E come Mosè innalzò il serpente nel deserto…

mosè1E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

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Il cammino quaresimale è quasi compiuto, e, con esso, ci siamo inoltrati nel Mistero di Cristo, il Figlio di Dio, fatto uomo, morto, e risorto per la nostra salvezza; questo, il cuore di un mistero di amore, del quale Gesù stesso parla come di una ‘necessità’: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, sono le parole del Maestro, così, è necessario che sia innalzato il Figlio dell’uomo…”.

La frase, fa parte del lungo colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo, un fariseo osservante, che faceva parte del sinedrio, quindi, di coloro che, a suo tempo, avrebbero giudicato Gesù; di lui, che sicuramente è una figura storica, parla, solo, Giovanni, l’evangelista attento ai simboli; infatti, Nicodemo, come altri personaggi, è l’icona di quanti sono in ricerca, e si affannano ad uscire dalle tenebre del dubbio, per raggiungere la luce della verità, che non è semplicemente un fatto conoscitivo, ma riguarda tutto il vissuto, fatto di scelte operative: “..chi opera la verità, dice Cristo a Nicodemo, viene alla luce, poiché le sue opere sono state fatte in Dio.”

Nicodemo, andò da Gesù, di notte, precisa il Vangelo; e la notte, in Giovanni, è, spesso, sinonimo di tenebra e di male: Giuda uscì dal cenacolo, mentre era notte; e, alla morte di Gesù, scese la tenebra sulla terra; una tenebra e una notte, che indicano assenza di Dio, lontananza da Lui, o rifiuto di lui, come recita il Prologo del racconto evangelico, rifiuto del Verbo, che è il Figlio di Dio, che si è incarnato per la redenzione di ogni uomo, ma che:” le tenebre non hanno compreso…”(1,5). Nicodemo, dunque, come ogni uomo in ricerca, interroga Gesù, e tra loro si svolge lungo, interessantissimo, dialogo, del quale, oggi, la liturgia della Parola ripropone solo le battute finali, quelle, appunto, che mettono quest’uomo, come ogni altro l’uomo, di fronte allo “ scandalo della croce”, la sfida drammatica, che farà dire a Paolo: “… mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza Dio e sapienza di Dio.” (1Cor 1,22-25).

La croce, centro del Vangelo di oggi, è il segno della sapienza di Dio che ama, segno della potenza dell’infinita misericordia del Padre, pienamente rivelata nel Figlio Gesù: il Redentore dell’uomo.

Ora, Cristo, in questo mirabile dialogo notturno, che parla dell’innalzamento del Figlio di Dio, svela all’anziano membro del sinedrio, il grande mistero dell’amore che salva: “Dio, infatti, sono le sue parole, ha mandato Il Figlio nel mondo, non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui…”, si salvi, con la salvezza che viene dalla croce: il tragico innalzamento del Cristo, che agli occhi degli uomini parve infamia, ma che, nell’economia di Dio, è inizio della Resurrezione, che include gli uomini e l’intera creazione, la quale, come scrive Paolo: “… nutre anch’essa la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella gloria dei figli di Dio…”(Rm 8,20-23).

Noi non sappiamo, perché il Vangelo non ne parla, quale presa abbia avuto il discorso di Gesù, sul cuore di Nicodemo; egli, infatti, scompare dal racconto; ma, le parole di Gesù sono, oggi, rivolte a noi, che, ancora, siamo in cammino, noi, sempre alla ricerca della verità, noi bisognosi di salvezza e di amore, e sono, ancora, parole che parlano di croce e, insieme, di misericordia:“ Dio, infatti, ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito, perché, chiunque crede in lui, non muoia, ma abbia la vita eterna”.

A queste parole del Signore Gesù, fanno da commento quelle dell’apostolo Paolo, che rileggiamo proprio in questa domenica.

“Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così, bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo…”; la croce di Cristo, e la sua morte su essa, egli stesso la definisce: “necessità”; una necessità difficile da comprendere, se riferita all’onnipotenza dell’Altissimo, ma che si fa’ chiara nella logica di quell’amore, del quale Cristo stesso ha detto: “non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici “(Gv 15,13).

La croce di Cristo è, così, il segno dell’amore che salva, e, come tale, esige una resa, una resa fiduciale da parte dell’uomo, che crede nel Figlio di Dio, Gesù di Nazareth; una resa, che è un profondo atto di fede, come quella che fece esclamare al centurione romano, presente sul Calvario: “Veramente costui era il Figlio di Dio!” (Mt 27,54).

“E’ necessario che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”; guardare a Cristo, accoglierne il dono d’amore, credere ed affidarsi a Lui, è via di salvezza, è dono gratuito che, tuttavia, impegna, a vivere come lui ha vissuto, camminando sui suoi passi, e amando come lui ci ha amati.

Amare come Cristo ci ha amato, può sembrare cosa impossibile alla limitatezza umana; ma così non è, perché, proprio lui, il Maestro, ce ne ha insegnato il modo, in quella sera di Pasqua, quando, davanti ai discepoli stupiti, ” si alzò da tavola, come racconta Giovanni, depose il mantello, prese un panno, se ne cinse, e, versata l’acqua in un catino, incominciò a lavare i piedi dei discepoli…” (Gv13,4ss); un gesto, col quale il Signore insegna, concretamente, ai suoi, e a tutti gli uomini, il dovere di “lavarsi i piedi gli uni gli altri” per amore; l’amore, infatti, è servizio, e si piega sul bisogno dei fratelli, secondo il comandamento dell’amore, che il Maestro ci ha lasciato in eredità, in quella sera, in cui si congedò dai suoi, per andare incontro alla passione e morte: una morte per la resurrezione, una morte, che segna per gli uomini la vera Pasqua, di una vita che si fa nuova in Cristo.

La Pasqua, infatti, per l’evangelista Giovanni, è lì, sul Calvario, dove, il Figlio di Dio morente, effonde sul mondo il suo Spirito (Gv 19,30); è lì, dove ogni uomo rinasce, lì dove lo Spirito ci rigenera; perché è lì, davanti al Crocifisso, che si compie la scelta fondamentale della vita: o con Cristo, o contro di Lui, o la luce o le tenebre,

o l’amore o la condanna, quell’autocondanna, alla solitudine amara, di un’esistenza senza Dio, senza verità, senza amore e senza felicità: quella che viene dal Signore crocifisso e risorto, che ci fa’, assieme a lui, figli di Dio.

 sr Maria Giuseppina Pisano o.p.