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Assemblea 21 aprile
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 Audio 20 aprile Sr Cristina Cruciani
 Audio 21 aprile Don Armando Matteo
 Audio 21 aprile Don Dario Viganò

L’ARTE DEL PASSAGGIO

La formazione nella vita religiosa

Venerdì 21 aprile 2017

La giornata inizia con il canto alla Vergine per poi immergersi nell’ultima giornata dell’assemblea, molto impegnativa.

La rivoluzione della longevità di massa e le esigenze della formazione

Chi di noi si credeva “giovane” anche in età matura o avanzata, riceve oggi una parola che stronca ogni fantasia! Giovani si è fino a 35 anni, poi si dovrebbe diventare “adulti” ma – qui in effetti è il problema – chi ha più di 35 anni non vuol saperne di diventare adulto perché si tratta di essere capaci di dimenticarsi di sé per donarsi agli altri! Il relatore, don Armando Matteo, con un linguaggio accattivante e simpatico, parte da queste battute per introdursi nel tema. Chi non è adulto (nel senso vero del termine) non è in condizione di far diventare altri adulti. E la crisi dell’adultità è anche crisi della cultura vocazionale.

La longevità non è solo un elemento di tipo quantitativo. L’allungamento della vita produce un mutamento qualitativo sul senso della vita umana, si ritiene infatti di avere a disposizione più vite, più esistenze, più possibilità, più occasioni, in cui ricominciare sempre daccapo e grazie alle quali potersi sentire sempre giovani e disponibili a nuovi cambiamenti e progetti.

Il mito del giovanilismo ridefinisce il rapporto con gli adulti, con l’esperienza della vecchiaia, della malattia, della morte e con le nuove generazioni. Diventare adulti è faticoso perché bisogna essere capaci di dire anche dei no e questo è difficile. Gli adulti di oggi non fanno crescere i figli e la mancata crescita di questi ultimi li protegge dalla presa di coscienza del loro diventare vecchi.

E, venendo al discorso delle esigenze della formazione con i giovani di oggi, il relatore mette l’accento sulla necessità che i formatori devono essere “adulti” per aiutare i formandi a crescere nel vero senso della parola. Il profilo di una suora “adulta” si può definire con quanto dice Papa Francesco:

  • Dove ci sono i religiosi c’è gioia;
  • La nota caratteristica della vita consacrata è la profezia;
  • Essere esperti di comunione;
  • Uscire da se stessi per andare nelle periferie esistenziali;
  • Interrogarsi su quanto Dio e l’umanità di oggi domandano.

 

Media digitali e aspetti formativi

Nel pomeriggio mons. Dario Edoardo Viganò tratta il tema della comunicazione nel mondo di oggi. I media fanno parte della nostra vita: ormai esiste una società mediale. C’è stata infatti una naturalizzazione della tecnologia che pone a tutti noi la necessità di conoscere e formarsi al loro uso.

Le strade della rete servono anche per evangelizzare, ma richiedono inedite tecniche narrative. È necessario tener sempre presente che è nell’incontro personale che si vede la testimonianza perché la fede si propaga per fascino.

Siamo una “minoranza creativa” che testimonia l’esperienza trinitaria e non si può non contagiare quando siamo persone autentiche, persone di fede.

Il relatore enumera alcuni problemi per le persone “iperconnesse”: si può scivolare nell’isolamento; diminuzione di umanità; fatica a verbalizzare gli stati d’animo; superficialità, ecc.

Nella formazione dei giovani di oggi occorre prima di tutto sapere a chi ci rivolgiamo: i nativi digitali hanno un altro modo di ragionare, dialogare, pensare, ma ciò che è comune a noi e a loro è la vita spirituale. Formare significa quindi imparare a porsi domande serie sulla vita. Essere profeti significa offrire qualcosa di diverso da quello che offrono i potenti di questo mondo. Non competere con i modelli mondani. Imparare a raccontare e raccontarsi. Abbiamo ricevuto in dono la vita divina e questa fa parte del nostro essere: siamo immersi in Dio. Far trasparire nella nostra persona che siamo abitati da Dio e soprattutto non trasformare la vita spirituale in moralità e in regole da osservare. Nel contesto storico e culturale in cui viviamo occorre saper leggere le tracce del Verbo perché Lui è già presente. Il nostro servizio al mondo di oggi è essere fortemente donne spirituali.

Conclusione

Conclude poi il convegno la presidente, Madre Regina Cesarato, ringraziando tutte le presenti, la moderatrice, coloro che in diversi modi hanno contribuito alla buona riuscita del convegno e ha ricordato che la categoria della relazione è quella essenziale perché è capacità di profezia.

Guardando la nostra realtà possiamo dire di essere già ora “profezia” per il nostro essere intercongregazionali, internazionali, interculturali. Compagne di viaggio e pellegrine verso l’eterno, siamo pronte a rendere ragione della Speranza che è in noi!

Giovedì 20 aprile 2017

            La giornata comincia con la preghiera e una breve introduzione della moderatrice, Patrizia Morgante, che dà la parola alla dottoressa Maria Campatelli.

Formazione o probazione? Nuove prospettive

 Partendo dalla domanda: “qual è il tipo di vita a cui bisogna formare?”, la relatrice fa notare come la parola “formazione” abbia una storia recente. La parola “forma” indicava originariamente l’immagine integrale completa di un essere giunto alla sua perfezione e alla sua maturità “secondo la propria specie”. Ma la “forma del cristiano” è una coscienza dell’io comunionale: il movimento verso il Padre definisce il Figlio e viceversa.

La nostra “forma” è un modo di esistere che deriva da una partecipazione, da una circolazione di vita. La “forma” del cristiano è Cristo, è essere figlio. Nella teologia di questi ultimi secoli si sottolineavano le proprietà “oggettivabili” e una Chiesa “Istituzione”, per cui il concetto di formazione era diventato sinonimo di una sorta di educazione all’umano “perfetto” in vista di una società “perfetta”. La formazione quindi ha cercato di esplicitarsi in un insieme di dati oggettivi e coerenti in sé dimenticando la precedenza alla relazione, e senza domandarsi se gli esseri umani vivevano sul registro della persona o dell’individuo.

In verità si tratta di “partecipare” non di “imitare”. La differenza è se io realizzo un ideale, una verità esterna, in base alla quale lavorare su di me per corrispondervi, oppure se sono animato da una vita che mi pervade, di cui ho esperienza e a cui semplicemente acconsento e che lascio scorrere dentro di me. L’inizio della vita cristiana è qui, in questo lasciar scorrere in me la vita nuova assunta nel battesimo. Possiamo dire che la formazione comincia dalla domanda: “di quale vita vivo?” Sono consapevole che la mia possibilità di vita non dipende dalla mia bravura, ma dall’amore di Dio che è capace di risuscitare i morti?

La rinascita battesimale non significa che l’uomo sia cambiato per incantesimo, ma che in lui è posto un nuovo inizio che avrà il suo compimento nel Regno. Si tratta allora di assecondare questa vita che per se stessa ha un orientamento e ha la forza di agire con un epicentro preciso: il Padre che ha alitato il suo Spirito di vita e di amore sul materiale di cui sono fatto. È la forza di questa vita che interpella tutte le mie dimensioni perché aderiscano alla figliolanza che mi unisce al Padre e che già mi contempla nella maturità del figlio, accogliendo il mio incompiuto e spingendolo verso il compimento.

Possiamo parlare quindi in modo più corretto di “probazione” e non di “formazione”. Infatti, si tratta di provare per vedere di che vita vivono le persone che ci sono affidate. La formazione è una probazione, è un discernimento, ma non bisogna inventare delle prove artificiali. È il Padre che pota e pota nel concreto della vita quotidiana. Si tratta allora di mettere le persone nelle reali situazioni di vita perché lì viene fuori la verità; è la vita che prova, la vita normale. È quindi assai pericoloso mettere le persone in un ambiente super protetto perché al primo impatto con le difficoltà della vita comunitaria e lavorativa arrivano i guai. Nel monachesimo antico si diventava monaci accanto ad una persona provata, di robusta vita spirituale, che ti faceva entrare nella sua relazione con Cristo e diventava garante per i suoi figli. Una volta provato di che vita si vive, c’è poi il tempo della custodia e dell’allargamento di questa vita a tutto ciò che siamo, che ci costituisce. È il cammino verso l’integrità: un cammino “da dentro a fuori” e non viceversa. A questo punto dobbiamo dire che è necessario assumersi la responsabilità di essere adulti e di vivere in un processo di conversione continuo.

Il viaggio dall’immagine alla somiglianza è lungo, ma è la gioia di saperci incamminati verso “la piena maturità di Cristo”. A mezzogiorno la celebrazione eucaristica è stata presieduta dal superiore generale dei Giuseppini del Murialdo: padre Mario Aldegani (in allegato la sua omelia).

Nel primo pomeriggio tre Sorelle dell’USMI Nazionale hanno presentato all’assemblea il documento: “Per vino nuovo otri nuovi” mettendo in evidenza il rinnovamento postconciliare con tutti i suoi aspetti positivi, ma anche le “sfide ancora aperte” e il cammino verso una “relazionalità evangelica” richiesta soprattutto alla governance degli Istituti.

L’itinerario liturgico come cammino formativo

Suor Cristina Cruciani, con una passione che ha coinvolto tutte le ascoltatrici, ha presentato la liturgia come cammino formativo perché davvero “la liturgia forma!”. Il Concilio ha ridato in mano ai fedeli la Scrittura e ha rinnovato la Liturgia. Possiamo dire che nei libri liturgici c’è la nostra fede alimentata dalla Parola di Dio.

La vita nuova ci viene dal battesimo, ma è necessario che comprendiamo la Scrittura, che continuamente la meditiamo, infatti, la liturgia per poter essere efficace ha bisogno della conoscenza della Scrittura. Lo Spirito è la vita stessa del Padre in noi. È la creazione nuova. E i sacramenti sono realtà concreta e trasformante. La cresima conferma che siamo figli, ma ci dà un supplemento di Spirito Santo per agire come figli.

L’eucaristia ci abilita a fare della nostra vita un dono, come ha fatto Gesù. Mi consegno affinché lo Spirito mi trasformi. L’Eucaristia è sorgente della carità: nell’apostolato esprimo la verità del segno che ho vissuto in chiesa. Dio mi chiama “figlia mia” e mi dice “io oggi ti ho generato”. Sentirsi figlia, ma anche sentirsi sposa. Avere la psicologia della sposata, accasata. “Quello che è mio è tuo”, dice il Signore. Il suo regno è il mio ambito di lavoro. Evangelizzare è un atto di culto! Infine: essere madri! Noi non rinunciamo a essere madri: partecipiamo alla maternità della Chiesa. La persona allora è unificata: Figlia, Sposa, Madre.

E ricordiamo che la cappella deve essere bella, preparata con cura: è la sala delle nozze! L’anno liturgico in se stesso è formativo. Il tempo ordinario mi insegna ad andare dietro al Maestro e da Lui imparo a vivere ogni evento come evento di salvezza.

Il sacramento della penitenza ci aiuta a diventare vere perché Gesù è la verità. L’unico paradigma valido è, infatti, la coscienza filiale di Gesù. Riassumendo possiamo dire che i testi necessari per una continua formazione sono: la Bibbia, la liturgia delle Ore, il messalino. Possiamo considerare il lezionario come il “vaso di manna” di ogni giorno, ma non dimentichiamo che è necessario anche fare la lettura continuata della Bibbia. Il Signore ci ha scritto una lettera e non possiamo presentarci a lui nell’ultimo giorno senza averla letta! Liturgia non è una cerimonia, ma è “celebrare”, cioè rendermi familiare l’evento, frequentare, ritornarci su. Per questo è necessaria la catechesi e la conoscenza della Bibbia altrimenti la liturgia rimane incomprensibile.

            La moderatrice, infine, termina con una breve sintesi dell’intensa giornata. A domani!

Assemblea Usmi 20 aprile

Mercoledì 19 aprile 2017

Al  SGM Conferenze Center di Roma, sulla via Portuense, più di trecento superiore maggiori, madri generali e provinciali, si incontrano per l’assemblea annuale. Il tema, particolarmente interessante, riguarda la formazione nella vita religiosa.

La prima mattinata, inizia con la preghiera e l’introduzione della Presidente USMI Nazionale, madre Regina Cesarato, che invita ad accogliere il saluto del Risorto: PACE. Anche per le donne del mattino di Pasqua questo saluto è stato l’inizio del percorso di formazione per imparare a relazionarsi in modo nuovo con il Signore. Così sia anche per noi!

La moderatrice, dottoressa Patrizia Morgante, presenta poi il convegno e dà la parola a fratel Luciano Manicardi, Priore della comunità monastica di Bose.

Fratel Luciano Manicardi: “Dall’individuo alla persona”.

Riportiamo una sintesi dell’intervento.

Una persona formata è integrata, è unificata. Nella letteratura monastica non c’è formazione come la intendiamo noi oggi, perché era la vita stessa che formava il giovane. Infatti “formazione” è trasformazione della persona verso la piena maturità di Cristo.

Ecco la domanda che dobbiamo porci: “Quale promessa di vita la nostra comunità può dare a questo/questa giovane che chiede di entrare?”.

Innanzitutto dobbiamo parlare di “comunità formativa” e interrogarci su quale promessa di vita possiamo esprimere e mantenere. C’è nella comunità lo spazio affinché questa giovane possa essere riconosciuta per quella che è? Quale vita possiamo offrire? Le nostre comunità formano o deformano, guariscono o producono sofferenza?

Sono domande che non possiamo eludere. Guardiamo alla capacità relazionale delle nostre comunità. Siamo un “corpo”? E la giovane che entra riuscirà a fare il passaggio dall’io al noi? Dall’essere al centro della comunità all’essere “accanto” alle altre?Inoltre: attenzione alla comunicazione! Come comunichiamo? Come usiamo la parola? Sappiamo accoglierci nella nostra povertà?

Questo per quanto riguarda la “comunità formativa”, ma poi c’è la persona della formatrice che prima di tutto deve essere una persona formata, una donna di ascolto e di accoglienza perché con l’ascolto si aiuta la persona a crescere. Inoltre è necessaria la capacità di mitezza, la capacità di mettere dei limiti alla propria presenza, non essere invadente.

La formatrice deve saper allargare gli orizzonti della giovane. Far emergere gli interessi. Dare responsabilità. Avere buona maturità affettiva.

Se la formatrice ha conosciuto la sua debolezza e l’ha accolta saprà aiutare la formanda ad accogliere la propria fragilità e debolezza. Infatti, sentirsi accolti nella propria debolezza è un’esperienza formante molto profonda.

La formatrice è chiamata ad agire con pudore, saldezza interiore e discernimento. In particolare:

  • Dare la parola, saper ascoltare
  • Parlare la sessualità e affettività
  • Ascoltare la sofferenza dell’altra persona
  • Far sapere che il male che affligge l’altro è anche il nostro
  • Dare all’altro il diritto di sentire ciò che sente
  • Aiutare la persona ad amare ciò che detesta in sé perché il Signore ci ama così come siamo.

Possiamo farci queste domande: com’è la nostra formazione? Formiamo persone adulte? Controlliamo tutto? Come sono le nostre parole? Siamo in grado di bilanciare il nostro ego?

            Aiutare la giovane a nominare le proprie fragilità, riconoscerle e accoglierle perché solo così la persona può maturare.

Come aiutare il passaggio da individuo a persona?

  • Il desiderio e la soggettività. Alla radice di ogni vocazione c’è il desiderio di vivere la vita in pienezza. Far emergere il desiderio della persona; aiutarla a camminare nel senso del desiderio. Chiedersi il perché dei propri sentimenti ed emozioni perché solo arrivando ad assumere se stessi si può giungere a rinnegare se stessi.

Come verificare la profondità di una scelta:

  1. è seria questa scelta, oppure questa giovane sta scappando da una realtà spiacevole?
  2. Vuole ciò che vogliamo anche noi in questa vita?
  3. Lo vuole al punto da impegnarsi a pagarne il prezzo?
  4. È capace di pagarne il prezzo?
  • Principio-realtà e ascolto di sé

Dare il nome e accettare i limiti e le zone d’ombra. Ciò che più ci forma, infatti, sono gli errori e la sofferenza. Maturità personale e scelta di fede coincidono.

  • Indicazioni di percorso

Autoformazione

Fare della pratica di vita il luogo della propria maturità per diventare se stessi.

Riflessività: pensare ciò che si vive mentre si vive sviluppando un “terzo occhio” capace di vedere se stessa per sapersi misurare nella propria realtà. La Scrittura è uno specchio che mi trasmette l’immagine trasformante di Cristo. La vita è uno specchio che mi rivela chi sono.

Incontro della persona con se stessa. Essere in grado di spendersi gioiosamente nella missione. Anche gli sbagli possono diventare quell’aiuto che costruisce la persona capace di misericordia.

Come sintesi si può dire che la comunità formativa, come pure la formatrice, devono essere a servizio della libertà della persona.

A mezzogiorno la celebrazione eucaristica è stata presieduta dal Prefetto del Dicastero dei Religiosi, sua Eminenza mons. João Braz De Avis.

“Verso la piena maturità di Cristo” (Ef 4,13)

La seconda relazione della giornata è stata presentata dalla biblista Marinella Perroni.

Partendo dalla presentazione delle linee teologiche della lettera ai cristiani di Efeso, la relatrice è passata alle esortazioni di carattere etico e si è soffermata sulla dimensione cristologica ed ecclesiologica della lettera.

Una panoramica vasta, interessante e molto densa di contenuto.

Dentro questa ecclesiologia cristocentrica viene collocata la catechesi che riguarda il capitolo quarto: il vivere cristiano comporta adesione a uno stile di vita che ha nel Cristo, l’uomo nuovo, il suo modello.

Un concetto questo, di “uomo nuovo” che si riferisce all’umanità intera divenuta in Cristo “nuova creatura”. I battezzati sono chiamati “santi”. La santità non è però una virtù, essere santi equivale ad essere entrati a far parte del “tempio santo”, dell’Abitazione di Dio.

Essere “cristiani-santi” vuol dire saper esercitare la diaconia in modo responsabile, cioè in funzione dell’edificazione del corpo di Cristo e a questo devono mirare gli sforzi di coloro che edificano la comunità con la parola.

Su questo sfondo dobbiamo individuare il significato che ha la raccomandazione di arrivare tutti “all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”.

La dimensione cristologica della lettera agli Efesini non è centrata sul Nazareno, ma piuttosto sul Cristo ormai glorioso a cui l’autore applica le parole del salmo: “Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini” (4,8). Ed è sul Cristo glorioso che la chiesa nel suo insieme prende la misura di se stessa, la pienezza di Cristo.

La relatrice termina la sua esposizione con alcune domande che danno l’opportunità all’assemblea di riflettere personalmente e di esprimere poi alcune risonanze che permettono alla biblista di concludere con alcune indicazioni pratiche.

La moderatrice, in fine riassume in breve la giornata.