Il disperato appello dei vescovi del Congo: “La situazione peggiora di ora in ora”

GUERRA1«La situazione sta peggiorando di ora in ora ed evidenzia una recrudescenza del banditismo urbano. Non passa giorno senza che giungano notizie di terrificanti scene di uccisioni, rapimenti in diverse aree del Paese». Sono le parole nette e preoccupate al centro di un accorato appello – l’ennesimo – della Conferenza episcopale congolese (Cenco) rilasciato nella giornata del 24 maggio scorso, al culmine di un nuovo periodo di grossa tensione e nuove instabilità. La Chiesa, divenuta ormai un soggetto pienamente politico, si erge da tempo a difesa della democrazia e dei diritti e insiste sull’applicazione degli Accordi di San Silvestro che, siglati nel dicembre del 2016 grazie alla mediazione dello stesso episcopato, prevedevano l’indizione di elezioni entro il 2017 e indicavano una road map per il ritorno alla normalità di un Paese distrutto da anni di conflitto latente, povertà endemiche e, recentemente, il ritorno di Ebola (anche se il contagio, come afferma l’Oms, sembra essere stato fortunatamente limitato e ridimensionato).

 Da alcuni mesi a questa parte, sono proprio i vescovi e i laici cattolici a rappresentare il problema principale per Kabila la cui dura risposta non si è fatta attendere: dal dicembre scorso soffoca nel sangue le manifestazioni pacifiche organizzate da comitati di fedeli cattolici (cui si sono uniti ultimamente attivisti di altre confessioni e religioni) mentre ha vietato ogni forma di raduno e minacciato di reprimere rigorosamente ogni protesta.

 Al comando da ormai oltre 17 anni, Kabila ha accettato i principi dell’intesa di San Silvestro con riluttanza perché, secondo la Costituzione, non avrebbe potuto ricandidarsi e quindi addotto ogni motivo utile per rimandare le elezioni. Alla fine, dopo varie insistenze anche internazionali, l’8 novembre scorso, ha fissato il voto per il 23 dicembre 2018. Ma, è notizia delle ultime settimane, sta nuovamente mettendo in atto subdoli tentativi per posticipare le urne o, comunque, per riuscire a ricandidarsi.

 «Ci preoccupa ancora di più – continua l’appello dei vescovi – la serie di dichiarazioni che giungono dalla maggioranza presidenziale che evocano la possibilità di un altro mandato per l’attuale presidente della Repubblica, con grande disprezzo della nostra cara Costituzione e dell’Accordo di San Silvestro che, a tale riguardo, è molto chiaro».

 Raggiunto al telefono da Vatican Insider don Donatiene Nshole, segretario della Conferenza episcopale, esprimi i grandi timori della Chiesa e di un’intera popolazione. «Kabila non dice nulla, lascia parlare i suoi alleati e collaboratori i quali rilasciano dichiarazioni molto ambigue. Si parla di possibile ricandidatura, in spregio dell’Accordo di San Silvestro e della stessa costituzione che è molto chiara: dopo due mandati non c’è alcuna possibilità di ricandidarsi».

 «Kabila – prosegue il sacerdote – avrebbe dovuto già lasciare a dicembre del 2016. Siamo estremamente preoccupati, perché se il presidente intende veramente correre di nuovo per le elezioni, assisteremo a un netto deterioramento della situazione politico-sociale del Paese. La gente non accetterà mai questa eventualità e se il governo mostrerà di procedere in quella direzione non mancheranno disordini. Nel frattempo, giungono quotidianamente notizie di violenze e stragi nelle città così come nelle zone di Beni Butembo, Goma e altre. Ai confini, la gente continua a fuggire».

Dalla fine dello scorso anno si sono susseguite manifestazioni organizzate dai laici cattolici spesso represse nel sangue, il timore ora è che ce ne possano essere di nuove. «Si moltiplicano voci di future marce organizzate dai laici cattolici e la società civile per manifestare la preoccupazione di tutto il popolo per la situazione che si sta verificando», spiega don Nshole. «Il 25 febbraio scorso, si è svolta una imponente manifestazione che faceva seguito all’appello dei vescovi cattolici a chiedere giustizia e rispetto degli accordi e a mostrare che il popolo stava con gli occhi aperti. Il principio alla base era dire no a un potere che agiva secondo la legge del più forte. Ci sono stati molti scontri, morti, ma il popolo non si è lasciato intimorire ed è pronto di nuovo a scendere in piazza. C’è un rischio reale di arrivare a una rivoluzione perché la gente è senza speranza, non crede più nell’accordo o nel dialogo. So per certo che i laici cattolici si stanno preparando a riprendere le marce e a mobilitare più forze».

Sulla risposta avuta all’appello del 24 maggio, il segretario della Conferenza episcopale dichiara: «Abbiamo sentito l’urgenza di far udire la nostra voce nella speranza che con questo appello il governo capisca che la strada è senza dubbio sbagliata. Non abbiamo ricevuto risposte ufficiali, ma in privato tantissime persone, di diverse appartenenze, ci hanno fatto arrivare le loro congratulazioni. La gente ormai vede nella Chiesa l’unica struttura organizzata capace di fronteggiare il potere e sempre più si rivolge a noi nella speranza di un cambiamento».