchetto, 22,1-14, quella che leggiamo in questa domenica).

Secondo alcuni interpreti, l’evangelista ha unito in questi versetti due parabole affini, quella delle nozze, (narrata anche da Luca) e quella del commensale che non aveva addosso il vestito nuziale, propria di Matteo (22,11-14). Altri, invece, considerano questi versetti come una riflessione finale sul giudizio a partire dalla parabola delle nozze. Ricordiamo che la lettura di questa parabola, secondo il lezionario, può essere omessa.

Il re rappresenta Dio. Il banchetto è immagine dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Gli inviati sono i profeti (Antico Testamento) e gli apostoli (Nuovo Testamento). I primi destinatari sono i giudei; Israele infatti fu il primo popolo ad essere chiamato alla fedeltà all’alleanza. Coloro che servi incontrano sulla strada (buoni e cattivi) rappresentano i pagani, gli estranei. Il fatto che Israele abbia rifiutato la sua missione non costituisce un impedimento perché tutti i popoli possano partecipare al banchetto.

Un’ultima osservazione per i nuovi invitati: per sedersi alla messa non è sufficiente la chiamata, bisogna indossare l’abito nuziale. Altrimenti detto, bisogna osservare le condizioni stabilite e presentarsi  con la dignità propria della circostanza. Per questo urge la disponibilità alla conversione. (Da: Nuria Calduch- Benages, La palabra celebrada, CPL, 2014).