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La luce vera ha vinto

dicembre 30th, 2014

II  DOMENICA DI NATALE    anno B                  4 gennaio 2015

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».

Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

E il Verbo si fece carne!
È inopportuno commentare con molte parole il prologo del Vangelo di Giovanni, è difficile farlo senza rovinarne la bellezza, come quando si vuole spiegare nei particolari un testo poetico e carico di significato. Il suo senso, infatti, si manifesta solo accostandosi  e assaporando il testo stesso. Lo chiamiamo prologo proprio perché non si tratta di una semplice introduzione o inizio del Vangelo, ne è, invece, un concentrato.

È un canto alla Parola che era nel seno del Padre da sempre: il Figlio che è in un dialogo eterno ed intimo con il Padre, rivolto verso di Lui, in ascolto di Lui, Parola sua. Da questa relazione vitale, amorosa, prende vita ogni cosa, tutta la creazione nasce da questa sovrabbondanza d’Amore che non può chiudersi in sé stessa, ma si comunica.

Il Padre, infatti, ha pronunciato la sua Parola eterna e l’ha rivolta a noi, non è rimasto silenzioso e lontano, chiuso nel suo Mistero. Dio ha voluto parlarci, dirci il suo amore.

Questa Parola è luce e vita: genera, rischiara. Questa Parola che è da sempre nel Padre, Sapienza eterna di Dio, essa “si fece carne”.

Da allora il Figlio – la Sapienza, la Luce, la Vita – ha posto la sua tenda nel nostro mondo… ha reso la creazione uno scrigno che lo contiene, ha reso la storia un cammino di luce: uno scrigno da schiudere, un cammino da fare passo passo.

Eppure ci sono le tenebre, c’è la morte, c’è l’insipienza… c’è la possibilità di rifiutare Colui che ci ha dato alla luce, che ci ha dato vita, che rende la nostra esistenza saporosa.

Di fronte alla bellezza e alla gratuità estrema di Dio  la nostra libertà, la drammatica possibilità di rifiutare la Luce della nostra vita! E l’evangelista pone in contrasto la tristezza del rifiuto di Colui che viene “tra i suoi” eppure non è accolto e la bellezza di una vita che accoglie quel Figlio e si riconosce figlia in Lui.

Le nostre tenebre, però, non hanno la forza della luce, esse tentano di sopraffarla, ma non possono vincerla!

Saldi in questa speranza possiamo accogliere sempre di nuovo l’Autore della vita.

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay

…Figlio di famiglia!

dicembre 25th, 2014

DOMENICA DELLA SANTA FAMIGLIA     anno B                                28 dicembre 2014

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, (Maria e Giuseppe) portarono il bambino (Gesù) a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle gentie gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. (Lc 2,22-40)

Abbiamo appena ascoltato l’annuncio che “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9,5), lo abbiamo celebrato. Il Figlio è entrato fino in fondo, definitivamente, nella nostra carne, si è fatto carne nel ventre di una donna, come noi, è “nato da donna” (Gal 4,4), ha preso un determinato corpo, ha abitato un determinato paese, una lingua, una cultura. È voluto nascere in una famiglia, “poteva venire spettacolarmente, o come un guerriero, un imperatore… No, no: viene come un figlio di famiglia, in una famiglia […] Non si parla di miracoli o guarigioni, di predicazioni – non ne ha fatta nessuna in quel tempo – di folle che accorrono; a Nazareth tutto sembra accadere normalmente, secondo le consuetudini di una pia e operosa famiglia israelita” (P.Francesco). … Ed è “nato sotto la legge”, ha condiviso la condizione di ogni essere umano, che nasce sotto una legge, condizionato da tante cose, anche appesantito da tanti limiti legati alla condizione umana. Egli si è sottoposto a questa legge, Lui, l’unico veramente libero! E la famiglia di Nazareth vive sotto la legge specifica di Israele, nell’obbedienza a Dio, nel cammino tracciato dalla tradizione, eppure accogliendo in sé la Novità di tutti i tempi.

Luca, però, qui non è interessato a raccontare con precisione le tradizioni, anzi, le racconta a modo suo per manifestare il progetto del suo Vangelo. La purificazione, infatti, riguardava solo la madre e non il bambino (Lv 12,6-8); la presentazione del neonato nel tempio è un rito che non esisteva già più, mentre quello del riscatto del primogenito poteva essere compiuto ovunque, non nel tempio. Luca vuole mettere al centro di tutta la storia, al centro di quella stessa famiglia il Bambino e questa famiglia è grande proprio perché lo accoglie in sé. Luca vuole far partire tutto da Gerusalemme, da cui, in Gesù, tutto rinasce e si compie e da cui, alla fine, attraverso gli apostoli, tutto riparte verso gli estremi confini della terra. E nel tempio avviene quell’incontro con i due personaggi, carichi di anni e di saggezza – uomo e donna, come Luca è sempre attento a mostrare – che potrebbero far pensare ai nostri nonni, preziosa presenza in una famiglia, ma che incarnano tutta l’attesa densa di desiderio di un intero popolo verso la pienezza dei tempi, la salvezza preparata per tutti i popoli della terra, la luce della rivelazione, la redenzione di Gerusalemme!

Accogliere il Bambino e mostrarlo a tutti i popoli è, da sempre, il compito della Chiesa, di ogni famiglia ed è per tutti la manifestazione della Gioia.

Sr Monica Reda

Suora Pastorella missionaria in Uruguay

AVVENGA!

dicembre 17th, 2014

IV  DOMENICA DI AVVENTO    anno B                          21 dicembre 2014

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. (Lc 1,26-38)

Il Vangelo di questa domenica riprende e riassume in sé tutto il cammino fatto finora. Si parla di un tempo: “nel sesto mese”, il tempo proprio dell’uomo – creato appunto il sesto giorno – , un tempo incompiuto che richiama il settimo, che dice l’urgenza del settimo, la pienezza, il giorno di Dio. Nel nostro tempo incompiuto irrompe la pienezza di Dio, ma perché quel giorno venga, è richiesto il nostro coinvolgimento, la risposta d’amore della creatura.

Il Signore manda ancora il suo Angelo, si fa riconoscere nei segni, negli eventi, nelle persone che pone sul nostro cammino; ma lo invia a Nazareth, un luogo sconosciuto nell’Antico Testamento, di cui è scritto nel vangelo di Giovanni per bocca di Natanaele: “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46). Giunge nella Nazareth della vita quotidiana e proprio lì vuole essere riconosciuto, proprio lì fa risuonare il suo annuncio, la sua chiamata, proprio lì vuole trovare un cuore aperto e disponibile ad accogliere il suo amore.

Così l’ordinarietà della nostra vita, aperta all’Infinito, diventa il luogo della pienezza, diventa la casa che Dio si prepara per prendere carne. In essa risuona l’invito di Dio per noi: Rallegrati! E’ il richiamo che da sempre risuona in tutta la Scrittura e che si è realizzato nella pienezza dei tempi:

Rallégrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!
Il Signore ha revocato la tua condanna,
ha disperso il tuo nemico.
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te,
tu non temerai più alcuna sventura.
In quel giorno si dirà a Gerusalemme:
“Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te
è un salvatore potente.
Gioirà per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
esulterà per te con grida di gioia”. (Sof 3,14-17)

In Maria quella promessa si è realizzata, quel richiamo da parte di Dio è stato ascoltato e ha trovato un grembo perché potesse farsi carne. La sua risposta è stata piena di fiducia e di desiderio che l’opera di Dio potesse compiersi. Dopo aver affidato al Signore la sua piccolezza e povertà, lei dice il suo Sì pieno, partecipato, desideroso. In quell’ottativo “avvenga!” è come se dicesse: magari, non vedo l’ora!

All’umanità sterile e sfiduciata lo Spirito viene sempre ad attestare che “nulla è impossibile a Dio!”.
Sapremo ancora credergli e lasciarci fecondare? …Vieni, Signore Gesù!

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay

Un invito alla gioia

dicembre 10th, 2014

III  DOMENICA DI AVVENTO    anno B                          14 dicembre 2014

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.

Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia».

Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».

Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando (Gv 1, 6-8. 19-28).

Gioia Vera!

Nel nostro cammino di Avvento ci viene riproposta la figura di Giovanni il Battista nella domenica “Gaudete!”, la domenica della gioia. Eppure Giovanni non è un personaggio che ispiri tanta allegria! Al contrario, sembra un po’ cupo, per la sua austerità e miseria. Sembra anche identificato più per quello che non è che non per ciò che è: “Non era lui la luce”; poi egli stesso confermerà: «“Io non sono il Cristo”, non sono Elia, non sono il profeta… Io, voce che grida, non Parola; non sono degno di slegare…». Questo personaggio ha, però, un’importanza tale da essere incastonato dall’evangelista Giovanni nello stesso prologo, dove si parla del Verbo, da sempre esistente nel grembo del Padre, che viene nel mondo e si fa carne!

Dicevamo già domenica scorsa che il Battista ha saputo spostarsi dal centro. È tutto orientato a Colui che viene.

È uno che sta sulla soglia: annuncia Colui che viene dietro di me, perché porta a compimento tutta l’attesa racchiusa nell’Antico Testamento, ma annuncia Colui che “è avanti a me” (v.15), perché Giovanni ne è il primo credente e discepolo. Stare sulla soglia non è posizione comoda, non si è più fuori e non si è ancora dentro! Ma è proprio questa posizione scomoda che fa di lui il Testimone per eccellenza; vive perché Colui che viene sia riconosciuto e perché il popolo varchi quella soglia.

Contro ogni apparenza, allora, Giovanni dà una testimonianza luminosa: c’è una gioia insita –ma tutta da scoprire– nell’umiltà, nella piccolezza, nel farsi piccoli perché qualcun altro cresca, nello scomodarsi per favorire l’incontro. C’è una gioia, tutta evangelica, nel vivere la propria verità povera senza cedere alla tentazione di porsi al posto dell’Unico. S. Agostino commenta: “scambiato per il Cristo, (Giovanni) dice di non essere colui che gli altri credono sia. Si guarda bene dallo sfruttare l’errore degli altri ai fini di una sua affermazione personale. Eppure se avesse detto di essere il Cristo, sarebbe stato facilmente creduto, poiché lo si credeva tale prima ancora che parlasse. Non lo disse, riconoscendo semplicemente quello che era. Precisò le debite differenze. Si mantenne nell’umiltà” (Disc. 293).

Egli è, dunque, testimone della gioia, perché è l’Amico dello Sposo, come dirà lui stesso: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,29).

Questa gioia umile, vera, è per noi!

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay

Nel deserto

dicembre 2nd, 2014

II  DOMENICA DI AVVENTO    anno B                           7 dicembre 2014

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». (Mc 1, 1-8)

L’inizio dell’Evangelo, della bella/buona Notizia, è una parola del Padre che manifesta la sua volontà di aprire una strada nel deserto. Una volontà d’amore già dichiarata nell’Antico Testamento.

L’inizio dell’Evangelo è l’annuncio che l’attesa di tutto il popolo sta per compiersi. E’ una strada già tracciata dal Signore, dal suo Angelo, ma una strada da preparare.

Domenica scorsa ci era richiesta la veglia nella notte, questa domenica una strada da scorgere nel deserto. Nella sabbia del deserto bisogna trovare l’inizio, il Fondamento su cui poggiarsi e camminare.

La preparazione di questa strada consiste nella conversione per il perdono dei peccati. L’ascolto di quella voce porta al riconoscimento, alla confessione del  proprio essere peccatori. Ciò che tante volte rifiutiamo, in nome di una emancipazione dal senso di colpa, tanto da non riconoscere più di essere peccatori, bisognosi di perdono, proprio questo prepara all’incontro con Colui che viene e che libera.

Giovanni già contempla la venuta del “Più forte” e fa spazio al più forte di lui che però viene dietro di lui, si fa precedere, rende partecipi i suoi della storia di salvezza e poi si porrà in fila con i peccatori e si immergerà nell’acqua del Giordano che raccoglie i peccati del mondo. Giovanni, per questa sua attesa certa, che racchiude in sé l’attesa di tutto il popolo d’Israele, riconosce Colui che il suo cuore attende, perché si è decentrato, ha posto al centro della sua attesa Colui a cui sente di non poter sciogliere i legacci dei sandali.

In questa espressione si può leggere l’azione del servo di casa che toglie i sandali dai piedi al padrone quando torna; con questo gesto Giovanni si metterebbe, quindi, al di sotto di un servo, ma la Bibbia stessa ci illumina su un altro senso. Nel libro di Rut leggiamo:  “Anticamente in Israele vigeva quest’usanza in relazione al diritto di riscatto o alla permuta: per convalidare un atto, uno si toglieva il sandalo e lo dava all’altro” (Rt 4,7). Così, una donna rimasta vedova sarebbe andata in moglie al parente più stretto del marito. Nel caso in cui questi non volesse riscattarla, col gesto del sandalo, lasciava il diritto di riscatto ad un altro. Giovanni, dunque, forse qui sta dicendo: Nessuno può togliere il sandalo a Colui che viene dietro a me: Egli è l’unico Sposo che ci viene incontro, è l’unico Go’el, il Riscattatore, che libera dalla schiavitù e dalla morte… Inizio dell’Evangelo che è Gesù Cristo, Figlio di Dio!

Sr Monica Reda
Suora Pastorella missionaria in Uruguay