Una suora missionaria: “Di lebbra si muore ancora”

LEBBRA1In Madagascar, la lebbra non è sparita e fa ancora numerose vittime. Da oltre mezzo secolo, Marie Alleyrat, religiosa francese delle Suore della Divina Provvidenza di Saint Jean, trascorre la sua vita insieme ai lebbrosi malgasci nell’ex lebbrosario Ilena non lontano da Fianarantsoa. Ne ha visti moltissimi. Molti di essi li ha curati. Altri li ha aiutati a lenire le sofferenze di una malattia che evoca epoche antiche ma che è ancora ben presente. “La nostra struttura – spiega a Fides la suora – è stata fondata da missionari norvegesi nel 1898 ed è rimasta sotto la gestione della Chiesa fino al termine della colonizzazione francese. Poi è passata alla gestione dallo Stato che ha inviato qui numerosi medici e infermieri. A un certo punto, il ministero della Salute li ha però trasferiti in una struttura più moderna e questo ospedale è stato di fatto abbandonato. Alcuni anni fa però, i sacerdoti camilliani l’hanno riaperta e le attività di assistenza sono riprese”. Secondo l’Istituto Pasteur, la lebbra colpisce quasi tre milioni di persone al mondo. Nel 2017, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato 1.500 nuovi casi in Madagascar. “Molti pazienti muoiono ancora – osserva suor Alleyrat -. Sono i più poveri che non hanno accesso alle cure o arrivano troppo tardi negli ospedali. Muoiono per gli effetti della patologia o perché sono così deboli da non essere più capaci di contrastare malattie opportunistiche”. Eppure il morbo di Hansen oggi può essere curato grazie a terapie appositamente elaborate in anni di studi. E messi a disposizione dallo Stato malgascio. “Quando i pazienti vengono da noi per problemi di pelle – osserva la religiosa – sono visitati attentamente e, se trovati positivi alla lebbra, viene loro consigliata una terapia. Solitamente non vengono ricoverati e, se prendono con costanza i farmaci, in sei mesi guariscono e ritornano alle loro attività”. Nelle vecchie strutture del centro rimangono i vecchi pazienti, quelli che hanno subito malformazioni e mutilazioni tali che non possono più tornare a casa. “Sono ancora una ventina pazienti gli ex pazienti che non possono più tornare a casa – osserva la suora -. La loro è una condizione molto triste. Sono mutilati, non hanno le mani o i piedi o sono diventati ciechi. Non hanno una famiglia, né terra, né risorse per vivere. Non possono e non sanno dove tornare. Rimangono qui e noi li seguiamo quotidianamente”. (EC)

Fonte: Agenzia Fides