Il costo standard. Salverà la scuola dal tracollo?

costoIl cambio di gestione del Miur, ha fatto tornare in auge i fautori di modelli scolastici alternativi e ritornare su una proposta, cioè sull’introduzione di costi standard per un reale pluralismo educativo che favorisca la libertà di scelta delle famiglie.

Ma cosa è il costo standard? Perché ciclicamente questa proposta viene ripresentata, ma poi cade nel vuoto senza che si affronti il tema in modo esauriente?

Abbiamo girato queste domande a suor Anna Monia Alfieri, presidente Fidae Lombardia, da tempo paladina di questo modello di finanziamento delle scuole italiane e tra le promotrici del tavolo di lavoro sul tema, attivato al Miur nel 2017.

Proponiamo la lunga intervista, al fine di comprendere per bene le ragioni di chi rivendica il costo standard.

Suor Anna Monia Alfieri, ci spiega in cosa consiste l’introduzione del costo standard?

Lo Stato non può reggere finanziamenti aggiuntivi per la scuola pubblica, sia statale che paritaria, entrambe destinate – per motivi diversi – al tracollo. L’unica soluzione per evitarlo è definire il costo standard di sostenibilità per allievo, che è cosa diversa dal semplice costo medio ricavato empiricamente dalla serie storica delle spese sostenute, tra le quali figurano anche quelle derivanti da una gestione poco efficiente, a volte persino disastrosa.

In termini pratici, cosa significa?

Significa che il costo standard, riconosciuto come “quota capitaria” spettante all’alunno e alle famiglie, che lo assegnano alla scuola prescelta, si fonda sul diritto inviolabile della libertà di scelta educativa. Detto per jl lattaio dell’Ohio: il finanziamento spetta all’allievo e alla famiglia e, di conseguenza, è da essa assegnato alle scuole pubbliche – statali o paritarie – in quanto ‘servizio scelto’ dalla famiglia stessa. L’alternativa è la scuola di regime.

Quali vantaggi produrrebbe?

In pratica, dotando ogni alunno e ad ogni famiglia di un cachet da spendere nell’istituto che intende scegliere, si realizzerebbe finalmente il pluralismo educativo, dando così alle famiglie la possibilità di decidere fra una buona scuola pubblica statale e una buona scuola pubblica paritaria, avendo – il cittadino – già pagato le tasse. Si attiverebbe, inoltre, una sana concorrenza tra le scuole pubbliche, statali e paritarie, mirata al miglioramento dell’offerta formativa. Si introdurrebbero le leve della valutazione e della meritocrazia, cessando, lo Stato, di considerare la scuola un ammortizzatore sociale: a fronte dell’infornata di 150 mila docenti, abbiamo infatti cattedre ancora vuote poiché l’offerta dei docenti non incontra la domanda né per località né per disciplina. Il cittadino paga il docente che al 1° settembre firma il contratto, e grazie a cavilli vari non c’è, e paga il supplente.

Perché dice che il docente in realtà non c’è?

Quanti docenti e dirigenti pagati non insegnano? Il Ministro conosce il fenomeno e ha annunciato di porvi rimedio. Ma ci sono altri vantaggi del costo standard di sostenibilità: ci sarà il docente di sostegno per l’allievo disabile sia che frequenti la scuola pubblica statale che la scuola pubblica paritaria; chiuderanno i diplomifici, noti e intoccabili (appena lo 0,3% del totale delle scuole pubbliche paritarie, ma si sa, un cancro anche se piccolo è fastidioso e dannoso), poiché i genitori semplicemente non li sceglieranno; saranno eliminati i finanziamenti a pioggia per fantomatici progetti, che contribuiscono al tracollo economico della scuola pubblica statale, nonché affossano il pluralismo educativo offerto dalla pubblica paritaria.

In tal modo, non c’è il pericolo di chiudere le scuole comunque valide ma che per ragioni oggettive lavorano in condizioni difficili, ad esempio in zone deprivate culturalmente o dove l’abbandono scolastico è alto?

Assolutamente no. I parametri del costo standard di sostenibilità saranno calibrati sulla situazione di ciascuna scuola, meglio, di ciascuna classe, tenendo ben presenti le criticità sociali, economiche, logistiche del territorio, sempre però in una prospettiva di miglioramento favorita dalla scelta delle famiglie. Ad esempio, nelle zone ad alta criticità sociale lo Stato, con il risparmio dello spreco, assegnerà alle famiglie una quota pro capite maggiore rispetto ad altre situazioni del territorio italiano, consentendo alle scuole di mettere in bilancio un adeguato apparato di psicologi ed educatori. Anche per le zone a bassa densità abitativa, ad esempio le isole o i comuni di montagna, che non possono raggiungere i parametri numerici per classe richiesti, è ovvio che lo Stato fornirà alle famiglie un surplus di finanziamento, sempre ricavato dal risparmio dello spreco e sempre controllando la qualità dei risultati.

Chi stabilirebbe questi parametri?

Occorre studiare i bilanci di realtà scolastiche virtuose, in cui tutte le voci di spesa siano previste: è stato già fatto nel saggio “Il diritto di apprendere”, editore Giappichelli 2015. Se alcune voci saranno fisse, ad esempio gli stipendi, altre avranno differenze locali che un pool di esperti dirigenti ed amministratori scolastici dovrà calibrare. Il tutto, con la collaborazione degli ottimi esperti ragionieri del Miur che, assicuro, anelano all’avvento del costo standard, vista la fosca situazione presente e le preoccupanti prospettive future del bilancio della scuola pubblica statale.

In termini economici, allo Stato quindi converrebbe introdurre il costo standard?

Con l’introduzione del costo standard di sostenibilità per allievo, l’attuazione della libertà di scelta educativa garantirebbe, come minimo, un risparmio certo per le casse pubbliche di ben 2,8 miliardi di euro annui. Non si tratta di tagliare, ma di impiegare meglio le risorse. Si ricordi che il sistema scolastico italiano ha ampi sprechi.

Ci fa qualche esempio in merito?

Oggi un allievo della scuola pubblica statale costa al contribuente 8.000 euro all’anno di spese del Miur e in aggiunta riceve i finanziamenti di regione, provincia e comune. Per il milione di allievi che frequentano la scuola paritaria lo stato spende 500 euro annui per alunno, con un risparmio di ben 6 miliardi di euro, sempre per anno. Se questo milione di allievi, insieme ai 200 mila docenti, a settembre trovassero i battenti chiusi delle loro scuole paritarie, e questo è l’ardente desiderio di una parte politica che attualmente ci governa, il sistema nazionale di Istruzione collasserebbe miseramente. E non lui solo.

Cosa risponde a chi ricorda ciclicamente che lo Stato deve finanziare, in base alla Costituzione, solo la scuola statale?

Rispondo che l’articolo 33 al punto “senza oneri per lo Stato” dice che nessuna scuola privata può pretendere finanziamenti; qui però parliamo di scuole pubbliche paritarie, cioè di scuole che dallo Stato sono riconosciute e controllate, che fanno un servizio pubblico e che appartengono al servizio nazionale di Istruzione al pari della scuola statale. Ma qui occorre una solida conoscenza dei diritti umani.

In che senso?

I drivers delle pizze hanno i diritti, i genitori no. Attraverso il costo standard di sostenibilità, che si fonda sul diritto inviolabile della libertà di scelta educativa, i finanziamenti non vanno dati alle scuole paritarie o statali, bensì alle famiglie che – come nella Sanità – debbono poter scegliere a costo zero, avendo già pagato le tasse, dove educare i propri figli. La libertà di scelta dei genitori favorirà la sana concorrenza fra le scuole e l’innalzamento della qualità. Siamo agli ultimi posti Ocse-Pisa non per caso.

In effetti, con la Legge 62/2000 le scuole statali e non statali hanno acquisito una parità solo sulla “carta”: perché non si è mai attuata?

Perché non risponde alla domanda “Chi paga?”. La scuola statale apparentemente è gratuita, ma cosi non è, come si è detto; per la paritaria il cittadino paga due volte, con le tasse prima e la retta poi. Soprattutto: chi è ricco va alla scuola americana o delle élite da 15 mila euro annui. Se non si cambia, solo queste sopravviveranno. Mentre i poveri andranno tutti alla statale che, attualmente, va come va. Se sei fortunato, va bene, altrimenti… Mica puoi scegliere! In quest’ambito, la “dignità” sembra bandita.

Marco Bussetti e il suo staff provengono dalla Lombardia, la regione che ha attivato percorsi di formazione professionale presso scuole pubbliche e private messe sullo stesso piano: pensa che il modello sia estendibile a tutto il Paese?

Conosco bene il Ministro e ha partecipato a molti convegni compreso quello di ottobre 2017, dove si sosteneva questo modello e la soluzione del costo standard di sostenibilità, peraltro nel programma della Lega. Escludo una deviazione di rotta. Tuttavia, soltanto, per inciso, alcune decine di dirigenti e presidi di scuole pubbliche paritarie, a nome anche di docenti e genitori, mi stanno contattando nelle ultime ore riguardo ad una singolare affermazione riportata nell’intervista del Ministro alla Tecnica della Scuola: “Agiremo – ha detto – per continuare a garantire la libertà di scelta educativa”… Le domande, più serene, rivoltemi sono state: “Quale libertà?”, “Dove la vede?”, “Che cosa può continuare, che non esiste?”.

Quindi non se ne farà nulla?

Per rispondere alla sua domanda, il modello lombardo potrà essere attuato a livello nazionale. Anche la ministra Fedeli, di area politica differente, lo aveva affermato a più riprese durante il suo mandato, pure alla presenza di Bussetti. La convergenza politica sul tema è un dato acquisito. Forse non dal Movimento 5 Stelle, ma neppure questo è pensabile, poiché il buon senso e l’attenzione al povero mi paiono condivise.

In estrema sintesi, è la contemporanea presenza di tre libertà – di insegnare, di istituire scuole e di scegliere i luoghi dell’istruzione – che conferisce carattere pluralistico al sistema scolastico delineato dalla Costituzione. Le prime due libertà apparirebbero svuotate di contenuto senza la terza, quella cioè della scelta della scuola pubblica – statale o paritaria – da frequentare.

Poi ci sono le scuole private, quelle che vanno avanti solo con le rette delle famiglie: questi istituti non beneficerebbero del costo standard?

Lei sicuramente intende le scuole private non paritarie, che sicuramente non modulano le rette in base all’Isee. Chi le sceglie non sa neppure cosa sia l’Isee: non gli serve. Certamente queste istituzioni, che non fanno parte del Sistema Nazionale di Istruzione – composto da scuole pubbliche a gestione statale e scuole pubbliche paritarie gestite da privati, regioni, province e comuni – non avranno a che fare con il costo standard di sostenibilità. Queste scuole private dei ricchi per i ricchi ci sono e ci saranno sempre. E che i loro gestori e clienti paghino almeno tutte le imposte che devono. C’è chi le sceglie perché sono di élite, e non accolgono né diversamente abili, né extracomunitari. Ma non è un problema: esistono anche le cliniche private, dove il calciatore ingaggiato, dopo la visita medica, trova una selva di telecamere fuori ad aspettarlo.

Fonte: La tecnica della scuola. Il quotidiano della scuola on line