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La fede in montagna

febbraio 24th, 2015

2 Domenica di quaresima           1 marzo 2015

Vangelo di Marco 9,2-10

Marco pone il racconto della trasfigurazione di Gesù nel bel mezzo del suo ministero, in Galilea. Egli percorre i sentieri della sua gente tra innumerevoli difficoltà, opposizioni, resistenze. Persino i suoi più vicini non lo comprendono, lo seguono non perché lo hanno incontrato come risposta al senso della loro vita, ma perché rincorrono un tornaconto; infatti lungo la via “discutevano tra loro perché non avevano pane” (Mc.8,16). E’ evidente che se da una parte Gesù annuncia che il Regno di Dio è ormai vicino, dall’altra i pensieri dei suoi discepoli vagano altrove e il loro cuore distratto batte con ritmi molto diversi dai suoi.

“Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate?”… (Mc. 8,17).

Il Maestro appare stanco e affaticato, forse deluso per tanta durezza di cuore se Marco evidenzia che “Gesù sospira profondamente e si chiede: ma perché questa generazione chiede un segno?” (Mc 8,12).

Anche Pietro quando risponde, con apparente convinzione, alla domanda di Gesù: “Tu sei il Cristo” (Mc. 8,29) dimostra di non avere ancora capito, di non aver ancora incontrato il Signore. Sarà necessario un lungo cammino di formazione e di conversione perché il suo cuore di pietra si trasformi in cuore di carne.

Ma, poiché il Regno di Dio avanza nel mondo nonostante tutto, Gesù dà una svolta al contenuto della sua  predicazione e inizia ad annunciare ai suoi le esigenze più vere e profonde della sequela, ad introdurli decisamente nel mistero della sua incarnazione, passione e morte.

Essere discepolo comporta accettare la totalità di una consegna che inabissa con il Cristo nel cuore del Padre amante dell’uomo sino alla follia: offrire il suo unico Figlio perché dia la propria vita per la salvezza dell’uomo che ama. “E’ necessario che il Figlio dell’uomo soffra molto… venga ucciso e dopo tre giorni risorga”.

Quello che Gesù annuncia ora a creature semplici e fragili quali sono i pescatori di Galilea è molto duro, arduo, esigente. Noi che condividiamo le loro stesse fragilità possiamo immaginare soprattutto la loro confusione mentale. Gesù ne è consapevole e comprende che è necessario sostenere la loro decisione iniziale di seguirlo. Come? Facendo assaporare loro, per un istante, l’epilogo della sua e loro misteriosa avventura d’amore.

L’esperienza della trasfigurazione di Gesù è una iniezione di speranza nella vita dei discepoli. Sì, perché la speranza è proprio la certezza di possedere ciò che in questo tormentato cammino umano non possediamo e spesso fatichiamo di credere di poter possedere.

E’ dono, ma di una portata immensa che dona ai discepoli la bellezza di una vita trasfigurata anche quando, dopo un attimo, si ritrovano soli con Gesù solo e ritornano alla loro intricata quotidianità.

Ma è dono offerto a persone precise, a Pietro a Giacomo e a Giovanni; a loro, solo a loro viene chiesto di lasciarsi condurre in alto, di concentrarsi sull’essenziale, in disparte dunque, loro soli perché Gesù ha scelto proprio loro per quella esperienza.

Nella Bibbia, quando Dio vuole affidare una missione speciale a qualcuno lo chiama in disparte, lo separa, gli parla bocca a bocca, gli consegna la sua parola e lo invia.

Oggi mentre, accanto a Pietro, a Giacomo e a Giovanni, contempliamo sbigottite la gloria del Signore trasfigurato, possiamo avvertire anche noi la tentazione di appropriarci di questo momento di luce come pretesa di sicurezza umana e di comodità sociale, insieme alla fatica di dover scendere in mezzo alle vicissitudini spesso poco gratificanti della nostra quotidianità.

Ma proprio oggi una voce potente dal cielo squarcia l’oppressione che forse attanaglia tanti nostri cuori di donne consacrate e ci dona lo stupore di riscoprire che quell’esperienza ci è stata già donata il giorno del nostro battesimo. Forse si tratta solamente di prendere sul serio la parola del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc. 9,7).

La nostra vita trasfigurata sarà allora profezia per il mondo.

M. Viviana Ballarin, op

Condivide il deserto con noi

febbraio 18th, 2015

1ª Domenica di quaresima                      22 febbraio 2015

Vangelo di Marco 1,12–15

Il vangelo di Marco ci parla delle tentazioni di Gesù in modo sintetico e stringato, ma il messaggio che ci lascia è impressionante.
Gesù è sospinto nel deserto dallo Spirito Santo appena disceso su di lui nel Battesimo ricevuto da Giovanni Battista nelle acque del Giordano e dopo aver ricevuto la manifestazione del compiacimento del Padre suo.

Nel deserto vi rimane 40 giorni, un lungo tempo dunque, e tentato da Satana.

Marco, parlandoci di Gesù provato dalla tentazione, vuole dirci la vicinanza di un amore che decide volontariamente e liberamente di condividere proprio tutto con l’umanità povera, lontana da lui perché peccatrice; condivide tutto, persino la pungente sofferenza della tentazione che si protrae per un tempo lungo, per una generazione come significano i 40 anni di esodo del popolo che Dio aveva scelto per sé.

Gesù nell’esperienza del deserto e della tentazione sperimenta in sé tutte le sofferenze, i dolori ed i  peccati  del mondo che assumerà e porterà per tutta la sua vita, il nuovo esodo che ha appena inaugurato. Tutta la vita Gesù, sarà un camminare nel deserto degli uomini per sanare i malati, dare la vita ai morti, liberare i prigionieri, dare la gioia del vangelo a chi ancora non l’ha trovata e finalmente dare la sua vita. Questo ha significato per lui stare in mezzo alle belve selvatiche combattendo con chi voleva togliergli la vita come Erode, oppure con il potere civile che vedeva in lui un pericolo, con gli scribi ed i farisei che erano sempre in agguato per trarlo in inganno.

Ma, “nel deserto, gli angeli lo servono”.

Nella Bibbia la parola angelo non significa altro che ‘inviato da Dio’ e nel Nuovo Testamento questi angeli sono tutti coloro che, inviati da Dio, hanno una missione da compiere: servire, essere diaconi.

La diaconia, nel vangelo, eccelle nelle donne. “Vi erano pure delle donne che lo seguivano e lo servivano da quando egli era in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15,40-41). Proprio perché dedicate generosamente al servizio esse vengono considerate come angeli, coloro cioè che servono il Signore.

Meditare questo brano del Vangelo alla luce dei fatti che stanno accadendo in varie parti del mondo, anche molto vicine a noi, ci conduce col pensiero alla passione di Gesù che continua nell’esperienza dolorosa e a volte tragica di tanti nostri fratelli cristiani che con coraggio sanno vivere in mezzo alle “bestie selvatiche”, ai soprusi, alla violenza, alla persecuzione e danno testimonianza con la loro perseveranza nella fede che il tempo è compiuto e che il Regno di Dio è vicino. Fortissimo richiamo a convertirci e a credere al vangelo.

Ma noi, soprattutto noi, donne consacrate, siamo oggi gli ‘angeli’ che servono il Signore in questi fratelli?

Sr M. Viviana Ballarin, op

MERCOLEDI DELLE CENERI

febbraio 16th, 2015

Vangelo di Matteo 6,1-6.16-18

Il brano del vangelo di Matteo che viene proclamato quest’anno nella liturgia del mercoledì delle ceneri risuona come un invito pressante all’interiorità e alla trasparenza di vita vera e coerente.

Ascoltare questo particolare invito dalla bocca di Gesù all’inizio della quaresima, impressiona profondamente e fa intuire che non è possibile seguirLo, definirci suoi discepoli o essere  cristiani autentici al di fuori di questa logica. La sua logica!

Gesù infatti non scende mai a compromessi con l’ipocrisia degli scribi e dei farisei, con la vanagloria di chi ama essere visto e lodato dagli uomini, di chi facendo il bene attende un ritorno gratificante.

Egli ripete ai discepoli, a mo’ di ritornello pressante, che il Padre vede nel segreto ed è Lui perciò che sa bene come offrire la ricompensa a coloro che la meritano. Come a dire: non preoccuparti dell’effetto esteriore del tuo agire, non preoccuparti delle valutazioni altrui, non preoccuparti dell’immagine positiva o negativa che puoi dare a chi ti vede. Abbi un unico pensiero, quello di essere vero e autentico, di vivere nella verità di te stesso. Nella coerenza tra ciò di cui sei convinto e quello che fai. Preoccupati di essere semplice, di essere te stesso perché la semplicità è l’identità del cristiano vero.

E’ l’invito ad avere il coraggio di navigare contro corrente.

Ciò che caratterizza il pensiero e l’ agire moderno è la tendenza a concepire l’esistenza umana indipendente dalla propria origine creazionale, al non riconoscimento di una paternità che genera le  sue creature, che le segue e le accompagna lungo il loro pellegrinare terreno, che le nutre e se ne prende cura in ogni istante fino al momento della riconsegna finale tra le braccia di un amore eternamente generante, redentore, salvatore.

Per molti oggi l’uomo si salva da solo perché dipende unicamente da se stesso. Se 40/50 anni fa si teorizzava la morte di Dio, oggi in molti ambiti delle nostre società la convinzione che Dio è morto o che non esiste è un fatto molto naturale, spaventosamente naturale.

E allora, perduti gli orizzonti di infinito e gli spazi di eternità, gli obiettivi della vita diventano suonare la tromba, essere visti, cercare ricompense in questo mondo. Una vita da ipocriti che vuole a tutti i costi nascondere o meglio eliminare quell’ inesauribile fame e sete di senso che zampilla e gorgoglia dalla roccia del nostro io profondo, là dove non possiamo non riconoscerci  creati ad immagine di Dio, legati perciò a lui da quel soffio di divino che parla di bellezza, di verità, di semplicità.

Il tempo della quaresima ci chiama ad abitare gli abissi della nostra verità, della nostra bellezza per incontrare la Verità e la Bellezza eliminando ogni forma di malinconia ipocrita e di tristezza.

Allora, la gioia del vangelo sarà la più grande ricompensa per noi e per il mondo.

Sr M. Viviana Ballarin, op

Prediche senza pulpito

febbraio 10th, 2015

VI Domenica del T.O.B                        15 febbraio 2015

Mc 1,40-45

Leggendo la pericope evangelica di questa domenica colpiscono tre particolari: il coraggio e la fiducia del lebbroso nei confronti di Gesù; il fatto che Gesù non solo si lascia toccare nel profondo – ha compassione, ossia lo sente in sé come una madre sente nel suo corpo il suo bambino – ma vuole toccare quest’uomo che, per la legge – vedi prima lettura – era impuro; la conclusione del brano che dice che a causa della “pubblicità” fatta dal lebbroso, Gesù è stato costretto a rimanere nel deserto.

Il coraggio e la fiducia di sfidare la legge dell’impurità, che gli negava la possibilità di avvicinarsi a Gesù, mostrano una fede che non ha dubbi e sa che Gesù è l’unica sua speranza di poter essere accolto da Dio, perché la lebbra era considerato il male per eccellenza, che rendeva la persona separata da Dio e dalla Comunità da cui era costretto a stare lontano. La malattia, e certe malattie in particolare, rinchiudono l’uomo in una solitudine lacerante e c’è bisogno di accoglienza profonda che aiuti le persone che ne sono affette, ad accettare la propria condizione, il proprio male e, a volte, la morte. Quest’uomo aveva questo bisogno ma anche una profonda fiducia in Gesù come unica possibilità di salvezza. Domandiamoci, se sappiamo passare da una fede teorica ad una fiducia profonda e vitale che, prima che ad ogni altro aiuto umano, ricorre al Padre che per noi ha dato il suo Figlio Gesù? Come Cristiani dovremmo percepire questi bisogni  e andare incontro ai nostri fratelli, portando loro l’unica ricchezza che è Cristo, unica fonte capace di saziare la sete dell’uomo, riempire la sua solitudine e salvarlo dalla disperazione.

Gesù si lascia toccare nel profondo e vuole toccare la nostra carne piagata: questo gesto parla dello stesso mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nella nostra umanità fragile e impastata di peccato. Dio ha voluto caricarsi della nostra vita così com’è, quando noi stessi non siamo capaci di farcene carico e di accoglierla in noi e negli altri. Ciò rivela che Dio che è Amore, non sopporta di essere distante dall’amato, ma vuole condividere fino alla fine la vita della sua creatura. Se ci lasciamo convincere da questa realtà, potremo sentire l’invito ad accoglierci nella nostra povertà di creatura e ad accogliere così anche l’altro, specialmente chi si sente inutile, disprezzato, fragile o sta vivendo l’esperienza dolorosa del fallimento personale e di tutto ciò in cui riponeva fiducia. L’ invito per ogni Cristiano è di lasciarsi toccare da Cristo, specialmente là dove non si vorrebbe far entrare nessuno, perché le “ferite” sono aperte, è anche invito a lasciarsi toccare dalla vita degli altri e non chiudersi in quell’indifferenza di cui parla Papa Francesco nella lettera di Quaresima, non da salvatori ma con la consapevolezza di essere noi stessi fragili e bisognosi di salvezza. Ed è invito anche a toccare, ossia farsi vicini all’altro, a lasciarsi prendere il tempo dall’altro e a prendersi tempo per condividerlo con chi ha bisogno anche solo di ascolto.

Gesù è costretto a rimanere nel deserto a causa della “pubblicità” fattagli dal lebbroso: ciò colpisce, e rivela che davvero Gesù ha preso su di sé il male del lebbroso e anche le conseguenze: Egli “se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (vedi prima lettura dal Levitico). La Salvezza che ci ha donato, Gesù l’ha pagata a prezzo della sua vita e si è fatto un disprezzato e maledetto da Dio come era considerato, il lebbroso. Spesso abbiamo timore di avvicinare chi vive particolari situazioni perché temiamo la mormorazione della gente o di essere criticati proprio da chi ci è vicino. Oppure abbiamo timore di condividere i sentimenti dell’altro, perché non vogliamo metterci in crisi, o anche mettere in discussione la nostra idea di Dio, la nostra esperienza del dolore. Gesù ci ha amati fino a condividere il nostro isolamento e i nostri deserti. Che Egli ci sostenga nel nostro impegno di farci anche noi solidali e compagni dei fratelli nel pellegrinaggio faticoso della vita!

Sr Maria Grazia Neglia
Suore di san Giuseppe del Caburlotto

La Salvezza non è proprietà privata

febbraio 4th, 2015

V Domenica del T.O.B                        8 febbraio 2015

Mc 1,29-39

La Liturgia di questa 5^ domenica del tempo ordinario, a partire dalla prima lettura, che è tratta dal libro di Giobbe, ci vuole introdurre al mistero della vita visitata dal dolore.

Il Popolo ebraico pensava che il giusto non poteva essere toccato dal male e dalla sventura e ogni malattia era letta come una punizione di Dio per qualche male commesso dalla persona o dai suoi parenti: Giobbe con la sua esperienza di vita afferma che non è così e nella sofferenza si sente abbandonato da Dio.

Il Vangelo di questa domenica vuole rispondere al grido di dolore che tanti Giobbe anche oggi rivolgono a Dio, in forma di “Perché?” strazianti. Quanti “perché” di genitori di bimbi colpiti da malattie gravissime! E quante grida di dolore per alcune aberrazioni commesse ogni giorno, quale la tratta dei bambini e delle donne, della scomparsa dei tanti bambini di strada che vengono usati per l’espianto degli organi o dei bambini venduti per il turismo sessuale, perfino dalle stesse famiglie, perché povere!

Già dall’inizio della pericope evangelica si capisce quanto sia urgente per Gesù rispondere alla volontà del Padre, andando incontro all’uomo, specialmente a chi è più fragile e colpito dal dolore e dal male: infatti viene usato l’avverbio “subito” per ben due volte nello spazio del primo periodo.

Marco ci presenta l’incontro con la suocera di Pietro in maniera molto concreta: la Salvezza che porta Gesù è prima di tutto un farsi vicino a chi è nel dolore.

Gesù, non solo si avvicina, ma la rialza prendendola per mano e il verbo che utilizza Marco è lo stesso che è usato nel parlare della resurrezione di Gesù. Il Figlio, nei confronti di chi è prigioniero del male e delle forze della morte, compie lo stesso atto che il Padre farà con Lui risuscitandolo dai morti. Sembra di vedere l’icona della resurrezione di Gesù dai morti, in cui Egli prende per mano Adamo ed Eva (simbolo di tutta l’Umanità) per trarli fuori dal regno della morte.

Frutto di questo dono di resurrezione è la possibilità di servire. Siamo salvati per divenire servi del Regno e della Buona notizia del Vangelo, come Paolo che non può far altro che annunciare il Vangelo perché gratuitamente ha ricevuto la Salvezza e gratuitamente deve condividerla (2^ lettura).

Dopo questo primo miracolo compiuto da Gesù vengono portati a lui TUTTI i malati e gli indemoniati e così Gesù continua la sua opera di costruzione del Regno di Vita e di Resurrezione dalle potenze di morte che imprigionano l’uomo. Poi entra nel silenzio del rapporto con il Padre.

Marco, rispetto a Luca, non ci fa vedere spesso Gesù che prega, ma i momenti in cui lo vediamo in preghiera sono fondamentali per la sua vita e la sua missione. Sono momenti in cui Gesù entra in contatto col Padre per conoscere la sua volontà. Infatti di fronte a Pietro e ad altri che lo cercano per riportarlo a Cafarnao per continuare la sua opera di “guaritore” di “fama”, egli manifesta la necessità di andare altrove anche negli altri villaggi, perché la Salvezza di Dio non è privilegio di pochi e non conosce confini. La sua libertà anche dalle esigenze delle persone gli viene da quel “per questo infatti sono venuto”. Lui è SERVO di un progetto più grande del Padre, e non può non portarlo avanti.

E’ la forza della preghiera e del rapporto di fiducia con il Padre, che gli darà anche la forza di affrontare il male, il dolore e la morte, quando abbraccerà la croce e allora darà il Senso più profondo al dolore degli innocenti. Non siamo più soli nella solitudine in cui spesso rinchiude il dolore: c’è Lui il Figlio di Dio che ci accompagna nell’abisso della sofferenza per trasformare tutto in Amore e farlo risplendere della Luce della Resurrezione! Allora ogni lacrima sarà asciugata e saremo portati sulle ginocchia di un Padre che ci ha tanto amati da dare il Suo Figlio.

Sr Mariagrazia Neglia
Suore di san Giuseppe del Caburlotto