…Alla famiglia è negato il diritto di educare liberamente i figli in una buona scuola pubblica
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Rimango sempre molto colpita dal racconto delle consorelle – anche di altre Congregazioni – che svolgono il loro apostolato in Africa o in Amazzonia. Talvolta i loro racconti sono drammatici. In situazioni estreme di emergenza, di mancanza di viveri o di medicinali, devono decidere chi possono curare e chi no. E’ “grido dei poveri” di cui parlava il beato Paolo VI. Altre mie consorelle ed io, che lavoriamo in Italia, nelle Scuole della Congregazione, assieme ai collaboratori laici, certamente non viviamo il dramma di quelle situazioni. Fatte le dovute proporzioni, però, a pensarci bene, anche noi viviamo una situazione di emergenza, “educativa”, come l’ha definita papa Benedetto. Una emergenza che diventa dramma, nei confronti di genitori che ci è dato avvicinare. Quasi ogni giorno, infatti, sentiamo dire da genitori: “Non posso far frequentare la vostra scuola a mio figlio. Vorrei, ma non ce la faccio economicamente” e anche da ragazzi: “Mi piacerebbe ma non posso””. Questo “vorrei ma non posso” è drammatico: il suo dramma risiede nell’ingiustizia che sta a monte del sistema scolastico italiano. Stesso palazzo di fronte alla scuola: i figli dell’avvocato che abita al terzo piano possono frequentare l’Istituto, i figli del portinaio che sta al piano terra no. Meglio: vi accedono grazie a borse di studio messe in campo dalla Congregazione e agli sforzi di una gestione economica cui non sfugge un centesimo. Perché una tale situazione? Perché questo “tu sì, tu no”?

La risposta è drammaticamente semplice: perché, in Italia, alla famiglia è negato il diritto di educare liberamente i figli in una buona scuola pubblica, paritaria o statale; perché il genitore non abbiente è obbligato ad iscrivere il proprio figlio presso una scuola pubblica statale. Il ricco sceglie, il povero si accontenta. Andando ad analizzare i fatti, ci si accorge che in realtà le leggi non mancano: la Costituzione riconosce il diritto alla libertà di scelta educativa, la legge 62/2000 ha istituito il sistema pubblico dell’istruzione, fatto di scuole pubbliche statali e pubbliche paritarie; l’UE in due pronunciamenti ha invitato l’Italia a porre fine all’ingiustizia. Tutto però, nel campo educativo, rimane lettera morta, come le grida spagnole del Seicento. E così le scuole pubbliche paritarie, che rilasciano titoli di studio aventi pieno valore legale, rimangono le “scuole private” per i ricchi o per i bocciati della scuola statale; i docenti, a parità di titoli, ricevono uno stipendio inferiore; il genitore paga due volte, dovendo pagare la retta richiesta come contributo di gestione e le tasse per un servizio di cui non si avvale. Risultato? Il collasso del sistema scolastico pubblico. La scuola pubblica statale, nonostante i contributi erogati, affronta problemi enormi sui fronti più diversi, dal precariato all’edilizia; la scuola pubblica paritaria muore perché molte Congregazioni non riescono a reggere lo sforzo economico della gestione della scuola. Conseguenza: un enorme impoverimento culturale – anche, oggettivamente e senza timore di smentita, in chi ci governa… – così come i fatti di cronaca e non solo ci documentano puntualmente.

L’unica strada da percorrere per uscire dalla situazione appena descritta è quella di riconoscere alla famiglia il suo diritto, ossia quello di educare liberamente i figli. Come? Attraverso il costo standard di sostenibilità: alla famiglia venga data una quota da spendere per l’istruzione dei figli. Sarà poi la famiglia stessa a decidere dove spendere tale quota, se in una scuola pubblica statale o in una scuola pubblica paritaria. Il ruolo dello Stato in tutto questo? Quello di garante e controllore, non di gestore e controllore… di se stesso. Solo in questo modo il sistema scolastico italiano riuscirà ad emergere da una situazione di costante emergenza. Solo in questo modo la scuola non sarà più considerata come il più importante tra gli ammortizzatori sociali: chi non sa cosa fare, va ad insegnare. Le famiglie potranno scegliere, gli allievi avranno garantito un servizio decisamente migliore e non saranno in balia di frequenti cambiamenti di insegnanti; a questi ultimi sarà possibile scegliere dove esercitare la propria professione, se nella scuola pubblica statale o in quella pubblica paritaria, con uno stipendio uguale, come avviene nel resto dell’Europa. Allo stato attuale tutto questo non è minimamente garantito, anzi assistiamo ad una continua migrazione di docenti dalla paritaria alla statale, tra GAE e concorsi, che non garantisce all’allievo quella continuità didattica che è la premessa fondamentale per un servizio di istruzione efficace ed in linea con gli standard dei Paesi occidentali. L’emergenza educativa cui accennavo all’inizio potrà essere affrontata solo mettendo in campo sinergie efficienti tra scuola, famiglia e territorio con tutti i contesti educativi che esso offre. Purtroppo tutto questo non è ancora avvenuto ed è la prova di come gli interessi di parte e il pregiudizio ideologico abbiano la meglio sull’interesse della collettività. A ben guardare, la battaglia in nome della libertà di scelta educativa non vuole portare ad altro se non a quello che già avviene nel sistema sanitario. Per quale motivo il cittadino italiano è libero di scegliere se curarsi al Policlinico o al San Raffaele, mentre non è libero di scegliere dove istruire i figli? La risposta è drammaticamente semplice: perché la salute del corpo non spaventa, la libertà della mente sì. Se però rimaniamo fermi a questo tipo di logiche, accettiamo una impostazione dello Stato totalitarista che avoca solamente e unicamente a sé il compito educativo. Ma in Italia ci vantiamo di vivere in una democrazia che ha le sue radici nella Resistenza, che è basata su una tra le Carte costituzionali più belle, secondo il parere di giuristi insigni. Allora l’unica strada per un’autentica democrazia è liberare la mente, liberare la scuola.

sr Anna Monia Alfieri