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Innestati o recisi?

aprile 29th, 2015

V Domenica di Pasqua                                                    3  maggio 2015

Vangelo di Giovanni cap. 15,1-8

Gesù parla spesso per immagini e lo fa usando le categorie mentali e culturali della sua gente; si mette dalla loro parte e lo fa osservando la vita e la realtà che lo circonda, lo fa per  aiutare,coloro che chiama fratelli e sorelle a comprendere la verità e la vita  che è venuto a portare, una verità a volte davvero troppo alta.

La pedagogia di Gesù, intrisa di pazienza, non finisce di sorprenderci e di stupirci.

In questo episodio del Vangelo di Giovanni lo contempliamo Maestro di vita e, ci affascina, ci attrae.

L’immagine della vite e del lavoro che l’agricoltore fa perché i tralci che da essa sono nati crescano bene e portino frutto abbondante è familiare ai discepoli di Gesù, forse qualcuno di loro possiede una vigna e la coltiva a volte con successo e a volte no, come spesso capita nel lavoro dei campi.

Allora l’ espressione: ogni tralcio che in me porta frutto o non porta frutto è molto forte.

Ogni tralcio ha origine dalla vite, riceve linfa vitale dalla vite, ogni tralcio è naturalmente “in”. La vita del tralcio dipende dalla vite!

Ma perché allora alcuni tralci vengono tagliati, gettati via e seccati ed altri invece vengono potati perché possano avere maggiore vitalità e quindi dare frutti più abbondanti?

Siamo di fronte all’insondabile mistero della libertà e della responsabilità personale.

Agostino dice che, se Dio ci ha creati senza di noi, nel suo imperscrutabile disegno d’amore, non ci salva senza il nostro assenso e la nostra collaborazione.

C’è un frutto da portare che è dono dello Spirito che agisce in noi, ma c’è anche un frutto che cresce e matura grazie al nostro impegno, alla nostra risposta libera e consapevole all’Agricoltore misericordioso che ci chiama ad essere santi come Lui è Santo. La risposta che ciascuno di noi dà è proporzionata dunque al “rimanere” in lui ed è proporzionata a quanto la Sua Parola rimane dentro di noi, cioè a quanto essa impregna di sé la nostra vita.

I tralci che si seccano e vengono bruciati allora non è perché vengono tagliati dall’agricoltore, ma piuttosto l’agricoltore li taglia perché essi stessi hanno deciso liberamente di “non rimanere”, di non accogliere, di non lasciarsi abitare. Terribile scelta!  Sono diventati inutili!  Il “non rimanere” può portare alla morte!

L’invito di Gesù a rimanere in Lui e Lui in noi, acquista il valore di una implorazione affinché accogliamo il suo amore. Come un giorno ci dichiarò di essere per noi la Via, la Verità, la Vita, il Pastore buono, la vera Vita oggi ci rassicura e ci indica il segreto per divenire ed essere riconosciuti come suoi discepoli.

Sr Viviana Ballarin, op

Anche quelle io devo guidare

aprile 22nd, 2015

IVª Domenica di Pasqua                                                26 aprile 2015

Vangelo di Giovanni 10,11 – 18

La quarta domenica di Pasqua per tradizione viene chiamata anche Domenica del buon Pastore.

La liturgia odierna mette in luce l’amore infinito di Dio che arriva ad offrire, nel Figlio, la sua vita per ogni pecorella del suo ovile, per quella che è dentro, ma anche per quella che proviene da altri siti forse lontani, tenebrosi, impraticati; anche quella abita il suo desiderio di Padre misericordioso che sempre accoglie e unisce tutti in un unico immenso abbraccio.

Impressiona l’amore del Pastore che dà la propria vita per le pecore, ma il mercenario lascia nel cuore una profonda inquietudine perché di fronte al pericolo, fugge e abbandona il gregge lasciandolo disorientato e indifeso. Conosciamo le conseguenze dell’arrivo di un lupo dentro un ovile di pecore. Dispersione,  distruzione e morte!

Mi colpisce in questo brano del vangelo di Giovanni, la cura con cui Gesù, parlando  di sé buon pastore, spiega e si sofferma a lungo, quasi rallentando il ritmo del suo discorso, per illuminare la mente e il cuore dei suoi discepoli circa la presenza nell’ovile di uno che si spaccia per pastore, ma in effetti non lo è; è invece un mercenario e lo si può riconoscere, dice Gesù, dal fatto che di fronte al pericolo scappa, abbandona l’ovile; la salvezza delle pecore gli interessa molto meno di quella propria. Il mercenario mette in salvo se stesso!

C’è un fatto molto importante da cogliere. Le pecore non gli appartengono!

Gesù sa di essere il nostro buon Pastore perché nel suo animo avverte che noi gli apparteniamo, siamo suoi. L’appartenenza conduce alla conoscenza; Gesù conosce i suoi fino in fondo, riconosce il timbro della voce di ciascuno ed è per questo che il suo amore è fedele; egli si preoccupa di non perdere ciò che gli appartiene e che il Padre gli ha affidato. Dunque, quanto più grande è il pericolo che minaccia il gregge tanto più forte diventa il dono di se stesso.

Questo vangelo, in questa domenica del buon pastore, ci aiuta a volgere lo sguardo ad un numero sempre più numeroso, di fratelli e di sorelle che per la loro fede hanno dato la vita, non sono fuggiti! Questi fratelli e sorelle sono diventati per noi oggi l’icona del buon pastore, icona da guardare, da imitare, non da sfuggire.

Questi fratelli hanno vissuto fino in fondo  la loro appartenenza al Pastore grande delle pecore e gli sono rimasti fedeli.

Oggi, con Gesù  ci testimoniano che in questo sta l’amore: dare la vita. Loro l’hanno data ed è per questo che il Padre li ama (cfr. Gv 10,17) e li glorifica.

A noi, ancora pellegrini e molto spesso vacillanti nella fede e nel senso di appartenenza a Cristo, rimane il compito di vigilare e di ricevere umilmente e con gioia, ogni giorno, il comando dal Padre: non c’è amore più grande se non quello di dare la vita.

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Le vie del Risorto

aprile 15th, 2015

IIIª domenica di Pasqua                                      19 aprile 2015

Vangelo di Luca 24, 35 – 48

Il tempo che va dalla Risurrezione alla Pentecoste è semplicemente bello e la Chiesa nella liturgia di questo prolungato giorno di Pasqua ce lo fa assaporare in un modo meraviglioso attraverso la Parola  sbriciolata, proprio  come fa una madre che dà il cibo ai suoi piccoli.

Questo tempo è bello perché è umano. E’ accaduto infatti qualcosa che ha sconvolto la vita di molti, che ha fatto emergere i sentimenti ed i comportamenti più diversi; quelli che caratterizzano la fragile e molto spesso indifesa umanità, quelli che sgorgano da cuori aperti alla speranza e quelli che, ancora chiusi, barcollano nella nebbia del dubbio e della paura.

Il Signore Risorto ama entrare in questo umano, soavemente ma decisamente, per inscrivervi con caratteri di fuoco la sua presenza, la sua pace, la sua vita. Ama entrare nell’umano non per mortificarlo ma per portare a compimento l’opera del Padre. Gesù da ricco che era non disdegnò di farsi povero per arricchirci. Maria, non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre, non ho ancora terminato l’ opera che il Padre mi ha affidato.

Anche dopo la risurrezione di Gesù e, nonostante la testimonianza di coloro che hanno visto e perciò hanno creduto, i discepoli continuano ad avere paura; per questo quando Lui viene vedono solo un fantasma.

La paura! Paura che impedisce di incontrare, di vedere, di vivere.

Gesù entra nelle pieghe di tutte le nostre paure, le inonda di luce con la sua  trasfigurante umanità, poco a poco, attraverso un percorso pedagogico che rispetta l’umano nella sua lentezza e nella sua tortuosità. Gesù non si ferma, non ha paura delle paure; le tocca e queste si dissolvono proprio come fantasmi.

Gesù chiede ai suoi discepoli di toccare, di guardare, di mangiare e lui stesso mangia.

La fede non annulla l’umano; essa è quel raggio di vita che attraversando la nostra umanità diviene fede incarnata, fede umana, autentica.

Gesù, mostrando le sue ferite entra così profondamente nell’umano dei suoi che, dalla paura e dallo sconcerto passano ad essere pieni di gioia. Ma non credevano ancora dice l’evangelista Luca.

Sembra un paradosso, eppure è proprio così. Spesso i sentimenti umani sono così forti e così selvaggi da impedirci di vedere e di aderire alla provocazione del Risorto che viene e sta in mezzo a noi.

Questi discepoli sono proprio lo specchio della nostra frammentata umanità moderna.

Ancora una volta Gesù si ferma con loro, spiega loro le Scritture  ed il loro cuore si apre.

Signore Gesù, sei il “MAESTRO!”  Non stancarti di spiegarci le Scritture perché anche noi siamo ancora paurosi, testardi e lenti a credere. Rimani con noi, parlaci fino a quando, saziati della tua presenza, anche noi corriamo per le strade della nostra umanità gridando a tutti: Gesù è veramente risorto, noi lo abbiamo visto!

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

La fede nel dubbio

aprile 7th, 2015

Domenica IIª di Pasqua                                  12 aprile 2015

Gv 20,19-31

Non è così semplice e neppure così facile riconoscere che Gesù, il profeta amato da molti, ma da molti rifiutato, colui che ha percorso in lungo e in largo le strade della Galilea e della Giudea passando per la Samaria, che ha guarito i ciechi, sanato i lebbrosi, fatto parlare i muti, udire i sordi, camminare i paralitici, risuscitare i morti; che ha insegnato nella sinagoga ed è andato a cena dai pubblicani, che ha perdonato la peccatrice ed è stato crocifisso, che è morto ed è stato sepolto, proprio non è facile credere che ora quell’uomo è risorto, che è vivo e soprattutto che Lui è il Figlio di Dio, come aveva detto.

E’ stato condannato e ucciso proprio perché ha detto di essere il figlio di Dio, lui uomo e bestemmiatore!

Non è proprio facile!

La fede non è un fatto scontato!

Anche i suoi discepoli, coloro che l’hanno seguito fino ad un certo punto, che vorrebbero credere ma che…non ce la fanno, anche loro continuano a rimanere chiusi dentro con le porte della loro abitazione ben serrate. Dice Giovanni: “mentre le porte erano chiuse”. Una chiusura ed una paura che si prolunga nel tempo.

Sì, e questo ci dice che la missione di Gesù su questa terra non è ancora terminata. Soprattutto i suoi che sono tardi e duri di cuore hanno ancora bisogno di Lui per arrivare a comprendere e a…credere.

L’amore di Dio è un amore paziente, un amore che costringerà Dio, dopo cinquanta giorni, ad un altro evento sconvolgente: la Pentecoste.

L’avvenimento della tomba vuota spesso non è sufficiente per scoperchiare le tombe dei nostri cuori, resistenti alla luce.

In questo vangelo contempliamo la bellezza del Risorto che accetta di aspettare la lentezza della nostra fede e si adatta a percorrere con noi quei passaggi storici a volte condizionati dalla nostra eccessiva razionalità o dal nostro bisogno di controllare ogni situazione umana prima di arrivare a gridare: “Mio Signore e mio Dio!”.

E’ il caso di Tommaso che, ammaestrato pazientemente da Gesù, comprende che la fede è un vedere ed un comprendere non tanto frutto di razionalità, ma di esperienza d’amore. La fede è una luce che irrompe nelle stanze della nostra vita come dono di pace. “Pace a voi!”. La fede è gioia che sgorga da un vedere amoroso, da un vedere non tanto con gli occhi del corpo ma con quelli dell’anima.

“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

Beati quelli che sanno accogliere la mia presenza in mezzo a loro come un dono gratuito di pace.

Beati coloro che accolgono il soffio dello Spirito nella gioia del Risorto che viene e sta in mezzo ai suoi molto spesso inaspettatamente, anche mentre le porte del cuore o della mente sono chiuse.

Beati coloro che per credere che Gesù è il Figlio di Dio non si affidano tanto alla loro intelligenza, ma come Maria ascoltano e accolgono la parola di Dio, la custodiscono nel loro cuore e la mettono in pratica.

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.