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Svendersi alle cose?

luglio 30th, 2013

XVIII Domenica T.O./ C 4 Agosto 2013

Dal Vangelo secondo Luca 12, 13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Gesù ci mette di fronte ad una delle più grandi debolezze umane: il bisogno di accumulare, di mettere da parte, di arricchirsi, di avere sempre di più. E’ come se la persona umana identificasse la felicità (di cui è geneticamente affamata) con una quantità massima di beni materiali. Solo così pensiamo di poter essere felici. C’è un errore di fondo: non conosciamo noi stessi. Se ci conoscessimo, sapremmo che il nostro essere più profondo non è “della stessa pasta” delle cose che ricerchiamo per soddisfarci… Noi siamo, di fondo, “qualitativamente altro”! Noi veniamo da Dio… quindi nessun bene materiale potrà colmare la nostra nostalgia di Dio. Solo da Lui ci può venire la felicità.

In questo errore il tale della folla chiama a giudicare Gesù: non ha imparato a vivere e allora recita la vita, vuole un palcoscenico e un pubblico che lo tuteli meglio dietro l’accumulo dei beni, una situazione che gli fa indossare la maschera della “giustizia” nel teatro della vita. Non incontra né se stesso né l’altro…

Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”.

E’ un progetto assennato, questo. La nostra società, le nostre convenzioni definiscono “normale” colui  che investe denaro per accumulare sempre più, per avere successo, per riuscire, per “acquisire”… Ma c’è un particolare: il tale in questione manca di intelligenza; infatti perde di vista il fatto che non è lui il padrone di se stesso! Lui non ha l’ultima parola sulla propria vita. Fin qui ci dovrebbe arrivare anche un non cristiano, qualunque uomo, e sarebbe già tanto.

Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Se uno ragiona radicalmente secondo Dio, oggi viene definito pazzo; gliel’hanno detto anche a Gesù, anzi, i suoi stessi discepoli lo andavano a prendere perché dicevano: «È impazzito » (Mc 3,21) perché realmente richiamava una realtà definitiva, ultima, cioè l’appartenenza dell’uomo al mondo di Dio. Non pensiamo forse così anche noi quando riteniamo che il bene che possiamo fare dipende solo dalle nostre capacità, dalla sicurezza patrimoniale? A pensare diversamente saremmo definiti pazzi.

In questo momento di profonda crisi economica emerge ancora più forte la nostra radicale insicurezza, la nostra povertà, la nostra incapacità di individuare l’essenziale. Quale risposta a questo disagio sociale ed esistenziale? Dovremmo costruire  una nuova società basata anzitutto sullo stupore di essere figli di Dio, di essere capaci di sognare, investire, guardare lontano, un po’ come i nostri fondatori che, animati dallo Spirito, hanno contagiato e osato.

Una  società impostata sulla libertà stupenda che viene dall’essere figli di Dio, dove i primi saranno gli ultimi e dove gli ultimi saranno i primi perché coloro che erano ultimi per primi hanno capito il dono di Dio!

Suor Anna Monia Alfieri
Presidente Federazione Istituti di Attività Educative

www.fidaelombardia.it