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Che cosa dobbiamo fare?

dicembre 9th, 2015

III Domenica di Avvento – Anno C                                                                      13 dicembre 2015
Lc 3, 10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate  e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

La sottoscritta che scrive s’interroga spesso sulla qualità delle parole che dice. Si chiede da quale radice esse prendano forma, quale sia il nutrimento che le alimenta, se diano sincera voce a quella splendida visione, nella storia di ogni giorno, di un mondo abitato dalla salvezza (cfr. Lc 3,4-6). Quelle di Giovanni, sicuramente, sono state parole efficaci. Un annuncio asciutto e diretto. Sferzante e duro anche, soprattutto verso chi, per eventuali e presunte sicurezze di parte, si mette al di sopra degli altri, al riparo – per diritto acquisito – dal concreto lavoro della conversione. Nessuno è esentato (cfr. Lc 3,7-9). Perché non c’è parola di vita, non c’è incontro possibile se non si parte da questa premessa di solidarietà comune nel bisogno.

Ma chi scrive, si chiede anche della qualità del suo ascolto. Non è sufficiente, infatti, essere voce e non basta la sola suggestione per quel mondo rinnovato che è il vangelo. Gli ascoltatori di Giovanni sentono che è necessario un cambiamento: «Che cosa dobbiamo fare?». È un atto di umiltà e responsabilità chiedere che cosa si debba fare. Umiltà perché il domandare è espressione di quella consapevole insufficienza che tiene viva la dinamica della scoperta e dell’incontro. Responsabilità perché – una volta ottenuta la risposta – non si hanno più scuse. Quel che si deve fare è circostanziato, adeguato alle proprie possibilità e situazioni. Non si tratta di cambiare il mondo, ma di cambiare se stessi, in se stessi trasformare di volta in volta la visione in scelte di reale condivisione, solidarietà e vero rispetto per le vite degli altri.

Giovanni non è il Messia (che tentazione… Con un popolo in attesa, gli sarebbe bastato pochissimo per accendere gli entusiasmi e dirigere l’attenzione di tutte quelle persone su di lui…), ma non si potrà riconoscere e accogliere nessun salvatore se non ci si converte al suo stile. Le folle sono andate da Giovanni per imparare questo stile. Ci sono anche i pubblicani e i soldati. Sono in tanti, ma non ci sono tutti. Mancano sacerdoti, scribi e farisei. Assenza di peso, se si pensa che altrove, costoro parlano e agiscono da protagonisti. Ma qui, ad ascoltare Giovanni e a farsi battezzare da lui non sono andati. Nessuna buona notizia per chi non è disposto a mettersi in discussione.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com