Archive for giugno, 2015

Una CASA ci vuole

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giu 23 2015

La storia di una comunità di consacrati è sinergia fra le risorse di chi la compone e la forza di Dio. Oppure non è. È prendere sul serio la libertà donata ad ognuno di andare oltre se stessi e seminare la storia personale e comunitaria nella preghiera, nel riconoscersi e apprezzarsi reciprocamente… 

Strada facendo…
Affaccendati e insoddisfatti, sempre dappertutto e raramente a casa. Anche i consacrati. Nel tempo scorrono le storie personali di tutti – oggi forse più accidentate che mai – fra grovigli di cani-solitudine
paure e un nodo di desideri; fra estesi deserti e, qua e là, alcune oasi.

Nel nostro occidente si fa fatica a tenere il passo fra compiti e doveri; quando poi non sopraggiungono quelle preoccupazioni che sono più schiavizzanti delle stesse occupazioni perché riempiono tempo e spazio prima ancora di esserci. Ci si occupa di tante cose e ci si trova a chiedersi: ma davvero quello che faccio, che sono, è significativo per qualcuno?… Succede facilmente di non sentirsi per nulla certi che farebbe qualche differenza se non si facesse niente. E quando tale dubbio entra nel cuore, è facile che risentimento e depressione si insedino nella piccola ‘casa’ della propria vita. Forse ci si sentirà usati e si comincerà a lamentarsi fino ad ammalarsi di quella malattia che oggi è fra le più diffuse: il vittimismo. Insieme crescerà allora anche la paura di … stare tranquilli. L’inquietudine in cui si vive in realtà agita al punto che spesso non si conosce più il tepore di una CASA, dove ospitare se stessi e chiunque varchi la soglia del proprio umano abbraccio.

Il consiglio radicale di Gesù: “Non affannatevi dunque!”
“Una sola cosa è necessaria” (Lc 10, 42), egli dice, additando l’obiettivo di una vita nuova. Ma come passare dalle molte alla sola cosa necessaria? Le esigenze che la vita quotidiana presenta ad ognuno sono così reali, immediate e urgenti che una vita nello Spirito sembra essere aldilà delle capacità umane. Come districarsi nel labirinto di pensieri, sentimenti, emozioni che tanto condizionano le scelte e la vita? Immersi nel ‘rumore’ dentro e fuori di sé, la sensazione dominante è di non poter fare altro che accettare la vita per … quello che è. E questa inclinazione alla rassegnazione impedisce di muoversi attivamente a cercare ‘cieli nuovi e terra nuova. Il Signore Gesù invece esorta e indica l’unica via giusta: “Non preoccupatevi troppo… Cercate prima il Regno di Dio!”. Lungo tale percorso certamente si può fare esperienza che tutte le cose, via via, cominciano ad assumere un significato nuovo.

Ospitare se stessi…
In partenza, sempre secondo l’esperienza, almeno due sono i passi specifici imprescindibili per “cercare il Regno”.
- Uno è imparare a scegliere la SOLITUDINE – quella sana – che “ti fa ascoltare l’anima e spegnere le luci finte” e che nello stesso tempo pone la persona di fronte ai propri conflitti La-solitudineinteriori, mentre la tentazione continua è di ‘scappare’. Scegliere un tempo di solitudine ogni giorno e rimanervi fedeli richiede una disciplina difficile. Non è né spontaneo, né facile tenervi fede, anche perché la nostra civiltà ci ha così coinvolti negli aspetti esteriori della vita, che forse ci si rende poco conto del suo bisogno. Anche per questo va ben programmata, cominciando con il rimanere ogni giorno per alcuni minuti alla presenza di Dio: a mani vuote, senza tante cose da esibire o da salvaguardare, vulnerabili e inutili… E con le parole della Scrittura al centro, cominciare a desiderare questo strano tempo d’inutilità. Semplicemente lasciarsi guardare dal Signore e imparare a riconoscere e ascoltare il sussurro della Sua voce.

… e scoprire come va il mondo di Dio
Sulla strada degli uomini c’è oggi un discutere che non vuole imparare, ma solo giustificarsi e condannare e questa è ipocrisia. Stando così le cose, il primo compito di ognuno è proprio quello di ri-scoprire se stessi come cristiani della via (At 9,2). Cristiani che vanno, e inventano strade che portano gli uni verso gli altri e, insieme, verso Dio, il Dio degli itinerari mai conclusi (E. Ronchi). Per tale via – strada facendo appunto – il pregare, da soli e insieme, diventa come respirare la Vita che conduce sulla via della comunione.

- Secondo passo quindi è la disciplina della COMUNIONE che aiuta a rimanere insieme in silenzio guidati dalle parole della Scrittura. Il cuore può essere in disordine e in tal caso acceca la coscienza. Si tratta allora di tenerla pulita prima ancora di seguirla. Insieme nel silenzio prestare attenzione al Signore che chiama all’unità e a conoscersi reciprocamente come persone amate dallo stesso Dio in modo intimo ed unico. Sarà allora più facile sforzarsi di stare con tutti gli altri in modo nuovo, vedendoli non come persone alle quali aggrapparsi quando si ha paura, ma come compagni di vita, insieme ai quali fare nuovo spazio al Dio della Vita. Amare ognuno con la Sua libertà e con il Suo amore forte e critico. E sulla via di Dio essere capaci, se l’amore lo richiede, di rimanere soli, rifiutati e crocifissi.

strade-panoramiche-piu-belle-del-mondo-163902_LNella vita comune si è finestre aperte che offrono l’una all’altra scorci nuovi sul mistero della presenza di Dio nella vita. Quando si appoggia la propria fede non ai soli pensieri, ma all’incontro con Cristo, senza rifiutare il duro della croce, allora si scopre davvero come va il mondo di Dio. La porta della propria CASA così rimane aperta e nel cuore mette radici il Suo coraggio ed è il miracolo della gratuità nelle relazioni. E Dio – che cerca ognuno e assedia i dubbi del cuore – entra nella sua creatura e vi trova CASA.
Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Vita Consacrata, ricerca continua…

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giu 15 2015

Vita consacrata come ricerca continua di Qualcuno che chiama ad uscire da sé e a volgersi al progetto vocazionale della propria vita

L’antropologia teologica, basandosi sulla Rivelazione, ci insegna che l’essere umano, uomo e donna, è persona-in-relazione. Vuol dire che la sua caratteristica principale, ciò che

Logo Concilio Giovane Definitivodefinisce tutto il suo essere è dato dal fatto di essere legato, indissolubilmente, a Dio e agli altri, di essere, cioè, in relazione, aperto costantemente al dialogo e all’interazione intersoggettiva con Dio e con gli altri. Con Dio, perché siamo stati creati da Lui, a sua immagine e somiglianza, persone libere e intelligenti, aperte, come il nostro Dio Trinità, all’altro, alla relazione, all’amore. Agli altri, perché alla luce della fede ci scopriamo fratelli, figli dello stesso Padre, Dio, fratelli in Gesù Cristo, resi uno nello Spirito Santo, per mezzo del Battesimo.

Ecco anche perché l’antropologia teologica fonda la nostra vita sulla vocazione: se siamo stati creati vuol dire che siamo stati amati, pensati, voluti dall’eternità non come frutto del caso vuoto e privo di senso, ma come protagonisti di un progetto, che è sempre un progetto d’amore, perché nasce dal pensiero di Dio, che è Padre e Madre, fonte prima dell’amore di cui siamo fatti e che siamo chiamati a donare agli altri sul modello dell’amore delle persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo, eterna comunione e relazione d’amore eterno, fedele, stabile, infinito.

In quest’ottica la persona consacrata, che liberamente e per amore, si dona a Dio per vivere interamente donata a Lui e ai fratelli nella Chiesa e nel mondo non può non essere concepita come ricerca continua di Dio, dell’assoluto, dell’amore sommo della propria vita. Alla luce della fede la persona consacrata si trova in una situazione ottimale per comprendere che la sua vita è in relazione continua con Dio. Che Lui è il tutto della sua vita. Che Lui è quel “Qualcuno” che ha bussato alla porta del suo cuore per cambiare completamente la prospettiva del suo essere-in-relazione. Nella vita consacrata è evidente il passaggio da sé all’altro. Abbiamo lasciato ogni cosa per seguire l’amato del nostro cuore. Se dimentichiamo questa tensionalità ci ritroviamo nel vuoto esistenziale. Facciamo cose che fanno tutti, siamo senza una famiglia visibile e gli ideali per cui spendiamo la nostra vita diventano sempre più fatui. Soltanto alla luce della fede possiamo dare valore alla nostra esistenza consacrata. Riprendendo la tensione verso Dio, il tutto della nostra vita, l’amore vero e sommo che ci ha attirate a sè scopriamo il senso profondo del nostro essere: donate, amate, consacrate, sposate, impegnate, inviate.

Il progetto di Dio per noi ci ha spinte fino a dare la vita per Lui e per i fratelli. La vocazione che abbiamo ricevuto è una vocazione all’intimità con Lui, a vivere, come la sposa del Cantico dei Cantici, in continua ricerca dell’amato, nella notte buia delle prove e delle desolazioni, o nel pieno giorno degli affari e delle preoccupazioni della quotidianità, nella sfida a trovarlo nei meandri esistenziali o temporali dove si nasconde, o negli interrogativi nostri e del nostro tempo, che ci spingono a osare di più, dandoci e dando, amore per amore, senza riserva, con fatica, con gioia, con perseveranza.

Soltanto la scoperta di una vita-in-relazione, senza perdere di vista l’altro, Dio e i fratelli, i fratelli in Dio, Dio nascosto nei fratelli, o solamente nascosto sotto i segni sacramentali, nella Parola o nel silenzio dell’adorazione e del cuore. Dio presente e sempre amante, Dio persona viva al nostro fianco, Lui fonte della nostra vita, perenne Tu che aspetta di incontrare il nostro io nel momento in cui ha il coraggio di uscire da sé per aprirsi a questo intimo e meraviglioso dialogo dove possiamo realizzare veramente il nostro essere, dove possiamo leggere tutta la nostra esistenza attraverso i suoi occhi, che sono sempre occhi che amano, che accolgono, che elevano, che santificano.

Il segreto di una vita consacrata riuscita sta in questo continuo ricercare quel Qualcuno che ci ha chiamate rientrando nell’intimo di noi stesse, come diceva Agostino, lì dove abita la verità. Aprendoci alla relazione con Dio, ascoltando la sua voce che ci indica la strada giusta, ritroviamo il nostro essere, la nostra vocazione, e la nostra storia personale acquista un senso nuovo: il progetto di Dio per noi. La nostra vita intesa come risposta all’amore per l’amore, non nel senso sdolcinato del termine, ma nel senso che tutto viene spiegato dall’immenso amore di Dio per noi, che guida e sorregge i nostri passi verso la pienezza dell’amore trinitario. La quotidianità, le giornate monotone, il lavoro, le ansie, i dolori, le prove sono parte di questo progetto. Nella prospettiva della chiamata divina diventano tasselli di un mosaico che, lentamente, costruisce il mistero della nostra vita come un’opera d’arte.

Se, come scriveva Teresa d’Avila, lasciamo il pennello in mano all’artista divino, sarà un capolavoro. Se, per timore di perderci, o per la smania di realizzare i nostri poveri progetti, prendiamo noi la mano, dimenticando la relazione con Lui, conserveremo tante certezze ma forse perderemo noi stesse e il progetto vocazionale che dovrebbe ispirarci. Se, al contrario, avremo il coraggio di abbandonarci, fino a perderci, nell’infinito dell’amore di Dio, allora ritroveremo in pienezza non solo noi stesse ma anche tutte le persone e le cose che abbiamo lasciato per Lui. Allora saremo in grado di leggere la nostra vita con gli occhi di Dio e contemplare, come la sposa del Cantico, la bellezza, l’altezza, la profondità e la sublimità della nostra vocazione.

Sr Daniela del Gaudio, sfi
Docente Pont. Università Urbaniana

Uno storico risponde…

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giu 03 2015

intervista2015: Anno dedicato alla Vita Consacrata

Carlo Mafera intervista lo storico prof. Pier Luigi Guiducci

Mafera: è da considerare un fatto straordinario quest’Anno?

È piuttosto da vivere come una contemplazione della grazia divina sui vissuti quotidiani. Ogni giorno si ripete in vari modi il “fiat” al Signore. Tra queste adesioni, c’è la disponibilità di
colui che ha seguito Gesù con cuore indiviso.

Mafera: “con cuore indiviso”… è quindi un’adesione superiore a quella di un laico…

È un sì che non si pone al di sopra di qualcosa, ma che vuole partecipare alla vita della Chiesa in fraternità e nel servizio ai fratelli.

Mafera: però c’è un cuore indiviso. I laici hanno un cuore indiviso?

Il laico ha un cuore che proclama con la vita il primato di Dio. In tal senso il suo magnificat confluisce nell’unica lode che accomuna persone consacrate e fedeli che non hanno professato dei voti.

Mafera: perché insistere oggi sui consacrati? C’è qualche novità al riguardo?

La persona consacrata affronta attualmente delle realtà difficili. Nei Paesi occidentali molti atteggiamenti di indifferenza possono non facilitare l’entusiasmo dei consacrati. Anche fenomeni quali il soggettivismo, il sincretismo e un neo-positivismo possono essere voci che non sostengono  il messaggio evangelico. Insistere sulla vita consacrata diventa, allora, recuperare alcuni valori-base.

Mafera: quali sono questi valori?

La persona si consacra a “Qualcuno”. Non cancella il proprio mondo, non si allontana dagli ambienti di ogni giorno, non proclama un elenco di “no”,  ma entra nel Cuore di Dio, nella Sua logica, nelle scelte essenziali. Il consacrato vive da “risorto” in Cristo in una  comunità che dovrebbe essere segno della Città eterna, della Gerusalemme celeste.

Mafera: l’ubbidienza è un valore?

Se considero la Chiesa un esercito, allora rientro nella logica della subordinazione gerarchica. Se contemplo la Chiesa come Corpo Mistico, allora la sintonìa diventa un valore perché consente  di superare l’antagonismo, la maldicenza e la passività inerte.

Mafera: quindi, alla base di tutto, c’è una scelta. Quella  di Dio…

Nel consacrato c’è un orientamento ove il primato di Dio non è solo proclamato, ma vissuto. Ma l’impegno non si ferma qui. Se io affermo qualcosa, devo poi  orientare tutte le mie scelte nell’opzione-chiave. Nel consacrato questo avviene contemporaneamente in più modi. Con la fraternità. Con l’operosità. Con una totalità di offerta

Mafera: la fraternità non è sempre facile

La fraternità nasce da una vita di fede. Per essere rafforzata non ha bisogno necessariamente di gesti esterni ma di un più accentuato avvicinamento al Cuore di Dio.

Mafera: anche l’operosità ha le sue salite

Il consacrato è posto in un mondo in cambiamento. Secondo la lezione dell’Incarnazione  deve restare a fianco di ogni figlio di Dio. Però deve anche ricordare a tutti che siamo in cammino verso la Casa di Dio. Questo è l’aspetto più delicato.

Mafera: l’operosità richiama anche ad alcune grosse strutture dei consacrati. Tali ricchezze sono in sintonìa con il voto di povertà?

Il Vangelo condanna l’uso improprio del denaro.  Se le ricchezze sono un idolo, questa divinità deve essere gettata dal piedistallo. Se, al contrario, l’investimento economico mira a realizzare servizi utili per la comunità (es. comunità alloggio) e centri a sostegno degli stessi consacrati (ad es. quelli anziani)  l’impiego del denaro è fruttifero.

Mafera: eppure non sono mancati gli scandali collegati a “mammona”…

Le scelte economiche devono rimanere opzioni etiche. Quando l’investimento è slegato da un servizio ecclesiale effettivo, si crea una disfunzione ove subentra la logica del potere. In tale contesto, diventa molto importante il ruolo di supervisore dei vescovi e dei superiori di comunità.

Mafera: prof. Guiducci, la totalità di offerta di un consacrato, è forse, oggi, un orientamento poco compreso…

Forse qualcuno  non ha compreso che il termine “totalità” significa “sequela” senza condizioni. Forse, si pensa a una perdita di libertà, di autonomia, di creatività, di originalità. Ma ciò non è esatto. Nella fraternità dei consacrati ogni dote umana deve essere valorizzata. Ciò avviene con un passaggio: dall’io al noi. Ma questa dinamica la si trova anche nelle famiglie.

Mafera: se è tutto chiaro, perché esistono molti problemi tra i consacrati?

Per un lungo periodo storico il consacrato è stato ritenuto un “diverso”. In pratica, la sua consacrazione lo rendeva capace di santità perfetta. Poi si è visto che la consacrazione non cancella l’umanità del soggetto, non abolisce i limiti, gli aspetti caratteriali meno piacevoli, non preserva da quelle famose tentazioni di Gesù nel deserto…

Mafera: quindi lei conferma anche il sussistere di contro-testimonianze tra i consacrati…

La contro-testimonianza è un allontanamento dalle caratteristiche della vita consacrata ma non è qualcosa  che deve provocare atteggiamenti “farisaici” nel popolo di Dio. L’esperienza del peccato è una realtà talmente invadente che ogni giorno, durante la celebrazione della messa, il sacerdote chiede perdono a Dio per sé e per i peccati dei membri della Chiesa. A questo punto il nodo-chiave è uno: come prevenire la contro-testimonianza? Con una vita religiosa più intensa. Con il superamento delle “isole” nella Chiesa. Con un accompagnamento (non necessariamente “direzione”) spirituale. Fino ad arrivare a delle scelte di chiarezza che possono essere anche dolorose.

Mafera: oltre alle contro-testimonianze, esiste anche un calo vocazionale. C’è una minore fede?

I gradi della fede in ogni persona li conosce Dio. Noi possiamo osservare le manifestazioni della fede. I frutti della fede. La fecondità della fede. In tal senso, un’analisi statistica inerente le vocazioni non dice molto. I numeri non chiariscono in merito ai vissuti. Alle formazioni ricevute. Alla missionarietà permanente nelle Chiese locali. Addirittura, in alcuni casi, una diminuzione di vocazioni può anche significare una più alta consapevolezza di scelta. Occorre quindi essere cauti. Piuttosto, ciò che serve è rafforzare una pastorale coniugale, famigliare. Occorre trasformare le nostre parrocchie da aggregazioni ecclesiali stabilite con atti formali, a comunità vive, senza confini, ove ogni gruppo, ogni associazione, ogni abitazione, ogni cuore, è una porta aperta sulla strada.

Mafera: nel frattempo, però, aumentano in Italia i consacrati che provengono da altri Paesi, anche da nazioni ove esistono Chiese giovani…

Questa dinamica a qualcuno pare strana ma è solo una storia che ritorna. L’Italia è stato un Paese evangelizzato da persone che provenivano dal Medio-Oriente. In seguito è avvenuto un rafforzamento delle comunità cristiane, della loro organizzazione. Ma non bisogna dimenticare la stessa Lettera di san Paolo ai Romani, la catechesi di Pietro, le missioni nella Tuscia (la terra degli Etruschi), l’evangelizzazione tra i Longobardi…

Mafera: c’è quindi un cambiamento non negativo?

C’è un mutamento segnato anche da forti trasmigrazioni e da nuovi accordi internazionali ove la Chiesa è chiamata ad essere nuovamente segno di “comunione” e di “contraddizione”.

Mafera: scusi, ma non le sembra una contraddizione?

Se la “comunione” è una sommatoria di buonismo, di aspetti gratificanti e di azioni segnate da un principio di “auto-salvezza”, allora siamo in presenza di un carrozzone che perderà pezzi lungo la strada. Se al contrario, la “comunione” è un movimento aggregante intorno a un “pensiero forte”, allora sarà possibile accettare l’esperienza del limite e guardare anche al trascendente. A Dio.

Mafera: prof. Guiducci, il voto di castità che significato può avere in una società ove in più casi si esaltano le convivenze momentanee?

Anche negli anni terreni di Cristo, le popolazioni del tempo attribuivano un’enorme importanza alle intese affettivo-sessuali e alla fecondità generazionale. Malgrado ciò, la figura di Gesù si presenta come quella di un Uomo casto. Sul piano storico, la Sua castità gli consente un continuo movimento. Egli attraversa diverse regioni. Entra nelle case. Prepara discepoli. Muta delle prassi. Delle consuetudini. Annuncia il Regno di Dio. Affronta l’Ora della Redenzione… Tutta questa dinamica riconduce a un punto-chiave: Gesù esprime in modo totale la volontà del Padre. Non coinvolge nel Suo impegno né una singola donna, né un intero nucleo familiare. Egli è “di tutti”. Opera “per tutti”. È il Salvatore dell’intera umanità. La Sua Famiglia è la Chiesa.

Mafera: a questo punto, che cosa augurare ai consacrati del nostro tempo?

La fedeltà al carisma. L’attuazione di gesti poveri. Il sapersi inginocchiare davanti all’Assoluto e al povero di ogni tempo.