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Solo credi

giugno 24th, 2015

XIIIª Domenica per annum                                 28 giugno 2015

Vangelo di Marco 5,21-43

Gesù incontra oggi due persone speciali: Giairo capo della sinagoga e la donna emorroissa. Il Maestro cammina e incontra. L’incontro con lui può divenire avvenimento oppure occasione perduta. Egli passa all’altra riva e libera l’indemoniato, ritorna di nuovo alla sponda da cui è partito e guarisce la fanciulla e l’emorroissa,  torna al suo Paese e parla nella sinagoga, passa di villaggio in villaggio e invia i dodici a due a due per insegnare e guarire.

Gesù insegna e trasmette ai dodici il suo vangelo. La sua è una pedagogia splendida! Quando Gesù parla, i suoi discepoli fanno memoria dei suoi gesti, delle sue  parole, delle sue scelte perché  hanno visto, hanno toccato, hanno sperimentato e ora rivivono, nell’ascolto, una esperienza di vita.

Qui incontriamo Gesù che guarisce e salva toccando. Il centurione Giairo invita Gesù alla sua casa e gli chiede di imporre le mani, di toccare la sua figlioletta molto malata e in pericolo di vita. Egli ha la sicurezza che il contatto può guarire e far  vivere. La donna emorroissa  pensa lo stesso e cerca di toccare Gesù, ma di nascosto.

Il toccare!

Quanto può esprimere e renderci visibilmente testimoni dell’amore. L’amore ha il coraggio di toccare fino a sporcarsi le mani. L’audacia del toccare!

Cristo, Parola del Padre quando incontra l’uomo, quando lo raggiunge e lo tocca , lo salva nella totalità del suo essere.

Ma,  molta folla lo seguiva e gli si stringeva attorno…

Più volte di Gesù,  raccontano i vangeli, si imbatte nella folla-ostacolo che gli si accalca addosso creandogli qualche problema. La folla impedisce alla donna emorroissa di avvicinarsi a Gesù, di toccarlo e di lasciarsi toccare da lui.

La calca della gente la avvolge isolandola dal resto del mondo, rendendola un’anonima, un’ esclusa.

La folla che schiaccia la povera donna potremmo paragonarla alla cultura del suo tempo che emarginava chi aveva una tale malattia. La folla in un certo senso tenta di scoraggiare Giairo nella sua fede.

La folla: quello sciame di barriere interne ed esterne  che frenano la vita, la libertà e oscurano la verità.

Marco, in maniera essenzialissima, ci porta nel cuore dell’esperienza umana di ogni tempo e di ogni angolo della terra che implora liberazione, verità, pace.

Questa donna malata è icona del cammino di liberazione di tante donne che spesso, portano sulle loro spalle il cammino di crescita del loro popolo.

Giairo ci parla di chi ha il coraggio, per la fede, di camminare contro corrente tutta la vita.

La donna, avendo sentito parlare di Gesù in cuor suo voleva toccarlo anche se consapevole di essere considerata immonda a causa della sua malattia.

Quando una donna intuisce dove sta il cuore della vita, nessuno più la potrà fermare.

Nella vita di questa di quest’uomo e di questa donna accade un incontro che trasforma.

Incontrare Gesù è sempre un evento terapeutico e sanante; esso accade nella vita della persona attraverso il dono della consapevolezza di essere importante, accolta e amata da colui che incontra o da cui è incontrata.

Avvertita una potenza uscita da lui Gesù si voltò e disse: chi mi ha toccato? E la donna  inizia ad esistere, ad avvertire di essere qualcuno, di essere persona.

La domanda di Gesù è sempre un invito a non avere paura e ad avere il coraggio di percorrere il cammino della liberazione e della libertà, a superare l’ostacolo della folla, ad uscire dall’anonimato della folla e a guardare in volto la verità, forse anche esponendosi per riconoscerla ed accoglierla.

Il processo della salvezza e della guarigione è sempre un processo squisitamente umano e unificante. Sì perché nell’incontro con Gesù ci si riconosce nella vera identità di figli amati. La paura non c’è più.

“Figlia! La tua fede ti ha salvata, va’ in pace e sii guarita dal tuo male”.

Figlia!

E la pace che ora ti abita sia il tuo annuncio di speranza, la tua testimonianza dell’amore incontrato.

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Quando il Maestro sgrida

giugno 17th, 2015

XII Domenica per annum B                                                       21 giugno 2015

Vangelo di Marco cap. 4,35-41

“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”.

All’inizio di un corso di esercizi spirituali  il padre predicatore iniziò la sua meditazione in una comunità di confratelli teologi, studiosi, maturi nella vita religiosa, così: “ Non potete dare per scontato che tutti avete incontrato Gesù…”. L’affermazione, rivolta a persone che da molti anni si erano dedicate al servizio del Signore, allo studio e alla predicazione della sua Parola, sembrò davvero fuori posto.

Ma è così.  Si può seguire il Signore, ascoltarlo, parlare con Lui e parlare di Lui anche per  molti anni e non diventare suoi discepoli.

E’ quanto mette in luce Gesù salendo sulla barca dei suoi amici che, l’avevano invitato a bordo credendo di conoscerlo abbastanza.

“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Ciò che rende discepoli è la fede. La fede vissuta come una relazione personale amorosa e perciò carica di fiducia in Colui che diventa il riferimento fondamentale e assoluto della vita in ogni suo aspetto, in ogni suo momento, ma soprattutto nel momento della fatica, della prova, nel momento in cui le possibilità umane sono ridotte a zero. E’ il caso di quei poveretti in mezzo alla terribile tempesta sul lago.

L’inevitabile pericolo di vita mette in risalto che per i discepoli Gesù non è ancora il Maestro, ma uno dei tanti Rabbì che per le strade della Palestina predicavano la prossima venuta del regno di Dio  e da lui molto probabilmente si aspettavano una salvezza a basso prezzo. Si spiega allora il perché del loro grido disperatamente egoista: ”Maestro, non ti importa che siamo perduti?”. Essi non hanno ancora compreso che Gesù stava sulla loro barca per aiutarli a superare la barriera del cuore chiuso per aprirli al dono dell’affidamento, della sequela, della fiducia, della speranza; al dono di smettere di voler avere il controllo del proprio destino per lasciarlo nelle mani di Colui che non ha progetti di sventura ma di pace e di salvezza per ogni sua creatura (cfr. Ger.29,11).

“Passiamo all’altra riva!”   è l’invito deciso che il Maestro fa al calar della notte.

Il buio è il tempo meno propizio, contrario a quella saggia logica umana che mai inviterebbe alcuno ad inoltrarsi nel lago, che sappiamo insidioso, di notte.

Si diviene discepoli del Signore solo quando decidiamo di abbracciare e fare nostra la logica del Maestro, allora diventeremo capaci di entrare nelle situazioni della vita, anche quelle più difficili,  avvolti dalla “grande  bonaccia”: la sua presenza che salva.

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Non tutto dipende da te

giugno 9th, 2015

XIᵃ Domenica per annum B                                                                   14 giugno 2015

Vangelo di Marco 4, 26-34

Gesù, all’inizio della sua vita pubblica annuncia il Regno di Dio ai suoi discepoli e alla folla che lo ascolta. Egli proclama che il Regno è vicino, addirittura  è in mezzo a loro. Per questo Gesù invita le genti alla conversione, all’ascolto, all’accoglienza della sua Parola di pace, di libertà, di gioia; il Regno implorato e sperato è qui.

“Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc. 1,15).

Nel brano che la liturgia ci presenta oggi Gesù parla ancora del Regno di Dio, ma lo fa in parabole. Perché in parabole?

Gesù usa linguaggio, immagini e paragoni del suo ambiente e della sua gente che può perciò comprendere, rimanendo libera di accogliere o di  non accogliere il messaggio e la proposta di vita che egli è venuto a portare.

La parabola è un racconto che spiega il mistero profondo del Regno di Dio;  la folla  segue Gesù, lo ascolta ed è affascinata dalla sua persona e dalla sua parola, ma molto spesso ha il cuore lontano e chiuso; non comprende, per questo Gesù spiega le sue parabole.  “In privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa” (Mc.4,34). Gesù vede chi ha il cuore aperto e disponibile, per questi non risparmia né tempo, né parole.

Qui, Egli si sofferma a lungo per descrivere e spiegare di che cosa è fatto il Regno che annuncia. E’ stupendo scoprire che la salvezza in Cristo è giunta fino a noi, è in mezzo a noi ed è un dono immenso e gratuito. La salvezza accade nella gratuita per chi ha il cuore aperto e disponibile.  Il paragone usato da Gesù è davvero efficace: il seminatore che semina, il seme seminato ed il campo che lo accoglie. Sono tre componenti essenziali per accogliere il dono e perché la salvezza possa germogliare nel cuore dell’uomo, possa crescere fino alla piena maturità, possa portare frutti buoni per gli altri, possa addirittura diventare servizio di carità.

“ Quando il seme viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra” (Mc.4,32). Il seme germoglia e cresce spontaneamente è vero, ma è necessaria la concorrenza di varie componenti: il seminatore, il terreno buono e il seme che si lascia gettare nella terra. E’ necessaria la risposta libera e accogliente di ciascuno di noi.

La salvezza è dono gratuito, non viene imposta a nessuno, ma ha bisogno del nostro sì umano libero e accogliente.

La salvezza: un meraviglioso evento di umanizzazione, sempre!

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

È tutta l’umanità la carne di Dio

giugno 3rd, 2015

Domenica 7 giugno 2015                      Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Vangelo di Marco 14,12-16,22-26

In questa seconda domenica dopo Pentecoste la liturgia, attraverso il vangelo di Marco, riporta la nostra attenzione nuovamente al mistero della Pasqua del Signore.

Abbiamo da poco celebrato la morte, la risurrezione di Gesù; l’abbiamo contemplato nel suo ritorno al Padre e lo abbiamo accolto come dolce compagno di viaggio, consolatore e datore di doni nella pentecoste. Siamo in cammino, pellegrini, ricolmi di speranza; fatichiamo è vero, ma siamo raggianti di gioia perché ormai una cosa sola aspettiamo: che Lui ritorni di nuovo.

La Pasqua è culmine e fonte della liturgia che, nello snodarsi dei giorni, dei mesi e degli anni,  diviene evento della salvezza, il farsi del regno di Dio nei cuori dei discepoli.

“Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?” (Mc 14,12) gli chiedono ignari i suoi discepoli. Ancora non hanno compreso che non si tratta della pasqua ebraica! Questa è l’ora della Pasqua vera! Ed è tutto pronto!

Giuda infatti aveva già deciso nel suo cuore di vendere Gesù per pochi denari. Aspettava solo il momento opportuno per consegnarlo! E’ Gesù l’agnello che sta per essere immolato, è Gesù che il Padre ha scelto per dare carne e sangue al suo amore per l’umanità: al tradimento più grave e inimmaginabile la risposta è il dono totale e gratuito di sé.

Pasqua ed Eucaristia, un unico mistero d’amore infinito e di gioia infinita che si immerge nell’umano, un umano colmo di fragilità.

La storia degli uomini è una storia di continui fallimenti. E Gesù sceglie proprio il momento più fallimentare della sua comunità per dare a noi il dono più prezioso, per dare tutto se stesso.

“Dov’è la mia stanza dove io possa mangiare la pasqua con i miei discepoli?” (Mc 14,15).  Uno dei discepoli lo ha venduto, un altro lo ha rinnegato e tutti i restanti sono fuggiti. Gesù non è riuscito a riunire i suoi discepoli in una comunità neppure in quell’ultima notte! Ma proprio lì, in quel fallimento Egli ha voluto rimanere con noi, in noi, per sempre! “Prendete, questo è il mio corpo … questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (Mc14,23-25).

“O fuoco d’amore, non ti bastava forse di averci creati imprimendo in noi la tua stessa immagine e somiglianza, e di averci ricreati alla grazia nel sangue del tuo Figliuolo? No, non ti è bastato, ma hai voluto darci in cibo tutto te stesso, Dio, essenza divina. Chi ti ha costretto? Null’altro se non la tua carità, perché tu sei pazzo d’amore” (S. Caterina da Siena Oraz. XVII).

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.