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Venne ad abitare in mezzo a noi

dicembre 22nd, 2015

Natale del Signore                                                   25 Dicembre 2015

 Gv, 1 1-18

…..E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
…..Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Cristo è nato: rendetegli onore. Cristo è disceso dai cieli, venite ad incontrarlo; Cristo è sulla terra, gridate la vostra gioia. Il Cristo si è fatta carne: trasalite di timore e di gioia; di timore per la colpa, di gioia per la speranza.
Di nuovo sono abolite le tenebre, di nuovo è nata la luce, di nuovo l’Egitto è punito con la tenebra, di nuovo Israele è illuminato da una colonna.
Il popolo, immerso nella tenebra dell’ignoranza, contempli la grande luce della conoscenza. Le cose vecchie sono passate; ecco, tutto è diventato nuovo.
Anch’io proclamerò la grandezza di questo giorno: l’immateriale si incarna, il Verbo si fa carne; l’invisibile si mostra agli occhi; colui che le nostre mani non possono toccare può ora essere toccato, l’intemporale ha un inizio, il Figlio di Dio diventa Figlio dell’uomo: Gesù Cristo è o stesso ieri, oggi e per sempre…
Oggi è la fetsa della Teofania o della Natività; essa è chiamata in due modi, con due nomi, che le sono stati dati. Dio infatti, con la sua nascita, si è mostrato agli uomini: da un lato, egli esiste e da tutta l’eternità è generato dall’eterno: il su essere è perciò al di sopra di ogni ragione e giustificazione – in realtà nessuna causa potrebbe essere superiore al Verbo – d0altra parte è nato per la nostra salvezza, perché colui che ci dà l’esistenza ci di anche una vita felice; o piuttosto per ricondurci grazie alla sua incarnazione alla vita beata che avevamo perduto a causa del peccato. La festa di oggi poiché ricorda l’apparizione di Dio sulla terra si chiama Teofania e in quanto suggerisce l’idea della nascita è detta Natività.
Ecco dunque la solennità che celebriamo oggi: la venuta di Dio presso gli uomini, perché noi ritorniamo a Lu, affinché, spogliato l’uomo vecchio, rivestiamo il nuovo e così come siamo morti in Adamo, viviamo in Cristo, nasciamo con lui, siamo crocifissi con lui, sepolti con lui e con lui risuscitiamo. La mia vita deve subire infatti questa magnifica conversione: e come dopo i giorni felici vengono quelli tristi, così dopo la tristezza viene la gioia.

 Gregorio Di Nazianzeno, Discorso sulla Teofania, PG 36, 311A-315A

La voce del tuo saluto è giunto ai miei orecchi

dicembre 16th, 2015

IV Domenica di Avvento – Anno C   20 dicembre 2015

Lc 1,39-48

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto (letteralmente:  «La voce del tuo saluto») è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Tutti si saluta e non farlo è maleducazione. Il saluto, infatti, è il primo modo attraverso il quale si stabilisce un contatto con gli altri; così come il toglierlo decreta la fine di una relazione. Il dizionario lo definisce così: «Atto costituito da un cenno, da un gesto, accompagnato per lo più da parole… che si scambia con una persona nel momento in cui la si incontra… per manifestare rispetto, affetto, simpatia… ma spesso è un semplice atto di cortesia formale»*. Quel che è chiaro qui è che tra Maria ed Elisabetta non è stato un «semplice atto di cortesia formale». Anzi, che questo «saluto» sia una questione evangelica centrale è di tutta evidenza e appena pronunciato, esso dà inizio a una serie di straordinarie reazioni: il bimbo esulta e sua madre – riempita di Spirito Santo – riconosce la visita del Signore in casa sua.

Il testo non chiarisce né parole né gesti, ma si sofferma piuttosto sulla «voce» di Maria (cfr. traduzione CEI 1972). Non è un particolare secondario perché questa voce, come un’impronta indelebile, plasmerà e definirà nel profondo l’identità del bambino che ora gioisce di esultanza nel sentirla: Giovanni, infatti, sarà «voce che grida» la gioia per la venuta del Messia (cfr. Lc 3,4).

Maria – entrando in casa di Zaccaria – saluta, ripetendo così il medesimo gesto con il quale lei era stata salutata per prima dall’angelo (cfr. Lc 1,26-38). La «gioia» annunciata dal messaggero è di tale portata da provocare anche in lei reazioni emotive e riflessive: si tratta, infatti, del Messia e della realizzazione delle promesse di Dio. Maria accoglie le parole del messaggero, le assume incondizionatamente con il desiderio e la speranza di realizzarle. Così, appena l’angelo parte da lei, Maria a sua volta si alza e parte in fretta. Ora è lei ad entrare nelle case per far risuonare la potente voce divina. Si mette in viaggio perché la Parola per cui si è fatta grembo, dalla Galilea alla Giudea, giunga a tutti – per prima a un’altra donna come lei, come lei testimone di una fecondità possibile contro ogni umana previsione. Maria è il saluto del Signore che visita, incontra e rimane con il suo popolo.

*dal Dizionario Treccani on line.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

Che cosa dobbiamo fare?

dicembre 9th, 2015

III Domenica di Avvento – Anno C                                                                      13 dicembre 2015
Lc 3, 10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate  e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

La sottoscritta che scrive s’interroga spesso sulla qualità delle parole che dice. Si chiede da quale radice esse prendano forma, quale sia il nutrimento che le alimenta, se diano sincera voce a quella splendida visione, nella storia di ogni giorno, di un mondo abitato dalla salvezza (cfr. Lc 3,4-6). Quelle di Giovanni, sicuramente, sono state parole efficaci. Un annuncio asciutto e diretto. Sferzante e duro anche, soprattutto verso chi, per eventuali e presunte sicurezze di parte, si mette al di sopra degli altri, al riparo – per diritto acquisito – dal concreto lavoro della conversione. Nessuno è esentato (cfr. Lc 3,7-9). Perché non c’è parola di vita, non c’è incontro possibile se non si parte da questa premessa di solidarietà comune nel bisogno.

Ma chi scrive, si chiede anche della qualità del suo ascolto. Non è sufficiente, infatti, essere voce e non basta la sola suggestione per quel mondo rinnovato che è il vangelo. Gli ascoltatori di Giovanni sentono che è necessario un cambiamento: «Che cosa dobbiamo fare?». È un atto di umiltà e responsabilità chiedere che cosa si debba fare. Umiltà perché il domandare è espressione di quella consapevole insufficienza che tiene viva la dinamica della scoperta e dell’incontro. Responsabilità perché – una volta ottenuta la risposta – non si hanno più scuse. Quel che si deve fare è circostanziato, adeguato alle proprie possibilità e situazioni. Non si tratta di cambiare il mondo, ma di cambiare se stessi, in se stessi trasformare di volta in volta la visione in scelte di reale condivisione, solidarietà e vero rispetto per le vite degli altri.

Giovanni non è il Messia (che tentazione… Con un popolo in attesa, gli sarebbe bastato pochissimo per accendere gli entusiasmi e dirigere l’attenzione di tutte quelle persone su di lui…), ma non si potrà riconoscere e accogliere nessun salvatore se non ci si converte al suo stile. Le folle sono andate da Giovanni per imparare questo stile. Ci sono anche i pubblicani e i soldati. Sono in tanti, ma non ci sono tutti. Mancano sacerdoti, scribi e farisei. Assenza di peso, se si pensa che altrove, costoro parlano e agiscono da protagonisti. Ma qui, ad ascoltare Giovanni e a farsi battezzare da lui non sono andati. Nessuna buona notizia per chi non è disposto a mettersi in discussione.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

Preparate la via del Signore

dicembre 2nd, 2015

II Domenica di Avvento – Anno C                                                           6 dicembre 2015

Lc 3,1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione
per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

I grandi nomi dominano su questo e su quello, stabiliscono confini e aree di controllo, che si tratti di regioni della terra o dello spirito. Sono persone importanti, prendono decisioni importanti e il destino di molti è nelle loro mani. Eppure, dentro questa stessa storia c’è un potere sovrano capace di rimodellare davvero la geografia del mondo. A dargli voce è Giovanni, nel deserto. Lui, figlio di un grembo sterile, è il testimone di quella Parola sovrana che è annuncio di vita. È qui, letteralmente, che comincia il «vangelo», nell’esperienza di una fecondità possibile là dove chiunque altro non vede che vuoto e desolazione (cfr. Gen 1,2-3). Si tratta di un motivo «originario», ricorrente nella storia biblica e ripreso da tutti che hanno nutrito la fiducia di coloro il cui futuro sembrava sbarrato da impedimenti insormontabili.
La storia della salvezza non è un’altra storia, è intrecciata negli avvenimenti del mondo e l’Avvento è credere e riconoscere la forza benedicente e vivificante di questa Parola per consentirle di agire nelle zone morte. Giovanni, da vero profeta, vede quel che è possibile realizzare: la trasformazione di un paesaggio aspro, impervio e segnato da ostacoli che dividono e separano in un terreno di incontro.
È un reale cambiamento di prospettiva, una vera conversione: che si tratti di burroni, di pareti impossibili da scalare o di monti che isolano, la Parola di Dio è sempre «creazione» che apre vie di speranza e comunicazione.
Qualunque sia la strada da cui si proviene, è possibile camminare insieme. Questo è il potere che cambia il mondo.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

La vostra liberazione è vicina

dicembre 2nd, 2015

I Domenica di Avvento – Anno C                                          29 novembre 2015

Lc 21, 25-38.34-36
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Ci sono crisi così radicali che mostrano come tutto quello che si pensava eterno, immutabile, vero, sacro si rivela fragile e perituro: nemmeno sulla solidità delle pietre si può fare affidamento (cfr. Lc 21,5-6). Quando anche il sole, la luna, le stelle – fissate al firmamento per illuminare, separare, distinguere e regolare con la loro costanza la vita della terra (cfr. Gen 1,14-18) – sono sconvolte, non restano che angoscia e ansia e paura per l’attesa di ciò che dovrà accadere. L’Avvento comincia così, perché il tempo dell’attesa, quando non si sa che cosa ci si debba aspettare, può anche essere questo: una preoccupazione opprimente che toglie il respiro e non fa vivere. Ma così comincia l’Avvento, perché proprio in quelle stesse ore di disperazione è possibile scrollarsi di dosso il peso schiacciante della paura e rialzare la testa. Il discepolo di Gesù sa che cosa aspettare. Non ha senso agitarsi e preoccuparsi: quando accadrà? Quale sarà il segno? (cfr. Lc 20,7). Ora accade e il segno è Gesù che nel paradosso della sua debolezza distrugge la radice di ogni oppressione. L’orizzonte del tempo cristiano è un «oggi» di salvezza. E salvezza è sapere che non si è soli, che il Signore della storia è all’opera. Tutto può anche essere nella confusione e nell’incertezza, ma chi vede e vive la venuta potente di quel regno piccolo come un seme ma la cui efficacia è inarrestabile, è stabile alla presenza di Gesù, ogni giorno. E per questo, anche nel tempo dell’inquietudine e dell’angoscia, è possibile vedere «vicini» i segni della liberazione e perciò vivere e aiutare a vivere senza perdere la fiducia. Ma questo vedere nella nube il Figlio dell’uomo è sottoposto a un duro lavoro e impegno. Il monito è fermo e deciso: vigilanza e preghiera, stile di vita sobrio, orientato all’essenziale e soprattutto alla manutenzione di un cuore sensibile. Perché la speranza trova posto nel cuore di chi ama. La speranza cresce nel cuore di chi si sente amato. L’annuncio cristiano è sempre annuncio di salvezza, e soprattutto in tempi oscuri e paurosi, il Signore invita a essere, come lui nella nube, operatori di quella liberazione che restituisce dignità e vita agli uomini e ai popoli sconvolti.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com