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Vegliate Vegliate Vegliate!

novembre 25th, 2014

I  DOMENICA DI AVVENTO    anno B                   30 novembre 2014

33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!” (Mc 13, 33-37)

E’ questo il richiamo all’inizio, al centro e alla fine del brano di Vangelo di questa domenica; è questo il richiamo continuo del Tempo di Avvento che inizia. L’anno della Chiesa inizia con una veglia nella notte. C’è un tempo che scorre …sera, mezzanotte, al canto del gallo, all’aurora… In questo nostro tempo irrompe il Tempo di Dio, ma noi non sappiamo quando avviene il kairòs, il tempo dell’iniziativa gratuita di Dio che ci viene incontro. Ci viene chiesto, allora di vegliare nella notte, una veglia generata non dalla paura di catastrofi, non dal voler vivere nel buio, ma dall’attesa del Signore della casa, il Kyrios, colui di cui è detto nella prima lettura di questa prima domenica: “Tu, Signore, sei nostro Padre, da sempre ti chiami nostro Redentore […]Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti” (Is 63, 16ss). Di Lui noi siamo servi, gente che gli appartiene. Ma il Vangelo ci presenta un Padrone che condivide con i suoi servi il suo stesso potere, la sua exousìa, la sua autorità. Affida loro la sua stessa Opera, perché ognuno dia il proprio contributo  perché essa si compia.

Stare svegli di notte comporta fatica. È la fatica della condizione umana il luogo, il tempo che il Signore visita, ed è questa fatica che Egli vuole che apriamo a Lui. Il vegliare è saper riconoscere la visita di Dio nella nostra storia e nel tempo che scorre ogni giorno. Nella certezza che Egli viene come l’aurora. Noi, infatti, pur camminando nella notte, siamo “figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre” (1Ts 5,5). Questo testimoniamo al mondo con la nostra veglia! Al mondo che spesso vive nelle tenebre senza più l’attesa di un’aurora, che si è abituato all’oscurità e la sfrutta per non venire allo scoperto, che vive nella paura di essere aggredito, derubato -e noi stessi viviamo in questo mondo ed esso è in ognuno di noi- con la nostra veglia facciamo risuonare l’Evangelo: Egli che è il Padrone ci lascia la casa, ce l’affida, e ci invita a vegliare nel desiderio operoso di chi non vede l’ora di incontrare Colui che viene come l’aurora!

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay

Regalità d’amore

novembre 19th, 2014

Domenica XXXIV /A

Festa di Cristo Re                   23.11.2014

Il ‘discorso escatologico’ di Matteo si conclude con la scena del giudizio finale; è l’ultimo messaggio di Gesù prima della passione. Questo testo – ispiratore di molte opere artistiche, tra cui il giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina o il portico della cattedrale di Chartres, – sintetizza con stile pedagogico l’ora della verità: l’incontro faccia a faccia con Dio e il passaggio alla realtà eterna.

La descrizione profetica del giudizio si sviluppa in quattro momenti.

1. La venuta (parusia) del giudice che, nel testo, è denominato “Figlio dell’uomo” Questa espressione ricorda il cap. 7 del libro di Daniele; in esso l’autore la attribuisce a una figura misteriosa che rappresenta il popolo dei santi. In questo nostro testo, e in tutto quello che rimane del vangelo secondo Matteo questa espressione si riferisce a Gesù; la sua venuta è descritta con segni che la mentalità religiosa propria di Israele riservava a Dio: è assistito dai suoi angeli, siede alla destra nel suo trono di gloria e si presenta come Figlio di Dio, che egli chiama “mio Padre”.

2. Convocazione e separazione. Utilizzando – come abbiamo visto anche nella prima Lettura – l’immagine del pastore, Matteo ci presenta Gesù nella sua funzione di giudice, che separa le persone in due gruppi opposti, secondo la condotta della loro vita. Questo giudizio che è, nello stesso tempo, universale e personale, non avviene dopo un processo come penseremmo noi: qui viene pronunciata soltanto la sentenza, perché il processo ha avuto luogo durante la vita di ognuno.

3. Proclamazione e motivazione della sentenza. L’immagine del pastore scompare e viene così facilitato il dialogo diretto tra Cristo re e gli esseri umani, tra i quali è presente un gruppo di giusti, posti alla sua destra e il gruppo dei maledetti situati alla sua sinistra. Il criterio di questa separazione è l’atteggiamento di servizio verso i fratelli e le sorelle, concretizzata nelle opere di misericordia: dar da mangiare, agli affamati, dar da bere agli assetati, offrire ospitalità ai forestieri, visitare gli infermi e i carcerati, vestire i nudi.

4. Il destino eterno. Ispirandosi ancora una volta al libro di Daniele (12,2), Matteo conclude questa pagina con la visione dell’impressionante corteo che conduce alla vita eterna o al castigo eterno (v. 46). E’ l’ultima parola della storia. (Da: Nuria Calduch-Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Il momento della verità

novembre 11th, 2014

Domenica  XXXIII  T.O. A            16.11.2014

Il vangelo di questa domenica, penultima dell’anno liturgico, ci presenta una parabola con la quale Matteo conclude il suo ’discorso escatologico’ (Mt 24.25). La parabola dei talenti è la terza di una trilogia di parabole sulla seconda venuta di Gesù. Le due prime sono quella del maggiordomo o servo fedele (25, 45-51) e quella delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Questa di oggi, nella redazione lucana, è nota come la parabola delle monete o degli amministratori (Lc 19,11-27).

Le tre parabole secondo Matteo hanno una loro propria caratteristica: coincidono nel fatto che la venuta del Signore (o dello sposo) ritarda molto e, ciononostante, prenderà molti di sorpresa. Inoltre l’atteggiamento di fondo dei loro protagonisti è molto simile: vivono in attesa; sperano nella venuta del Signore. Ammettono la propria responsabilità di farsi trovare pronti all’arrivo di lui. La parabola dei talenti poi aggiunge un dettaglio: l’attesa non è solo vigilanza; è attesa che produce.

Il racconto si svolge in tre momenti: 1) il padrone si allontana da casa e affida ad alcuni servi, secondo le personali capacità, l’amministrazione della sua immensa fortuna; 2) durante la sua prolungata assenza alcuni trafficano con solerzia e raddoppiano la quantità lasciata loro dal padrone, mentre altri, senza un pur minimo sforzo, si limitano a conservare quanto ricevuto; 3) al suo ritorno il padrone vuole il rendiconto; ricompensa gli amministratori che hanno trafficato i talenti ricevuti e castiga  quel servo pigro e negligente che vuol nascondere il proprio egoismo con la critica e l’insulto.

L’insegnamento di questa parabola è netto; non dà adito ad alcun dubbio. Cristo, dopo la sua risurrezione, lascia i propri amministratori sulla terra perché ognuno faccia fruttificare i talenti ricevuti nel migliore dei modi secondo le proprie capacità. I servi fedeli li amministrano con solerzia, ossia con amore; nel loro impegno a favore di Cristo, della Chiesa, del mondo non risparmiano sforzi e fatiche. Il servo pigro, invece, è incapace di sforzi e di impegno, di sacrificarsi per il bene altrui. Il suo egoismo lo irretisce su di sé. Il giudizio del Signore metterà in luce i valori veri e rifiuterà quelli fasulli e inutili. (Da: Nuria Calduch.Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).

Il mercato del tempio e quello della vita

novembre 5th, 2014

Domenica 9 novembre 2014    DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

La pericope giovannea proposta per questa festa della dedicazione della basilica lateranense è nota come la ‘purificazione del tempio’, o anche la ’espulsione dei mercanti dal tempio’. I sinottici collocano il racconto di questo episodio prima della narrazione della passione di Gesù; Giovanni lo anticipa; lo colloca infatti all’inizio del suo ministero pubblico, tra il suo primo ‘segno’ – quello delle nozze di Cana (Gv 2,1-12) – e l’incontro con Nicodemo (3,1-25).

Scopriamo un Gesù indignato, che perde il controllo di sé e compie gesti violenti. La casa del Padre suo è diventata un mercato pubblico. Anziché essere una casa di preghiera, in cui i fedeli offrono sacrifici e donano offerte è una casa in cui avvengono lauti guadagni. I discepoli scoprono un Gesù totalmente diverso da come lo avevano visto sino ad allora e ricordano il versetto 10 del salmo 69: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.

La chiave interpretativa del testo la troviamo nella risposta di Gesù ai Giudei. Essi gli chiedono un segno che dia ragione del suo comportamento. Gesù – come appare normalmente nel vangelo secondo Giovanni – fa uso di parole che, oltre il significato normale, possono avere un significato figurativo che gli uditori non sanno captare. Questo significato figurativo produce un malinteso. Gesù ne approfitta e chiarisce il proprio pensiero, valorizzando la parola ‘tempio’. Nell’utilizzarla egli si riferisce al proprio corpo, anzi concretamente al suo ‘mistero pasquale’. Concretamente, Gesù sostituisce l’antico tempio e si presenta come il vero tempio, luogo dell’incontro tra Dio e l’essere umano (da: Nuria Calduch Benages, La palabra celebrada, CPL 2014).