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Non più giudizi, ma preghiera

luglio 24th, 2013

XVII DOMENICA T.O./C 28 luglio 2013

Lc 11, 1-13
Gesù domanda di passare dall’obbedienza alla legge, all’accoglienza del suo amore.

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». E’ curioso come i discepoli, pur stando con Gesù, pur spezzando con Lui il pane, non lo conoscano ancora tanto da non chiedergli un “distintivo”, qualcosa che sia un “segno esteriore” del loro essere di un altro. Non hanno ancora compreso che è il loro “stare con Gesù” che, cambiando loro il cuore, li rende testimoni viventi e contagiosi di un “nuovo modo di essere”.
Difatti non chiedono a Gesù che insegni a pregare come lui prega e neanche pregano con lui, ma vogliono una preghiera come quella che Giovanni Battista ha insegnato ai suoi discepoli, che li distingua dagli altri.
Non hanno ancora compreso che Gesù non dà regole, non dà formule, né orari, ma offre uno stile di vita.

Siamo noi che per sentirci a posto e autoassolverci crediamo che sia sufficiente una “osservanza della legge”, una “vita di preghiera puntuale” che ci rende sempre più freddi e duri verso le difficoltà dell’altro e che rendendoci diversi (ai nostri occhi…) ci fa sentire migliori. Il Papa Francesco parla al cuore di tutti perché è un uomo che ha saputo calarsi nella realtà senza giudicarla dall’ambone.

Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre….
Dio non vuole che ci si rivolga primariamente a lui con i titoli altisonanti, frutto della riflessione teologica e filosofica, come “Altissimo, Eccelso, ecc.”, ma che nella comunità dei seguaci di Gesù ci si rivolga a Dio chiamandolo “Padre”.
Dio non vuole dei pastori incensanti, dai colletti plastificati, con i gemelli d’oro ai polsi e l’anello 80 carati, ma vuole dei figli. E – per converso – vuole che “i suoi pastori” siano “padri” come Lui lo è. “Padre”, nella cultura semitica, è colui che trasmette al figlio tutta la propria vita, tutta la propria esistenza. Vuole dei figli che si sentano amati da Lui, una sola cosa con Lui, come il pastore che riconosce e assume “l’odore delle pecore”.

sia santificato il tuo nome
La prima richiesta è
“Sia santificato il tuo nome”. Il verbo “santificare” significa consacrare, cioè riconoscere il valore di qualcosa. Allora la comunità, nella preghiera che Gesù insegna, dice che Dio deve essere riconosciuto come Padre il cui amore non distingue tra buoni e cattivi, ma su tutti si riversa, il Padre che non guarda i meriti delle persone, ma guarda i bisogni.

venga il tuo regno
Per “Regno di Dio”, si intende non naturalmente un’entità geopolitica, ma quell’ambito dove Dio governa i suoi comunicando il suo Spirito, la sua stessa capacità d’amore. Vogliamo questo Regno? Perché spesso a chi ci osserva potremmo raccontare di un “regno” differente, il regno dei primi e dei secondi, dei premiati e degli esclusi, dei privilegiati che possono ottenere ciò a cui non hanno diritto solo perché fanno valere quel tale segno distintivo…

dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano
Nessun equivoco sul significato di questo “pane”: ha tutti i significati. E’ sicuramente il cibo base dei poveri: non potrebbe avere altro primario significato per chi, morendo di fame lui stesso o i propri cari, prega con fede… E’ vero, Gesù ha detto “non preoccupatevi di quello che mangerete”, ma non ha detto “non preoccupatevi se mangerete”… infatti Lui stesso ci invita a domandare il pane, almeno il minimo per sopravvivere! E per questo minimo è il fratello al fratello, è il pastore alla pecora che deve provvedere… Non è “a caso” che milioni di uomini, donne, bambini muoiono di fame: i fratelli non provvedono, come dovrebbero. Chi non paga il giusto salario, chi spreca, chi evade il fisco grossolanamente: costoro – i fratelli – non provvedono. Dio gliene chiederà conto. Dunque, se il pane è tutto, alla fine chi è? E’ figura di Gesù. Gesù è a la fonte di vita della comunità; fonte di vita come Parola e come pane nell’Eucaristia.

e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore
Una comunità che ha ricevuto e raccolto il messaggio delle Beatitudini non può essere composta da debitori e creditori, ma da fratelli che condividono quello che hanno gli uni con gli altri. Allora la prova, la sicurezza, che si è a posto con Dio, che c’è la presenza di Dio, è che al nostro interno non esistono debitori e creditori, ma siamo tutti fratelli fragili e tutti fratelli perdonati.

e non abbandonarci alla tentazione».

Qual è questa prova alla quale la comunità chiede di non essere abbandonata? E’ la prova nella quale è caduta. Gesù aveva chiesto ai discepoli, portandoli al monte degli ulivi, di stare con lui, di pregare con lui per essergli vicini, per affrontare il momento della cattura e della morte, e hanno fallito tutti quanti. La tentazione, la prova peggiore è abbandonare Gesù, è non accettare di stare con Lui nel momento della sofferenza. La prova è non accettare la croce.
Allora la comunità, cosciente di tutto questo, chiede di non essere abbandonata nel momento della prova, della fragilità e della persecuzione.

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Tutto l’insegnamento di Gesù continua invitando ad avere una piena fiducia nell’amore del Padre e, moltiplicando i verbi per tre volte – il “tre” significa quello che è pieno, definitivo –, dirà “
Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”.
Quindi piena fiducia nel Signore! Una fiducia incondizionata perché nasce da un rapporto filiale, non perché ci vede impotenti o privilegiati. Se l’amore di Dio mi rende figlio e mi libera dalle catene della legge farisaica, mi rende anche capace di domandare “le cose buone” che il Padre mi promette: lo Spirito Santo, la “cosa buona” per eccellenza,
che serve per realizzare il progetto del Padre verso ciascuno di noi. La richiesta dello Spirito, verrà senz’altro esaudita. I discepoli di Gesù verranno riconosciuti dall’essere figli amati in modo incondizionato che liberamente si affidano ad un Amore che li salva perché liberamente richiesto.

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative

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