Search:

Preparate la via del Signore

dicembre 2nd, 2015

II Domenica di Avvento – Anno C                                                           6 dicembre 2015

Lc 3,1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione
per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

I grandi nomi dominano su questo e su quello, stabiliscono confini e aree di controllo, che si tratti di regioni della terra o dello spirito. Sono persone importanti, prendono decisioni importanti e il destino di molti è nelle loro mani. Eppure, dentro questa stessa storia c’è un potere sovrano capace di rimodellare davvero la geografia del mondo. A dargli voce è Giovanni, nel deserto. Lui, figlio di un grembo sterile, è il testimone di quella Parola sovrana che è annuncio di vita. È qui, letteralmente, che comincia il «vangelo», nell’esperienza di una fecondità possibile là dove chiunque altro non vede che vuoto e desolazione (cfr. Gen 1,2-3). Si tratta di un motivo «originario», ricorrente nella storia biblica e ripreso da tutti che hanno nutrito la fiducia di coloro il cui futuro sembrava sbarrato da impedimenti insormontabili.
La storia della salvezza non è un’altra storia, è intrecciata negli avvenimenti del mondo e l’Avvento è credere e riconoscere la forza benedicente e vivificante di questa Parola per consentirle di agire nelle zone morte. Giovanni, da vero profeta, vede quel che è possibile realizzare: la trasformazione di un paesaggio aspro, impervio e segnato da ostacoli che dividono e separano in un terreno di incontro.
È un reale cambiamento di prospettiva, una vera conversione: che si tratti di burroni, di pareti impossibili da scalare o di monti che isolano, la Parola di Dio è sempre «creazione» che apre vie di speranza e comunicazione.
Qualunque sia la strada da cui si proviene, è possibile camminare insieme. Questo è il potere che cambia il mondo.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

La vostra liberazione è vicina

dicembre 2nd, 2015

I Domenica di Avvento – Anno C                                          29 novembre 2015

Lc 21, 25-38.34-36
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Ci sono crisi così radicali che mostrano come tutto quello che si pensava eterno, immutabile, vero, sacro si rivela fragile e perituro: nemmeno sulla solidità delle pietre si può fare affidamento (cfr. Lc 21,5-6). Quando anche il sole, la luna, le stelle – fissate al firmamento per illuminare, separare, distinguere e regolare con la loro costanza la vita della terra (cfr. Gen 1,14-18) – sono sconvolte, non restano che angoscia e ansia e paura per l’attesa di ciò che dovrà accadere. L’Avvento comincia così, perché il tempo dell’attesa, quando non si sa che cosa ci si debba aspettare, può anche essere questo: una preoccupazione opprimente che toglie il respiro e non fa vivere. Ma così comincia l’Avvento, perché proprio in quelle stesse ore di disperazione è possibile scrollarsi di dosso il peso schiacciante della paura e rialzare la testa. Il discepolo di Gesù sa che cosa aspettare. Non ha senso agitarsi e preoccuparsi: quando accadrà? Quale sarà il segno? (cfr. Lc 20,7). Ora accade e il segno è Gesù che nel paradosso della sua debolezza distrugge la radice di ogni oppressione. L’orizzonte del tempo cristiano è un «oggi» di salvezza. E salvezza è sapere che non si è soli, che il Signore della storia è all’opera. Tutto può anche essere nella confusione e nell’incertezza, ma chi vede e vive la venuta potente di quel regno piccolo come un seme ma la cui efficacia è inarrestabile, è stabile alla presenza di Gesù, ogni giorno. E per questo, anche nel tempo dell’inquietudine e dell’angoscia, è possibile vedere «vicini» i segni della liberazione e perciò vivere e aiutare a vivere senza perdere la fiducia. Ma questo vedere nella nube il Figlio dell’uomo è sottoposto a un duro lavoro e impegno. Il monito è fermo e deciso: vigilanza e preghiera, stile di vita sobrio, orientato all’essenziale e soprattutto alla manutenzione di un cuore sensibile. Perché la speranza trova posto nel cuore di chi ama. La speranza cresce nel cuore di chi si sente amato. L’annuncio cristiano è sempre annuncio di salvezza, e soprattutto in tempi oscuri e paurosi, il Signore invita a essere, come lui nella nube, operatori di quella liberazione che restituisce dignità e vita agli uomini e ai popoli sconvolti.

Silvia Zanconato
silvizanco@gmail.com

Sei tu il Re dei Giudei?

novembre 19th, 2015

XXXIVᵃ domenica per annum B                                                        22 novembre 2015
Solennità di Cristo Re dell’universo                                                                   

Vangelo di Giovanni cap. 18, 33b – 37

Gesù, è stato consegnato nelle mani di coloro che gestendo la giustizia sociale, devono ora pronunciare la sentenza su di lui e deciderne la sorte.

Il vangelo di Giovanni che racconta un momento particolare di tale giudizio, ci fa percepire chiaramente quanto è limitata la mente umana nel cogliere la verità e quanto sono lontani i pensieri di coloro che governano la terra da quelli di Colui che oggi ci dice: “il mio Regno non è di questo mondo”.

I poteri terreni entrano spesso in conflitto, generano lotte, guerre ed eliminazione dei più deboli perché la brama di dominio porta sempre a decisioni malvagie, sia nei grandi come nei piccoli affari quotidiani. Lo abbiamo tristemente constatato e sofferto anche in questo ultimo scorcio di storia umana.

Gesù dichiara esplicitamente: “ Se il mio Regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perchè non fossi consegnato”.  Gesù, nella sua vicenda umana, mai è sceso a compromessi con la logica del potere umano; la sua è sempre stata, e qui lo conferma solennemente, una logica di libertà fino al punto da lasciarsi consegnare ad una logica infame ed essere ucciso ingiustamente  per dichiarare al mondo e lungo tutti i secoli della storia e dell’eternità che  lui è  il vero Re , un re che non scenderà neppure dalla croce  perché per questo è stato inviato nel mondo, per dire a tutti la verità dell’amore del Padre suo per l’umanità.

La liturgia di oggi, conclude l’anno liturgico e confessa che Gesù è il Re dell’universo; è Lui che ci ha amati  e  ci ha liberati dal peccato nel suo sangue; Lui ha fatto di noi tutti il suo Regno.

Una grande luce avvolge la chiesa ancora pellegrina nel mondo ed una grande speranza rinasce nel cuore attraversato da grandi tribolazioni: “ Il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai; il suo regno non  sarà mai distrutto”.   “Tu lo dici: Io sono Re”.

sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Gesù è giunto a Gerusalemme

novembre 12th, 2015

XXXIIIᵃ domenica per annum B                                         15 novembre 2015

Vangelo di Marco cap. 13, 24 – 32

Domenica scorsa, al tempio, abbiamo appreso una lezione  molto importante se, insieme a Lui ci siamo soffermati ad osservare  e a riflettere  sull’offerta che la povera vedova deponeva nel tesoro.  Il vero discepolo è colui che è disponibile a dare tutto con gratuità.

Oggi  incontriamo Gesù ancora a Gerusalemme, accanto al tempio.  Gerusalemme è la meta del suo viaggio d’amore sulla terra. Con il capitolo 14, Marco inizierà il racconto della passione e della morte di Gesù.

Qui, dinanzi al simbolo della gloria e della potenza di Gerusalemme,  il Maestro ha ancora qualcosa da dire ai suoi discepoli per spiegare loro che cosa significa dare tutto nella gratuità e per prepararli a percorrere con Lui la via della croce che è salvezza, che è l’unica vera ricchezza. Dello sfarzo del tempio di Gerusalemme non rimarrà che pietra su pietra.

Che cosa sceglierà il discepolo? 

E’ spaventoso ciò che dovrà affrontare Gesù fra poco, e lo sarà anche per i suoi discepoli, lo sarà per chiunque ha deciso di camminare sulle sue orme. C’è sempre il maligno sulla strada del giusto che tenterà, ma invano, di distruggere l’opera di Dio.  I discepoli si spaventano e sentono il bisogno di chiedere a Gesù di far loro conoscere quando accadranno quelle cose spaventose.

Gesù rassicura i suoi confermando che lo Spirito Santo presente in loro li difenderà e parlerà al loro posto; sarà lui il loro difensore in ogni cosa.

Già da ora l’evangelista lascia intravedere che la morte non sarà l’ultima parola per Gesù e neppure per i suoi discepoli no, perché dopo la grande tribolazione  il Figlio dell’uomo riapparirà con grande potenza e gloria. I discepoli ancora una volta non possono comprendere le parole di Gesù ed è molto comprensibile la loro paura, la confusione, lo sbigottimento.

C’è ancora una affermazione di Gesù che conforta e rassicura e diviene fondamento della speranza e della gioia cristiana anche in mezzo alle tribolazioni: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Tutte le parole che Gesù ci ha regalato lungo tutto il suo vangelo non passeranno perché sono parole di vita eterna. Pietro, in quel faticoso momento di fede lo aveva già affermato!

Oggi dunque, anche a noi basta sapere con certezza che “il giorno del Signore” verrà, ed è per questo che vogliamo rinnovare la nostra fede nelle parole del Signore e affidarci senza timore al Padre. Questo atteggiamento di veglia ci consente di scorgere tra gli avvenimenti piccoli o grandi della nostra vita personale, della vita della Chiesa e di quella del mondo, le continue venute di Gesù che ci chiama a seguirlo  giorno dopo giorno. 

 sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Ha donato tutto quanto aveva per vivere

novembre 5th, 2015

XXXIIᵃ domenica per annum B                                               8 novembre 2015

Vangelo di Marco cap.12,38 – 44

Marco, nel brano di questa domenica ci regala una perla dell’insegnamento di Gesù ai suoi discepoli. Ci stiamo ormai avviando alla conclusione dell’anno liturgico; abbiamo camminato anche noi insieme a Gesù che, di domenica in domenica, a volte soavemente altre energicamente, ha cercato di introdurci, con i suoi discepoli, nelle profondità del mistero d’amore del Padre incarnato nella Sua persona. è stato un cammino meraviglioso  lungo il quale , a volte ci siamo scoperti  farisei-ipocriti, a volte discepoli ottusi e timorosi, altre volte baldanzosi, superficiali e pretenziosi, altre ancora arrivisti dalla dura cervice , comunque sempre attenti ad ascoltare la sua Parola nonostante l’incapacità di intenderla, di accoglierla e di metterla in pratica.

La presenza di Gesù nella vita dei discepoli è come una fresca goccia di rugiada che, appoggiandosi sul lembo di terra che è la loro umanità, la fa tutta  rinverdire e brillare al sole della vita nuova.

Così è per noi. La sua Parola discendendo poco a poco nel nostro cuore lo ha imbevuto di vangelo.  Ora sta a noi custodirla perché possa rivivere nei nostri gesti, nelle nostre parole, nelle nostre scelte quotidiane.

In questa domenica il nostro cuore è scaldato dall’esempio della povera vedova che, con cuore affidato, dona la sua parte di contributo per il tempio, la casa di Dio  perché possa continuare a risplendere di grande luce. La donna dà pochissimo: due spiccioli, ma è tutto quanto possiede.

Il suo è un grande gesto che rivela la qualità del suo animo, della sua vita: Dio è al di sopra di tutto, anche della sua stessa sopravvivenza!

Quando hai deciso che Dio è tutto, divieni capace di donare tutto. Donando tutto manifesti che la tua vita è una vita affidata. La tua preoccupazione infatti non sarà più il “conservare”, ma il “donare/donarti”. Lo sguardo di Gesù è là; Egli osserva scribi,  farisei e molta gente ricca che mette molto denaro nel tesoro e vede anche una donna povera che lascia cadere dalle sue mani solamente due spiccioli. Ogni volta che lo sguardo amante di Gesù  si posa sulle azioni umane queste ne ricevono la giusta interpretazione.

Donare, dopo esserci messi al sicuro con la garanzia che niente più ci manca, significa dare del superfluo, e il superfluo è ciò che non ha più il gusto delle cose che valgono. 

Donare il poco che hai perché ne vale la pena significa dare molto perché è qualcosa che ti appartiene e sai che rinunciandovi potrebbe costarti un caro prezzo, ma doni e ti fai dono.

Gesù si schiera dalla parte della vedova povera, della vedova di Sarepta di Sidone, di Abramo sul monte Oreb, di Maria e Giuseppe quando presentano Gesù al tempio, dalla parte di chi dà tutto quello che ha, non importa se è poco.

E noi, i nostri Istituti religiosi, le nostre parrocchie, la nostra chiesa… quanto stiamo mettendo nel tesoro del tempio?

sr. M. Viviana Ballarin o.p.

Beati….

ottobre 29th, 2015

XXXI domenica per Annum B                                             1 novembre 2015

Vangelo di cap. 5, 1-12

Matteo scrive il suo vangelo per  la comunità di quei giudei che  hanno riconosciuto ed accettato Gesù il Messia atteso, ma  con alcune resistenze e condizioni. Lo vogliono  profeta sulla scia di Mosè e di Elia. Cosa vuol dire? Che sia un osservante della legge. Matteo invece vuol far comprendere che Gesù è superiore a Mosè e a tutti i profeti. Gesù, colui che è venuto a proporre e a realizzare un’ alleanza nuova  di Dio con il suo popolo, un’ alleanza non effimera ma perenne e indistruttibile, sale sul monte ; il monte delle beatitudini e poi sul monte dove sorge Gerusalemme, luogo della sua morte , luogo in cui si sigillerà l’eterna alleanza non fatta di leggi, ma di una relazione nuova con Dio, relazione di fede e di amore.

In questa relazione si capovolge tutto: infatti,  non conta tanto ciò che l’uomo fa nei confronti di Dio, (opere della legge) ma conta l’accoglienza di ciò che Dio fa per l’uomo.

Il rapporto dell’uomo con Dio non è basato tanto sull’obbedienza alla legge di Dio, ma sulla accoglienza e sulla somiglianza del suo amore. E’ importante tener presente questo perchè nel giudaismo il vero credente era colui che osservava la legge. Chi non osservava la legge per qualsiasi motivo, era discriminato.

 Gesù è venuto a sconvolgere questa mentalità. Gesù è venuto a dirci che il vero credente è colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo.

Con Gesù finisce la categoria del merito, l’amore di Dio non si merita, l’amore di Dio lo si accoglie come dono gratuito. Questa è la novità portata da Gesù.

Gesù, vedendo le folle  sale sul monte e pronuncia le beatitudini.

L’osservanza della legge garantiva lunga vita terrena, l’accoglienza delle beatitudini garantisce già da questa terra una qualità di vita che è indistruttibile.

Gesù inoltre quando parla di vita eterna non parla di una vita che  sarà un premio nel futuro come nel mondo giudaico, ma ne parla sempre al presente.

La vita eterna per Gesù non è un premio nel futuro, ma una possibilità da sperimentare ora.

Chi accoglie il messaggio di Gesù fin da ora fa esperienza di quella libertà, di quella pace e di quell’amore per il quale è portato dentro una dimensione di vita che è quella definitiva.

Infine: mentre la legge (i comandamenti) è per il popolo di Israele, per un singolo popolo dunque, le beatitudini sono per tutta l’umanità, tutti possono accogliere e vivere questo messaggio.

Beati….è la parola che ridonda in questo brano evangelico.

Lette in chiave di vita spirituale, le beatitudini sono una meravigliosa radiografia della santità cristiana; presentano la sostanza della  vita cristiana. Beatitudine vuol, dire felicità, pienezza, contentezza. La parola greca che è soggiacente alla parola “beato” significa uno che sa stare al posto giusto, nel tempo giusto, che sa entrare nelle opportunità. Questa è una chiave molto importante per capire il cristianesimo un po’ globalmente. Un cristiano prima di tutto è un uomo felice, è una donna felice, è una persona che va al centro, al bersaglio dell’esistenza, che sa vivere secondo una qualità di vita che è quella più alta, la vita divina, la vita da figli di Dio. Per entrare in questa vita c’è da sfruttare l’occasione, la porta che la provvidenza apre.

Le beatitudini pronunciate da Gesù sono occasioni aperte ad ogni persona; in queste beatitudini si manifesta la grazia dello Spirito Santo che entrando in condizioni dalle quali noi scapperemo, come situazioni di fame, di pianto, di persecuzione ecc…diventano nelle mani di Dio la nostra forza, sono valorizzazioni di situazioni che sembrano disgraziate e che non ci dovrebbero capitare e che invece diventano la nostra sorte meravigliosa.

Per capire e accogliere la nuova legge di Gesù delle beatitudini occorre essere aperti allo Spirito, solo si capiscono se si ha il cuore aperto, si capiscono dalla consolazione dello Spirito Santo. Non si possono capire con l’intelligenza umana soltanto.

sr. M. Viviana Ballarin
o.p.

FIGLIO DI DAVIDE, GESÙ, ABBI PIETÀ DI ME!

ottobre 21st, 2015

XXX Domenica per Annum  B                                                                25 ottobre 2015

Vangelo di Marco cap.10, 46 – 52

Oggi il Vangelo ci parla della preghiera che squarcia il cuore del Padre. Lo fa raccontandoci la storia di un cieco, povero. Oltre a non vederci quest’uomo, che l’evangelista identifica con nome e cognome, è costretto a mendicare seduto lungo la strada.

Bartimèo, figlio di Timéo  affoga in due gravi difficoltà: la cecità e la povertà, ma ciò che appesantisce maggiormente la sua esistenza è il fatto che, lungo la strada della sua misera vita, se ne sta seduto, elemosinando la sua sussistenza dagli altri. E’ proprio questo stato che lo rende di giorno in giorno più cieco e più povero, inerte, sulla strada della vita.  Proprio su quella strada però, un giorno passa Gesù e l’uomo inizia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”

Un cambiamento repentino! Da dove può uscire, con tanta forza un grido così potente, da stizzire molti ma, da far fermare il passo di Gesù e attirare la sua attenzione?

Gesù si fermò e disse: “chiamatelo!”.

In realtà lo sguardo d’amore di Gesù, che sempre precede, si era già posato su di lui  perché solo  la dolcezza forte di quello sguardo può aver suscitato nel cuore di quel cieco povero, una invocazione così bella. “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.

Gesù si ferma, lo vuole vicino e gli chiede di manifestare il vero desiderio che lo abita, desiderio forse assopito, schiacciato dalla durezza della vita e dalle ferite che lungo la strada lo hanno reso cieco.

“Che io veda di nuovo!”. Di fronte ad un tale affidamento  Gesù non resiste e come per la donna emorroissa esplode in un grido di gioia: la tua fede ti ha salvato! Ora và.

E la luce che avvolge di nuovo la vita di Bartimeo ora gli permette di vedere quale è la strada da percorrere: la strada della sequela. “Lo seguiva lungo la strada”

Che il grido di Bartimeo diventi anche la nostra preghiera e, ci renda pellegrini gioiosi sulla strada del vangelo.

sr. M. Viviana Ballarin o.p.

MAESTRO, VOGLIAMO CHE TU FACCIA PER NOI QUELLO CHE TI CHIEDEREMO

ottobre 14th, 2015

XXX domenica per annum B                                                18 ottobre 2015

Vangelo di Marco cap. 10, 35 – 45

I farisei mettono alla prova Gesù, il giovane ricco sorpreso dal Suo sguardo d’amore se ne va rattristato ed oggi, con  i figli di Zebedeo siamo punto e a capo.

L’opera educativa di Gesù nei confronti dei suoi discepoli si fa di giorno in giorno più ardua.

Anche questi, come gli altri, non riescono ad entrare nella logica del Maestro che, tuttavia, hanno deciso di  seguire.

Addirittura, il tono della richiesta di Giacomo e di Giovanni è alquanto imperativo, rivelatore quindi di un sentire dalla lunghezza d’onda  molto lontana da quella del “Figlio dell’uomo” venuto per dare la sua vita e per offrirla a vantaggio di molti.

Sulla scia delle rimostranze di Pietro: “ ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito…”, questi due discepoli rivendicano dei diritti, mercanteggiano baldanzosamente un rapporto che dovrebbe essere di amore gratuito, risposta ad un amore senza limiti che già hanno ricevuto e che, abitando col Maestro, avrebbero già dovuto sperimentare. Ma forse l’inghippo è proprio qui. Non possono vivere il cuore di un rapporto umano autentico perché non si arrendono alla gratuità che il Maestro offre e propone a loro. Ancora una volta Gesù, che sopporta pazientemente di interfacciarsi con la mediocrità superficiale, permette ai due di rivelarsi quali sono e li recupera prima che vadano alla deriva come invece tentano di mandarli i loro compagni altamente indignati.

Gesù rimette a fuoco, per l’ennesima volta la questione: chi mi vuol seguire, non ha bisogno di preoccuparsi di guadagnare prestigio o cariche, ma piuttosto deve occuparsi di una cosa sola veramente necessaria: aderire al progetto di Dio e alla sua volontà.

E, per chi ha voglia di lasciarsi interpellare, Gesù lo precede sempre, aprendo il cammino e indicando la strada: “Anche il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

sr. M. Viviana Ballarin o.p.

VIENI! SEGUIMI

ottobre 7th, 2015

XXVIIIa domenica per annum  B                                                            11 ottobre 2015

Vangelo di Marco cap. 10,17-30

 “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi”.

Gesù annuncia il vangelo del Regno e lo fa instancabilmente: lo annuncia alle folle, agli scribi e dottori della legge, ai farisei, ai discepoli, ai dodici, lo annuncia a singole persone, a Zaccheo, alla samaritana, all’emorroissa, al cieco nato, al paralitico, a me, a te.

Spesso nei vangeli viene detto: Gesù, passando vide…

Oggi, nel dialogo con quel tale Gesù non guarda solamente, ma fissa lo sguardo su di lui, e lo ama.

E’ un momento stupendo per la vita di quell’uomo! Un’occasione unica per fare la scelta della felicità, quella che nessun ladro può rubare e nessuna tignuola può corrodere.

Quando ti trovi di fronte ad uno sguardo che, penetrandoti impregna la tua anima di amore, non puoi rimanere come prima; lo sguardo amante trasforma. Lo sguardo amante fa la verità nella tua vita, ti dice chi sei e rivela te a te stesso. Il coraggio della verità rende liberi e felici.

Marco ci fa comprendere che quell’uomo purtroppo sembra aver perso l’occasione, forse unica della sua vita,  di diventare veramente felice.

Quel tale, convinto di poter entrare nella vita eterna contando sulle proprie forze e per i meriti di tante opere buone compiute, sotto lo sguardo amante di Gesù vede sgonfiarsi la falsa immagine di sé costruita nel tempo. Non basta fare molto e fare bene per seguire Gesù. Chi nutre i suoi giorni di autoreferenzialità non può seguire Gesù. Ed è proprio questo che il Maestro buono, con lo sguardo pieno di amore fa comprendere a quel tale. Come a dire: ti comprendo, conosco quali sono le ricchezze che ti schiavizzano, vedo anche la tua buona volontà e la tua ingenuità bambinesca, ma se vuoi puoi. Esci dunque, apriti, dona, non pensare più a te stesso, pensa agli altri , fa’ della tua vita un dono, liberati da ciò che ti preoccupa e ti intralcia il cammino, scegli di costruire il tuo tesoro in cielo: seguimi!

Sicuramente quando Papa Francesco sogna “una chiesa in uscita”, ha in mente questo dolce e tagliente invito che Gesù rivolge ad ogni cristiano. Quante volte anche su ciascuno di noi Egli ha posato il suo sguardo amante e quante volte fissandoci negli occhi   ci ha detto: va’, vendi, dallo ai poveri e seguimi?

Che risposta gli stiamo dando?

Sr. M. Viviana Ballarin o.p.

L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto

ottobre 2nd, 2015

XXVIIa  Domenica per annum  B                                                                  4 ottobre 2015

Vangelo di Marco: 10, 2-16

I farisei sono la spina nel fianco di Gesù lungo tutto il suo ministero apostolico. Ad ogni pié sospinto essi spuntano fuori e  affrontano il Maestro per “metterlo alla prova” ci dice oggi Marco. 

“Il bastone tra le ruote” sembra essere una componente necessaria là dove c’è un progetto che porta l’impronta divina. Esso appare un ostacolo ma, in realtà si trasforma quasi sempre in un trampolino di lancio. Pensiamo a tanti progetti divini realizzati in creature che hanno percorso sentieri tutt’altro che piani.  

Abramo fu messo alla prova; Giobbe fu messo alla prova, i profeti tutti sono messi alla prova, Gesù costantemente è messo alla prova, la chiesa anche dei nostri giorni è messa alla prova.

La domanda che questa volta i farisei pongono a Gesù è subdola e mal posta, ma lui conosce molto bene la legge di Mosè ed è attento a non cadere nella trappola. Qualsiasi sua risposta, avrebbe offerto ai farisei l’appiglio per accusarlo di affermare qualcosa contro la legge di Mosè; sarebbe stato gravissimo per un ebreo osservante.

Gesù che conosce fino in fondo i pensieri segreti dell’uomo, risponde ponendo loro una domanda: “ Che cosa vi ha ordinato Mosè?” e svela così la durezza del cuore di coloro che gli stanno dinanzi come di quelli del tempo di Mosè. L’invito di Gesù è sempre: andare oltre la legge.

Impresa molto ardua!

Gesù non si stanca di annunciare e di seminare nel cuore dei suoi ascoltatori i germi del vero progetto di Dio sull’uomo e sulla donna, i germi della legge fondamentale e fondante della creazione: “…e i due diventeranno una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.  L’amore per natura è eterno e l’unità che può costruire è così forte e così profonda che per natura è inscindibile.

L’amore vero è comunione perché ha la sua origine nel cuore della Trinità Santa. L’amore coniugale autentico scaturisce da questa sorgente divina, non può assolutamente essere diviso. La divisione è assenza di questo amore.

Ma, chi può comprendere e  vivere un tale amore?

Occorre farsi bambino perché, dice Gesù: “ a chi è come loro appartiene il regno di Dio”.

sr. M. Viviana Ballarin o.p.