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Il cuore della legge è il cuore

febbraio 12th, 2014

Domenica VI T.O./A                     16 febbraio 2014

Sir 15,15-20; Sal 118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

In questa VI domenica, siamo invitati a rimanere ai piedi del Maestro per rivedere sotto una nuova luce le Dieci Parole, consegnate a Mosè sul monte Sinai. E Lui parla come nessun altro Rabbì, perché non dice più “sta scritto” o “il Signore ha detto”, ma: “Io vi dico”! Al Popolo del Dio di Abramo, ma anche a noi, è chiesto di andare oltre la lettera dei Comandamenti antichi, per scoprirne il cuore e il Vento nuovo dello Spirito, che in essi vive e di cui il Figlio, per chi lo accoglie, ne è l’Interprete unico. In Lui, Parola di Dio fatta carne, si riassumono tutte le Dieci Parole della Legge data ai Padri.

Nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide, siamo invitati a purificare la nostra idea di comandamento. La Parola di Dio oggi ci dice “Se vuoi osservare i Suoi comandamenti, essi ti custodiranno” quindi ci viene detto che il Dono della Legge ci è consegnato, in quanto persone capaci di scelte libere, per costruire una vita Buona e Degna di essere vissuta, e non una serie di prove da superare per acquistare meriti davanti a Dio o per conquistare un pezzo di cielo. Sono Dieci Parole donate dal Dio che ci Ama e vuole il nostro Bene qui ed ora, ed è un Bene che ci considera non come individui isolati, ma come capaci di costruire e di vivere grazie alla comunione con gli altri. È questo che sta a cuore anche a Gesù, che è venuto a dare pienezza alle Dieci Parole date sul monte Sinai. Rispetto alla tentazione di considerare Gesù e le Beatitudini come un’alternativa ai Comandamenti antichi, la pericope di oggi ci dice che la Nuova Legge delle Beatitudini, che è la vita stessa di Gesù, è il frutto maturo dell’Antica Legge: ne è il suo compimento. Per cui, chi segue ed insegna ad osservare anche il più piccolo degli insegnamenti delle Dieci Parole e delle Leggi minori ad esse collegate, sarà grande nel Regno dei cieli. Come si vede, Dio non si smentisce: il criterio di grandezza per Lui non è legato a quanto intelligente o autonoma sia una persona, bensì alla sua capacità di fidarsi e di obbedire alla Volontà di Dio espressa nei comandamenti – con la delicatezza e la meticolosità dei particolari che è tipica di chi agisce per amore  e non per servilismo.

Se ci addentriamo nel testo ci accorgiamo che le 4 leggi a cui Gesù sembra anteporne altre, riguardano il rapporto con gli altri e quindi hanno alla base il Comandamento Unico dell’amore, vissuto nella comunità e nella famiglia così come l’ha voluta Dio. Se facciamo memoria, anche al ricco, che chiedeva come entrare nel Regno dei cieli, Gesù addita prima i comandamenti riguardanti la relazione con i fratelli, quasi a lasciarci intuire fino a che punto Dio ha voluto legarsi alla nostra umanità. Nel capitolo 5 del vangelo secondo Matteo potremmo dire che c’è la carta d’identità del Cristiano in rapporto con gli altri, mentre nel sesto, ambientato sempre sul monte, Gesù indica come deve essere la nostra relazione con Dio. Le 4 antitesi sviluppate sotto vari aspetti, mirano a cogliere il male alla sua radice, che Gesù ci mostra essere nel cuore dell’uomo, luogo che per l’ebreo era la sede di tutte le decisioni e scelte essenziali della vita. Allora l’omicidio è preparato dall’odio che si annida nel cuore e “sta accovacciato alla nostra porta” (come si dice in Genesi 4,6 quando si parla di Caino che cova in cuore l’odio per suo fratello), ma anche l’insulto (stupido, pazzo) sono considerati la porta per l’eliminazione del fratello, ed effettivamente la parola può uccidere la persona nella sua dignità più che l’eliminazione fisica in sé. Non a caso Papa Francesco più volte è ritornato sul tema della mormorazione e della critica come mali da combattere perché minano la costruzione della fraternità. Unica soluzione a questo tipo di male è la riconciliazione, che è vista addirittura come parte integrante e indispensabile per poter mettersi in relazione con Dio: “se… ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’altare, va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono”.

Similmente a quanto poi dirà san Paolo in Ef 4,26-27.31-32 “Non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” Gesù, invita a cercare subito la via della riconciliazione e del dialogo, per non lasciare che il rancore si radichi in noi. Dopo aver messo in luce il quinto comandamento, il Maestro continua con il sesto, che riguarda il divieto di compiere adulterio e, anche in questo caso, fa comprendere come per ferire l’unità degli sposi basti il desiderio di commettere adulterio, perché nella concretezza del quotidiano, esso è la porta aperta sul tradimento dell’amore. Le ultime due antitesi riguardano:

una norma circa il divorzio, che il marito poteva chiedere, che era stata introdotta da Mosè e sulla quale, al tempo di Gesù, vi erano due correnti di pensiero circa l’applicazione della stessa: una più lassista e una più rigida, per cui le motivazioni del marito dovevano essere abbastanza gravi perché gli si concedesse di dare il libello di ripudio. In questo caso la posizione di Gesù mira ad orientare la scelta in base alla primigenia volontà di Dio circa l’uomo e la donna, secondo la quale essi divenivano una sola carne; per cui il divorzio non era lecito se non nel caso che la donna in questione fosse una concubina;

e una norma circa il giuramento, quando si è chiamati a dare la propria testimonianza. Normalmente si chiamava Dio a garante dei giuramenti e purtroppo anche quando si trattava di coprire delle menzogne (si pensi ai testimoni falsi chiamati per il processo di condanna di Gesù, avvenuto nel Sinedrio). Gesù invita i suoi discepoli ed essere limpidi e sinceri nelle loro relazioni con gli altri, sì da eliminare qualsiasi tipo di giuramento.

Come si vede, oggi il Padre, ci invita a porre Gesù, che è via, verità e vita, come Colui a cui guardare per essere persone capaci di intessere relazioni autentiche, capaci di fedeltà e di amore sincero nei confronti degli altri, a partire da chi ci è più prossimo e quindi ancor di più nell’ambito del rapporto di coppia; ma questo è vero anche nelle relazioni in Comunità, perché in fondo è tradimento dell’altro anche una relazione fraterna che seleziona le persone e di fatto elimina coloro che decidiamo di escludere perché “non fatti a nostra immagine e somiglianza”.

Questo brano ci invita anche a purificare il nostro modo di considerare i comandamenti e le normative che regolano le nostre relazioni e anche il nostro essere membri di una ben precisa Comunità e cittadini inseriti in una società che si da delle leggi. In relazione alle regole abbiamo il dovere, come Cristiani, di andare al cuore di esse per osservarle “come esseri liberi sotto la Grazia e non come schiavi sotto la legge” (cfr. Regole di Sant’Agostino), e di conseguenza anche in modo critico, quando queste andassero, come purtroppo avviene, contro il Bene stesso dell’uomo, anche e soprattutto il più indifeso e senza voce, e quando queste norme mirano a vedere il benessere dell’individuo nella sua autorealizzazione, senza tener conto che l’Uomo per essere tale ha bisogno di trovare compimento nella relazione con l’altro /Altro.

San Paolo nella Lettera ai Corinzi continua il suo percorso di esaltazione della sapienza di Dio, che lui contempla in Cristo e nell’assurdità del Dio che sceglie la carne umana fragile e mortale e l’obbrobrio della morte di Croce per manifestare la sua Divinità. Se ci apriamo allo Spirito, il nostro parlare e il nostro operare devono potersi specchiare in questa Sapienza divina che fa scoprire in ciò che è infimo e disprezzato dai potenti della terra il segreto della vera ricchezza. Per scoprire il Dono immenso che Dio ci ha fatto rivelandoci la profondità del suo intimo mi pare bello concludere con uno stralcio del Messaggio del Papa per la prossima quaresima: “La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno,a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito” (cfr Rm 8,29).

sr Maria Grazia Neglia
Figlie di S. Giuseppe del Caburlotto