Giustizia / Tenerezza: postilla critica

Eccoci all’ultima edizione del nostro tavolo virtuale e, mentre sto ripercorrendo l’indice Giustizia tenerezza postilla criticadei tanti  “binomi” che sono stati oggetto di riflessione e di confronto, mi convinco che quest’ultimo binomio –  giustizia e tenerezza – si propone davvero come “coppia vincente”.
Ancora una volta, infatti, ci richiama all’assoluta necessità di fare “armonia” tra realtà solo apparentemente distanti o in contrasto, superando il rischio di distinzioni solo teoriche tra “buono” e “cattivo” per esercitarci, piuttosto, nella laboriosa ma feconda “arte della coniugazione”, oltre ogni estremismo e polarizzazione.
In un contributo leggo che «la misura della coniugazione tra tenerezza e giustizia, tra rigore e flessibilità, è l’arte dell’incarnazione, che solo la più assoluta fedeltà al respiro dello Spirito, e alla sua ispirazione, può insegnarci» in ogni oggi della nostra vita.
E chissà perché mi viene in mente una striscia di Mafalda, l’enfant terrible, protagonista di un  intramontabile fumetto che la mia generazione ha “divorato”! Google mi ha dato una mano ed ecco la striscia come piccolo contributo esposto sul nostro “ultimo tavolo virtuale”

mafalda

 La piccola Mafalda, che ora alza lo sguardo verso il cielo ora lo abbassa verso la terra, mi richiama quella “lotta” che si consuma dentro di noi tra il corpo psichico e il corpo spirituale, per “osare” il linguaggio paolino. Da un lato il “corpo psichico” può identificare la persona chiusa nella sua creaturalità di essere vivente limitato, finito e colpevole. D’altro lato, il “corpo spirituale” è la persona aperta all’irruzione dello Spirito di Dio, che trasfigura la povertà della nostra condizione umana e ci introduce nella gloria e nell’eternità. Per questo, il corpo del Cristo risorto è per eccellenza “spirituale”, non certo perché etereo o incorporeo ma perché immerso nell’infinito e nell’eterno. In pratica, è la piena manifestazione del nostro essere “immagine di Dio”, come aveva insegnato Genesi 1,27, che l’apostolo così sviluppa e parafrasa: «Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (1Cor 15,49).

Che cosa c’entra tutto questo con il nostro “binomio”?
Giustizia e tenerezza mi sembrano significativamente evocative di questa “lotta” che si consuma dentro ciascuno di noi e in ogni gruppo sociale, soprattutto nel clima arroventato della società in cui viviamo, quando da una parte c’è una massa che invoca una “giustizia giustizialista”, punitiva, che schiacci e annulli il colpevole, vero o presunto, e dall’altra c’è un “piccolo resto” che supplica la giustizia che viene dall’alto, la giustizia “misericordiosa” di Dio Padre, la giustizia praticata da Gesù il “buon Pastore”, la cui compassione «non è solamente un sentimento umano, ma è la commozione del Messia in cui si è fatta carne la tenerezza di Dio» (cfr Papa Francesco, Angelus, 19 luglio 2015).

Alla vigilia del Giubileo della Misericordia un brano tratto dalla Bolla d’Indizione (11 aprile 2015) diventa un contributo prezioso e determinante: «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole […] Non sarà inutile in questo contesto richiamare al rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Nella Bibbia, molte volte si fa riferimento alla giustizia divina e a Dio come giudice. La si intende di solito come l’osservanza integrale della Legge e il comportamento di ogni buon israelita conforme ai comandamenti dati da Dio. Questa visione, tuttavia, ha portato non poche volte a cadere nel legalismo, mistificando il senso originario e oscurando il valore profondo che la giustizia possiede. Per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio» (cfr Misericordiae Vultus, 10 e 20).

“Tenerezza” è certo una parole-chiave del pontificato di Papa Francesco, a partire dalla sua prima omelia in occasione della Messa dell’inizio del suo ministero (19 marzo 2013) quando si è soffermato sulla tenerezza di san Giuseppe, «che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore».

E per due volte ha rivolto un invito accorato – «Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!» – che il giorno dopo le testate di tutto il mondo hanno riportato a caratteri cubitali in prima pagina come se in quell’invito ci fosse il compimento di un’attesa, il bisogno di ridare significato alla tenerezza come sentimento “forte” che non ha nulla da spartire con forme di sentimentalismo sdolcinato.

Sul quotidiano Avvenire, in un articolo a firma di Giovanna Parravicini,  proprio il giorno dopo, si ricordava come «nel razionalismo che ci contraddistingue, noi cristiani d’Occidente siamo inclini a mettere fra parentesi questa parola, riducendo la tenerezza a sentimentalismo. L’Oriente cristiano invece ne ha colto il senso profondo e ha fatto della tenerezza il segno distintivo per eccellenza della Madonna, anzi del mistero dell’Incarnazione così come la Chiesa ce lo presenta».

L’icona della Madre di Dio della Tenerezza, di Vladimir, ci restituisce il senso profondo della tenerezza del nostro Dio: «In primo piano – scrive la Parravicini – due volti accostati: tenero e paffuto quello del Bambino, dolente e afflitto quello della Vergine, e il gesto tenerissimo di Gesù che cinge con il braccino il collo della Madre, stringendosi alla sua gota. Questa icona ha accompagnato il popolo russo nelle peripezie, nelle drammatiche vicende della sua storia, ha sofferto con esso e con esso ha condiviso pericoli e gioie, venerata nei secoli in una preziosa edicola d’argento all’interno del santuario nazionale della Rus’, la cattedrale della Dormizione nel Cremlino di Mosca».

Commentando il testo di Isaia 66,13, il 7 luglio 2013, Papa Francesco, nella sua conversazione con i seminaristi, i novizi e le novizie, li incoraggia ad accogliere la gioia del Signore, la sua “cascata” di consolazione e di tenerezza, per portarla a tutti. «Ogni cristiano e soprattutto noi, siamo chiamati a portare la consolazione di Dio, la sua tenerezza verso tutti […]. Il Signore è padre e farà con noi come una mamma con il suo bambino, con la sua tenerezza. La missione è trovare il Signore che ci consola e andare a consolare il popolo di Dio. La gente oggi ha bisogno soprattutto di misericordia, della tenerezza del Signore, che scalda il cuore, che risveglia la speranza, che attira verso il bene».

La misericordia e la tenerezza del Padre e la giustizia tra gli uomini sono, dunque, in stretta connessione che rimanda alla natura stessa di Dio e alla verità della salvezza e del patto di alleanza. Già la legislazione civile di Israele riconosceva il fondamento ultimo del comportamento individuale e collettivo del popolo nell´amore fraterno che trova in Dio la sua ragione ultima. La giustizia non è semplice distribuzione equa delle risorse e rispetto dei patti, ma è espressione e testimonianza della misericordia senza limiti di Dio.

Siamo all’ultima edizione del tavolo virtuale e, quindi, all’ultima postilla: oso, dunque, accostare ancora la piccola Mafalda con il suo nasino in su a guardare il cielo e poi in giù a guardare la terra, con un grande testo di Osea (11,7-9) che è la “perla” di questo poema d’amore dove Dio sembra lottare con se stesso per lasciare alla fine prevalere la tenerezza e la misericordia sul castigo e sulla punizione. Non solo. Il Dio di Osea perdona di fronte al peccato prima che l’uomo si converta, senza che l’uomo si converta, scommettendo che quel perdono scateni l’energia e il coraggio della conversione. È un perdono preventivo quello di Dio. Per questo assurdo e paradossale. Divino appunto. In perfetta sintonia con il Dio di Gesù Cristo. Quello predicato da Paolo ai cristiani di Roma e che è morto per noi quando eravamo ancora peccatori (Rm 5, 8) e dalle pagine della Prima lettera di Giovanni (1Gv 4, 10).  

Il mio popolo è duro a convertirsi:
chiamato a guardare in alto,
nessuno sa sollevare lo sguardo.
Come potrei abbandonarti, Èfraim,
come consegnarti ad altri, Israele?
Come potrei trattarti al pari di Adma,
ridurti allo stato di Seboìm?

Il mio cuore si commuove dentro di me,
il mio intimo freme di compassione.
Non darò sfogo all’ardore della mia ira,
non tornerò a distruggere Èfraim,
perché sono Dio e non uomo;
sono il Santo in mezzo a te
e non verrò da te nella mia ira.

Don Tonio Dell’Olio, redattore di Mosaico di Pace, la rivista di Pax Christi fondata da Don Tonino Bello, dopo aver commentato questo testo si rivolge a Osea in termini affettuosi e grati con cui mettiamo la parola “fine” al nostro dialogo attorno al tavolo virtuale.

«Caro Osea, cantore della tenerezza, tessitore di elegie in cui l’utero di Dio si contrae per partorire solo perdono. Possa la lettura delle pagine del tuo libro essere fonte di liberazione innanzitutto dall’immagine di Dio, che dall’infanzia del mondo sembra abitare la nostra mente. Quello è un Dio sovrano e potente, despota delle coscienze e minaccioso, il tuo ci converte a sé con le lacrime dell’amante. È un Dio geloso, certo, ma come tutte le persone che amano. È onnipotente, sì, ma solo nell’amore. È un Dio che non tenta di possedere, quanto di liberare; non vuole la sottomissione ma la vita piena; non incute paura ma contagia di felicità … Sussurra ancora alle nostre orecchie le parole d’amore che sappiamo antidoto antico della tentazione della paura e del tradimento. Apri le nostre orecchie perché possiamo ascoltare finalmente Dio ripetere:

Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nell’amore e nella benevolenza,
ti farò mia sposa nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore.
E avverrà, in quel giorno
– oracolo del Signore –
io risponderò al cielo
ed esso risponderà alla terra;
la terra risponderà al grano,
al vino nuovo e all’olio
e questi risponderanno a Izreèl.
Io li seminerò di nuovo per me nel paese
e amerò Non-amata,
e a Non-popolo-mio dirò: “Popolo mio”,
ed egli mi dirà: “Dio mio”.

Sr Azia Ciairano smrp

Coordinatrice Ambito Pastorale USMI