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Due apostoli per noi

giugno 25th, 2014

SANTI PIETRO E PAOLO               29 giugno 2014

At 12,1-11; Sal 33; 2Tim 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?
La festa dei Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, ha la priorità sulla domenica 13a del T.O.

“La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo? E’ la domanda che Gesù rivolge ai suoi discepoli. A Gesù interessa ciò che pensa la gente. Non può procedere senza sentire anche la gente. Non si tratta di un sondaggio interessato. Si tratta di un voler partire dalla storia, di capire a che punto è la gente alla quale parla, che cosa ha capito di Gesù. Si rivolge poi in particolare ai discepoli che sono con lui: “ma voi chi dite chi io sia?”.La realtà della gente, la storia è punto di partenza per annunciare il Vangelo, il messaggio di Gesù; ma è importante anche ciò che pensano i discepoli, chiamati a continuare la missione. Ecco allora la risposta di Pietro, che non è di Pietro, ma del Padre che gliel’ha rivelata: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio” e gli merita una promessa: “su di te edificherò la mia Chiesa”.

“Il Signore non sceglie persone capaci, sceglie le persone e le fa capaci” (una mamma coraggio).

E’ il caso dei due santi che oggi celebriamo: Pietro semplice pescatore, contento del suo lavoro e della sua vita. Forse senza sogni di grandezza, o semplicemente di crescita. Il Signore lo sceglie e lo fa il  continuatore della missione di Gesù. Agli occhi umani è un incapace, e persino traditore, ma traditore che si lascia perdonare, e Gesù lo rende capace della missione che gli affida.
Paolo, colto, sicuro del suo sapere e insofferente di altre dottrine, contrario ai “discepoli del Signore”, fino al punto di “infuriare contro di loro, entrare nelle case, prendere uomini e donne e farli mettere in prigione” (At 8,3). Il Signore lo coglie sulla via di Damasco, lo chiama, lo sconvolge, gli fa cambiare indirizzo, mentalità, lavoro, atteggiamento: “Gesù Cristo ha voluto mostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità” (1Tim 1,16).
Tre caratteristiche accomunano i due uomini divenuti colonne della fede e della Chiesa: la disponibilità, la capacità di cambiare e l’ansia di darsi, di donarsi.
Disponibilità: sia Pietro che Paolo, anche se in modo diverso, da incapaci diventano capaci. Per Pietro il processo esige tempo. Tempo di dubbi e tentennamenti. Tempo di manifestazioni irruenti di fede e tempo di tradimento. Alla fine, sommerso da esperienze forti, forse prima fra tutte quella del perdono e della misericordia, Pietro si lascia fare. Per Paolo, invece, il cambiamento è quasi immediato.
Capacità di cambiare: non deve essere stato facile per Pietro, lasciare le reti, la tranquillità del suo lavoro, per assumere e compiere una missione più grande di lui. Si butta, assume il suo compito, e diventa pietra sulla quale si fonda la Chiesa. Per Paolo il cambio è anche più difficile. Gli viene richiesto un capovolgimento totale di mentalità: assumere la dottrina stessa che combatteva, testimoniare il Gesù che ripudiava. Senza esitare, passa da persecutore a “servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il Vangelo” (Rm 1,1). Sia Paolo che Pietro collaborano con la grazia. E la grazia li fa capaci della missione alla quale sono stati chiamati, fino al martirio.
Ansia di darsi: sia la disponibilità che la capacità di cambiare non sono autoreferenziali per i due apostoli. Sono per gli altri, sono per darsi, sono per trasmettere a tutti la Buona Notizia.
La capacità di cambio è la sfida più urgente oggi. In una società che vive una trasformazione epocale inedita, la vita religiosa non può continuare a vivere secondo schemi di altri tempi e non più significativi per la gente di oggi. E’ necessario un cambio radicale: Ripartire da Cristo, ci ha scritto san Giovanni Paolo II. Nei nostri cuori freme il desiderio di tornare al Vangelo, di tornare a uno stile di vita povero, a una testimonianza significativa. Sembrerebbe, però, che tutte lo desideriamo, ma non troviamo come. Forse la risposta a questa sfida così attuale la troviamo nel documento di Aparecida: è necessario dare intensità alla preghiera, alla vita comunitaria e alla missione, però è anche necessario mirare al cambio necessario per capire e vivere il senso della VC nell’attuale cambio di epoca (DA 44).

Sr Teresita Conti fsp