Se non noi, chi?

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feb 02 2012

                  Nel nostro Paese si coglie una comprensibile e crescente
                  domanda di equità e di giustizia sociale
                  che sentiamo risuonare in noi in profondità e intensamente.
                  Non è rumore di fondo, o chiacchiericcio inutile.
                  È espressione sana di sacrosante esigenze di imparzialità redistributiva…

20 febbraio 2012: Giornata Mondiale della Giustizia Sociale
Istituita all’unanimità dai 192 Stati membri delle Nazioni Unite nel 2007, e celebrata per la prima volta nel 2009, la Giornata Mondiale della Giustizia Sociale rappresenta oggi più che mai un invito pressante a tutti i Paesi perché intraprendano azioni concrete che diano senso ai valori universali della dignità umana e della opportunità per tutti. Noi pure vogliamo prepararci a celebrarla (se non noi, chi?) con un piccolo sogno: che tutte le persone consacrate nel mondo sappiano, intanto, che questa Giornata esiste; che ognuno la celebri come può: con azioni, idee creative e concrete aperture di speranza; che tanti, tutti si uniscano almeno per pregare affinché il grande sogno per un mondo più giusto si trasformi in realtà.

Domanda di equità e giustizia sociale cresce in Italia
 “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Mich. 6,8) Dappertutto nel nostro Paese si coglie una comprensibile e crescente domanda di equità e di giustizia sociale. Non è rumore di fondo, o chiacchiericcio inutile. È invece espressione sana di sacrosante esigenze di imparzialità redistributiva, mentre la crisi economica e finanziaria continua a produrre costi umani molto elevati, ma rimane grande la disparità economica e sociale.

Situazione contraddittoria
-         Soltanto una persona su cinque gode in Italia di un’adeguata sicurezza sociale. E mentre i prezzi dei generi alimentari, dell’energia, della benzina… aumentano, un fardello sproporzionato è portato dai poveri, che certo non sono in grado di sostenere i rincari. Soddisfare le necessità primarie diviene una lotta quotidiana per chi già fa fatica ad arrivare a fine mese. Se poi in famiglia qualcuno si ammala, o un anziano ha bisogno di assistenza, o si perde il lavoro, allora il problema diventa sopravvivere e si sperimenta in ogni istante il volto duro della privazione, del sacrificio e della rinuncia.

-         Cosa dire, in questa situazione, di fronte a chi – nonostante tutto – incassa ancora retribuzioni o pensioni di centinaia di migliaia di euro e trattamenti di fine rapporto di sei o sette milioni? Di fronte a chi continua a vivere di privilegi, di spreco, di ostentazione, di urla, di escort?…

-          “Eccoci impegnati con una realtà che ha durezze talvolta invincibili. …Abbiamo veramente compreso che la «perfezione» individuale non disimpegna da quella collettiva?”, rifletteva già a suo tempo Giorgio La Pira. La nostra oggi, più di allora, è crisi di cuore: tocca il sentimento di appartenenza alla comunità. E muore la politica. Che politica è infatti quella che non nasce per difendere il bene comune o comunque non lo persegue con coerenza, con riforme anche radicali quando è necessario?

Se non ora, quando?
Riuscirà il governo, con la promessa equità della sua manovra, a riportare gli italiani a credere nella politica, a non aver paura di impegnarsi nel preparare quel futuro, necessariamente diverso, che nuovi segni dei tempi vengono prefigurando?
Certamente ogni discorso sull’equità perde di senso, quando la manovra non incide sull’evasione fiscale e sulla distribuzione tra il reddito e il patrimonio; quando deputati e senatori semplicemente si coalizzano solo per difendere decisioni portate avanti con pretese di autotutela corporativa (pensiamo anche solo al ‘diritto al vitalizio’, o al ‘no’ della Camera all’arresto di Cosentino!).

La crescita economica non può avvenire certo a prescindere dall’equo accesso al benessere sociale e alla giustizia di ciascuna persona. Siamo costretti a rilevare che in gioco ormai c’è la decenza etico-morale del rapporto tra eletti ed elettori. I cittadini onesti non capiscono.

Ci auguriamo che la politica sia in grado di mantenere le promesse fatte. Che il governo riesca nel proposito di combattere la corruzione, cominciando ad eliminare i privilegi che consentono a troppi di vivere ‘di politica’. Che riesca a ‘moralizzare’ stabilendo regole trasparenti con le quali restituire il potere di decisione ai cittadini, eliminando le aberrazioni che proliferano un po’ ovunque. Che il piano SalvaItalia, tradotto in decisioni concrete, si incentri davvero sulla dignità umana di tutti e consenta un lavoro decoroso per una vita decorosa per tutti. Tutta una generazione di giovani aspetta di essere riconosciuta nei suoi nuovi e specifici problemi per poter coltivare prospettive davvero concrete e una reale integrazione. Un mondo del lavoro chiede riforme che assicurino condizioni degne della persona umana…

Popoli ‘crocifissi’: segno dei tempi
La crisi che stiamo vivendo è solo la più recente manifestazione di profondi squilibri globali. Vi sono popoli depredati come quello del Congo; popolo ignorati come quello di Haiti; popoli perseguitati per il loro credo religioso come quello della Nigeria. Vi sono popoli inondati (Thailandia, Filippine, America, Cina…); popoli provati da tensioni, violenze, guerre (Siria, Afghanistan, Iran…); popoli affamati, mentre compagnie straniere producono ciò che però esporteranno nei loro Paesi d’origine… Sono i popoli crocifissi del nostro oggi: i vinti della storia, del mercato, delle guerre e delle società attuali. Sono ancora, come sempre, il segno dei tempi per chi li vuole leggere. Intraprendere azioni nuove -che scaturiscano finalmente da uno spirito di solidarietà e con l’unico obiettivo di riequilibrare l’economia mondiale e nazionale- è quanto mai necessario e urgente.

Se non qui, dove?
Alla luce di questi segni, ci conceda Dio di aprire gli occhi su orizzonti più vasti di quelli a cui siamo abituati, imparando nello stesso tempo a vedere persone del nostro quotidiano di cui forse non ci accorgiamo neppure; lasciandoci contagiare dai “buoni” – che pure ci sono in ogni tempo e anche nel nostro – nell’agire e più profondamente ancora nell’essere.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

La grazia di un tempo di crisi

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gen 19 2012

 Un’angoscia da crisi economica attraversa l’Italia da un capo all’altro segnando la sorte di tante, troppe persone. ‘Suicidi da denaro’ per la perdita di posti di lavoro in continuo aumento. Suicidi di imprenditori strozzati dai debiti: solo nello scorso anno 25 casi. Disoccupazione giovanile oltre il 30%; quella femminile che supera il 40%. Per tutti pochi punti di riferimento comuni e pochissime certezze cui ancorarsi. L’Italia è sempre più il Paese delle disuguaglianze: la “forbice” tra chi sta nell’indigenza e chi vive come se nulla fosse si va ulteriormente allargando. In tutto questo il denaro continua ad alterare la morale comune.

Malattie da denaro

È sotto gli occhi di tutti che molti nel nostro Paese hanno rubato e sprecato a dismisura perché chi poteva fermarli si è lasciato corrompere. E la corruzione purtroppo è diventata un comportamento tanto diffuso da apparire ordinario, persino senza sensi di colpa e senza paura di condanna. La corruzione in realtà è mossa dalla possibilità di avere denaro senza fatica; non servono nemmeno gesti criminali eclatanti (che per altro non mancano!); basta semplicemente scegliere di favorire qualche persona; persino le grandi carriere oggi sono mosse più dal denaro che dal bisogno di affermazione.

E se una volta il popolo era la ‘coscienza’ più vigile per la giustizia e l’uguaglianza, (vox populi, vox Dei- si diceva!), oggi anche molti poveri si sono lasciati corrompere da chi lavora sui loro sogni, più facili certo da soddisfare dei bisogni veri. Quella che stiamo vivendo è crisi economica e anche di valori diffusi. Muoversi nel quotidiano guardando al futuro con speranza è diventato decisamente difficile.

Occasione di rinascita?

Certo il problema di origine economica non può che trovare soluzione economica. Ma l’economia non è un fatto puramente contabile. È un evento umano, nelle sue riuscite come nei suoi fallimenti. E la crisi è un’occasione, visto che essa mai lascia le cose così come le ha trovate dopo il suo insorgere. Anzi, proprio le circostanze in cui è più difficile scorgere sintomi di speranza possono diventare momenti di svolta, i più favorevoli alla ricerca della verità e del senso. È necessario però trovare il coraggio di rinascere. Perché se il denaro serve a vivere, il senso dell’esistenza va al di là di questo utile strumento, è altrove. Lo sanno tutti. E lo dimenticano quasi tutti. Perché?

In realtà solo una fede solida permette in qualsiasi tempo di non cedere alla disperazione. Affidarsi realmente alla fede infatti mette in condizione di conoscere che la misura di tutto è l’amore; dà quindi l’energia necessaria per spingere il proprio sguardo al di là dell’immediato, e di impegnarsi con costanza e intelligenza. La rinascita quindi può avvenire soltanto sul piano dei rapporti. A partire dal rapporto con Dio.

Dimensione umana cercasi nell’uso del denaro

Quante persone nella nostra società vivono per spendere, accumulare  e mostrare quello che possiedono come simbolo del proprio valore, alla ricerca di un “sempre più” che non è mai abbastanza? Solo il barbone guarda il mondo e siede al margine di una strada, come uno spettatore seduto in prima fila a teatro. Si nutre, e quando ha fame va nei cassonetti. Non si cura e non spende in barbiere né profumi. In fondo è il solo che vive come se il denaro non ci fosse. Per la maggioranza degli altri invece non esiste nulla che non sia riconducibile al denaro, come se questo fosse misura di tutte le cose.

Così se si parla, la domanda è: quanto costa? E se un oggetto non ha un prezzo non vale nulla. È nulla. Il significato che ognuno dà al denaro colora la vita; e se si vuole capire una persona e i principi che la guidano nelle sue scelte, elemento centrale è sempre partire dall’osservare il rapporto che ha con il denaro.

Il denaro infatti è capace di dettare il ritmo all’esistenza; di condizionarne qualità di vita e sentimenti; persino di mutare il clima familiare e di essere limite alle relazioni.

A volte è un pretesto per mascherare dissidi di altro tipo, che riguardano comportamenti e relazioni personali. Il dramma del denaro continua addirittura anche dopo la morte: per le pratiche di successione; in Italia si è giunti al 75 per cento di cause legali, con odio e lotte tra parenti che superano ogni immaginazione.

Il denaro in realtà con tutta la sua potenza genera il nulla e la felicità da denaro è solo un sentimento che si consuma, destinato ad essere momentaneo…Occorre ridare ai soldi una dimensione umana, se davvero vogliamo che questo individuo moderno, senza radici né legami, saturo di sé in una desolata solitudine, sia realmente liberato.

E il ruolo dei religiosi?…

 “Nessun momento è fuori dal disegno di Dio, o privo di un senso provvidenziale” (C.M. Martini). Cercare e scrutare attentamente questo cammino provvidenziale è proprio il compito storico dei religiosi, anche oggi. Essi nel nostro mondo sono un ‘piccolo gregge’ e per ora sempre più piccolo. Una condizione ideale, perché essa – svincolata da rapporti di forza e di potere – agisce nella società al servizio di tutti come lievito. Ai religiosi, forse oggi più che mai, si richiede la consapevolezza di questa chiamata a mettere la propria verità umana, verificata continuamente nella fede, a disposizione della crescita di tutti nella giustizia e nella solidarietà.

… vivere come minoranza

Una minoranza disposta a interrogarsi con sincerità su ciò che realmente pensa e sente in riferimento alla ricchezza in generale, alla ricchezza degli altri, a quella dei propri parenti… E in riferimento anche alla povertà, che sia propria o di altre persone.

Una minoranza che con l’intelligenza e la forza della fede si apre al confronto e può assumersi  il compito di ricostruire intorno a sé una trama di rapporti veramente umani, a partire dai poveri. Non sospetto, quindi, in qualsiasi rapporto, ma collaborazione; non isolamento, ma solidarietà. E non per semplice senso del dovere, ma per amore. Con la certezza nel cuore che in ogni incontro vero c’è sempre da imparare. Allora nella storia rimarrà un seme: lievito di umiltà, di misericordia e di mitezza.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

A 50 anni dall’annuncio di papa Roncalli

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gen 09 2012

Fare insieme

C’è un bisogno vero nell’uomo che troppo spesso, soprattutto nel tempo presente, per molti rimane inascoltato: vivere in una società in cui si è tenuti  in considerazione anche da chi non ci conosce. Non l’esperienza, quindi – così frequente purtroppo – dell’esclusione più o meno nascosta dietro l’apparenza delle buone maniere. Ma il poter cooperare, fare con, fare insieme.

A fare insieme, il 25 dicembre 1961, i vescovi di tutto il mondo furono chiamati da papa Giovanni XXIII per “contribuire più efficacemente alla soluzione dei problemi dell’età moderna”. Egli infatti quel giorno firmava la bolla “Humanae salutis” con cui indiceva il Concilio Vaticano II. E scriveva:“Ci sembra di scorgere in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi che fanno bene sperare sulle sorti della Chiesa e della umanità”.

Di fronte ai mutamenti culturali, tecnologici, economici e sociali del suo tempo e mentre tanti nelle attuali condizioni della società umana non sono capaci di vedere altro che rovine e guai”, papa Roncalli sceglie di interrogarsi confrontandosi con i vescovi sul ruolo della Chiesa nella società e nella storia. Desidera riflettere insieme su come annunciare in modo nuovo il Vangelo di sempre. Soprattutto invita tutti a cooperare per affiancare davvero con la forza della fede e del dialogo il cammino dell’umanità nella prospettiva della costruzione del Regno di Dio. Chiede perciò di guardare con apertura al dialogo con tante altre realtà e mostra così una Chiesa capace di affrontare  il mondo moderno.

Mandato: leggere i segni dei tempi

 “La Chiesa è per il mondo. La Chiesa altra potenza terrena per sé non ambisce che quella che la abilita a servire e ad amare” (Paolo VI). Con il mandato di saper leggere i segni dei tempi e di prestare attenzione alle sfide presenti in essi, Papa Giovanni in realtà presagiva il cammino futuro: “rendere più umana la vita dei singoli” aiutandoli a scoprire la propria dignità.  

L’annuncio del Concilio in quel Natale del 1961 comunicava ai cristiani più ‘vivi’ una sensazione di entusiasmo e di gioia ed apriva una stagione importante per la vita della Chiesa cattolica pervasa da una forte carica di rinnovata fiducia nella possibilità di farsi capire e di arrivare quindi, veramente a tutti, non solo ai cattolici. Un Concilio infatti se è veramente tale parla sempre a tutti, anche ai non credenti.

La storia della Chiesa e la storia dell’umanità intera in realtà in quegli anni si avvicinarono e s’intrecciarono fra loro, come forse mai era apparso prima. E quel Concilio, puro fatto di Chiesa, fu anche espressione e segno di un’epoca, di una fase storica, una tappa insomma del cammino umano complessivo. Una grande ricchezza che mantiene intatta tutta la sua attualità e il suo valore.

Noi fra le sfide attuali

Eppure oggi sembra che le parole non abbiano più significati condivisi e non servano per alimentare il confronto e il dialogo, ma solo per alzare steccati. Sarà anche per questo che noi sembriamo aver perso quell’entusiasmo, quella fiducia, quella capacità di sognare che il Vaticano II aveva comunicato alla nostra Chiesa?

Di fatto Benedetto XVI ha annunciato una nuova iniziativa storica perché la passione per la pace e la giustizia contagi di nuovo il mondo intero e riviva.

Nel 50° anniversario del Concilio Vaticano II, egli ha chiamato, infatti, di nuovo tutti i cristiani alla corresponsabilità annunciando uno speciale anno della fede con la lettera apostolica “Porta fidei”. L’inizio è previsto per l’11 ottobre 2012 e la conclusione sarà il 24 novembre 2013, solennità di Cristo Re dell’universo.

Il motto: “Scoprire la fede: il Vaticano II un Concilio per oggi!”.

L’obiettivo: proporre agli uomini del nostro tempo “uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero, pacifico”. Uno sguardo che permetta di ritrovare, nell’ascolto e nel confronto veri l’antidoto all’insulto e all’indifferenza.

Nel Concilio scaturito dal grande cuore di papa Giovanni XXIII, “ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre” (Giovanni Paolo II). La sua lezione però dev’essere ancora pienamente accolta perché molti frutti di quello straordinario evento ecclesiale -oggi purtroppo ancora acerbi- possano giungere a maturazione.

Potrebbe essere utile a questo, per esempio, cominciare, noi, a sottrarci a qualcuno dei numerosi bisogni indotti che tanto malessere e violenza provocano? Decidere responsabilmente insieme di partire dai bisogni veri dell’uomo per poter ridare valore alla persona nella nostra società?

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Davvero poco amore – tanto web?

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dic 27 2011

La solitudine da cui si cerca di uscire  

 “Se ami sarai messo a morte, se non ami sei già morto”. Con questa sua suggestiva espressione Henry McCabe riassume la sfida che è tutto il Vangelo di Cristo e perciò anche il senso concreto di una profonda conversione a Lui. Eppure il dramma di questo momento storico è la solitudine, il deserto in mezzo alla gente. Soli mentre si è invasi da rumori, canali televisivi e distrazioni di tutti i tipi; mentre gli altri ti passano accanto e non ti vedono, come se tu fossi trasparente.

La depressione è l’immagine clinica di questa solitudine e oggi nel nostro Occidente è diventata un capitolo anche dell’adolescenza.

Che cosa significa concretamente ‘amare’ quando – di fronte ad un ambiente percepito come ostile o estraneo - si è presi dalla paura e dalla depressione? Quando si sperimenta in sé come una furia psicologica che spinge alla fuga dal proprio quotidiano? O ci si trova a reagire in modo istintivo e violento nei confronti dell’ambiente, quasi a volerlo distruggere? E tutto questo forse senza neanche conoscere i sentimenti veri che dall’intimo muovono la persona in tale direzione…

Le necessità che spingono online

Voglia di esser connessi. Richiesta di legami; bisogno di sentirsi parte di una comunità, anche se solo virtuale e sognata… La popolazione, che in Italia sta ore ed ore con gli occhi sgranati davanti al pc, è formata per l’80% di giovani fra i 12 e i 14 anni. È la ‘generazione bit’, che impara prima a chattare e poi a scrivere.

Ma il segmento di popolazione che sui social network oggi cresce più di tutti è quello degli anziani. Si tratta di una crescita vertiginosa, soprattutto in questo ultimo anno. La conferma viene dai dati ufficiali nazionali, per i quali ogni clik non è solo pulsante premuto su una tastiera, ma piuttosto un vuoto d’interazione nel quotidiano, che la persona cerca di colmare davanti a uno schermo.

Lo sbarco dei padri nel pianeta dei figli…

Secondo il sociologo Zygmunt Bauman, il cittadino globale oggi è alla ricerca di spazi nuovi dove esorcizzare il destino della solitudine. Ed è proprio di questi giorni la notizia che Facebook - luogo d’incontro online – ha superato Google, che è luogo di ricerca online. Facebook sembra nato per essere una nuova agorà soprattutto per la terza età.

Gli over 60 oggi inviano e ricevono e-mail; consultano articoli dai giornali; controllano il conto in banca; visitano siti istituzionali di comuni, province e ministeri; ottengono informazioni su aerei e treni. Soprattutto hanno scoperto che grazie alla rete possono restare in contatto con figli e nipoti, ritrovare vecchi amici, stare in compagnia pur trovandosi soli in casa… E anche se le ‘amicizie’ online si rivelano semplicemente “contatti”, finestre passive che si aprono su altre vite, rappresentano però pur sempre una speranza.

Certo il sentimento della solitudine comporta disagio, avvertito come una malattia da cui è necessario fuggire. Nuove insicurezze, nuovi bisogni… Così per guarire qualcuno pensa al gatto terapeutico, o fa ricorso al cane terapeutico E intanto quello della solitudine rimane uno dei fenomeni meno studiati e meno conosciuti dalla maggior parte della gente, forse perché affrontarlo richiederebbe una profonda analisi di sé e invece sembra molto più semplice non fermarsi a riflettere e distrarsi.

…e nel solipsismo telematico

Spesso si riempie il proprio tempo di appuntamenti con amici e conoscenti, si lavora come matti, ci si carica di impegni e di distrazioni… “Non ho tempo”, si ripete continuamente… come se altri avessero il compito di decidere ogni cosa per noi! Quando però lo stordimento (da lavoro o altro) lascia soli e incapaci di mentire a se stessi, le paure si mettono in fila a una a una, avviando talvolta, nel campo della salute mentale, a quella moderna forma di dipendenza, che è il solipsismo telematico. Si tratta della propensione nel comportamento a scegliere il web come luogo di rifugio in cui appartarsi per trovare sollievo dai problemi quotidiani. L’isolamento e l’eccessiva ricerca della presenza (anche virtuale) degli altri, possono già essere spie di questo malessere che chiede di essere riconosciuto ed espresso per poter essere guarito.

Ambulatorio per dipendenza da internet

Così due anni fa, al Policlinico Gemelli di Roma, è nato un ambulatorio per curare tale dipendenza da internet. Vi si ricerca e dibatte sulle conseguenze patologiche accusate dal popolo della Rete: emicrania, irrequietezza, insonnia, tachicardia… Ad oggi vi sono in cura trecento casi. Ogni malato vi è accompagnato ad imparare un uso intelligente di internet. Il che significa essere aperti a prendere il buono dalla rete; nello stesso tempo non mortificare, ma riattivare in sé la quotidiana fatica di “capire” interamente se stessi in ciò che ci si aspetta dagli altri e dai propri rapporti con loro. Perché è questo in realtà che offre una prospettiva nuova da cui guardare ciò che ci circonda e noi stessi.

Per una educazione preventiva alla rete…

Nessuna demonizzazione della tecnologia, quindi, o chiusura davanti alla modernità. Invece una ricerca scientifica che mira ad un patto di autoregolazione per un consumo razionale del mondo in versione www.

Gli anticorpi più efficaci da bulimia mediatica e sovraccarico da internet rimangono gli affetti, il bene ricevuto e donato attraverso gesti quotidiani e concreti… Riconoscere perciò la radice della propria  solitudine e distinguerne nel proprio comportamento i ‘frutti velenosi’ può fare di tale esperienza un’occasione di costruzione e di rinascita, una fonte preziosa per ritrovare momenti di intimità e di autenticità… se si è in cerca di autenticità.

…decifrare la propria solitudine

Si può per esempio ritrovarsi feriti e perciò isolarsi – con apparente indifferenza – a leccarsi le piaghe. O può capitare di avvertire intorno a sé chiusura e condanna da parte di qualcuno e mascherarsi per questo da vittime incomprese. O forse si è semplicemente immersi in quella esperienza tanto quotidiana e comune che è l’egoismo. Di esso ci si nutre, e così mentre si cerca unicamente il possesso o l’incondizionata approvazione dell’altro, ci si può anche illudere di offrire amicizia.

La vita che ci è affidata ci chiede ogni giorno qualcosa per potersi esprimere pienamente. Ci chiede di non lasciarci distrarre da mille pretesti, da mille doveri da compiere, o da mille preoccupazioni e paure da esorcizzare. Perché in realtà solo se si è in grado davvero di essere soli – e soli con Dio – si è anche capaci di amare, di condividere e immergersi nell’essenza più intima di un’altra persona, senza volerla possedere e senza diventarne dipendenti.  

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

IL NOSTRO NATALE

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dic 19 2011

 

 “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: “regna il tuo Dio” ( Is. 52,7 – 10). 

La liturgia della “Messa del giorno” del 25 dicembre è attraversata da profondo stupore e da grande gioia.

 E’ nato un bambino!

Un figlio ci è stato donato!

Una voce!

Le sentinelle insieme esultano!

Prorompete in canti di gioia rovine di Gerusalemme!

Sì, perché un giorno santo è spuntato tra noi; oggi una splendida luce è discesa sulla terra!

La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Viene nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 

Un bambino, un dono, una voce, una luce nelle tenebre.

 Nella fragilità degli elementi, accade l’evento che cambia le sorti del mondo.

La sproporzione spaventa e stupisce, ma anche fa gioire, fa gridare di gioia, fa correre, fa cantare, trasforma in messaggeri della buona notizia, e… tutti i confini della terra vedono  la salvezza del nostro Dio.

Non possiamo celebrare il natale del Signore e non sentirci abitate dal desiderio bruciante,

dalla volontà e dal proposito di essere donne che diffondono la luce della Sua presenza salvifica in mezzo a noi.

Ma per questo è necessario permettere alle nostre fragilità di lasciarsi abitare da quel bambino, da quella voce, da quella luce…

E’ necessario entrare nell’Evento indifese, lasciando che il vero di noi stesse si impregni della VERITA’, che i nostri contorti sentieri entrino nella VIA, che  le nostre ideologie si lascino trasformare dalla VITA.

Da quel primo natale è preparata per noi la VIA la VERITA’, LA VITA.

Dobbiamo soltanto percorrerla, insieme ai nostri fratelli, con gratitudine immensa e con pace vera.

 Finalmente decentrate da noi stesse ed immerse in questa novità sconvolgente possiamo incontrare i fratelli donando loro  una possibilità sempre nuova; quella di contemplare e adorare quel Bambino che rinasce anche in loro, come Via, Verità e Vita.

Sia questo il Natale più bello per ogni donna che ha consacrato tutta la sua esistenza al Bambino che avrà sulle sue spalle il dominio, al Consigliere ammirabile, al Principe della Pace.

Buon Natale!

Sr Viviana Ballarin op

Presidente USMI Nazionale

Dal Pianeta Carceri

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dic 05 2011

In Italia si muore di carcere – Fragilità e contraddizioni della giustizia penale

…Leggi e istituzioni penali possono dirsi veramente umane se operano in funzione dell’affermazione e dello sviluppo della dignità del colpevole. L’obiettivo  è il recupero, non la pena in sé. Ma siamo veramente capaci di pensare il colpevole come persona da rispettare, salvare, promuovere ed educare? (C. M. Martini).

Il carcere è una realtà che ci riguarda tutti perché tutti siamo impastati di bene e di male; eppure è certo che nessun male può snaturare o svalorizzare la dignità umana. Che in Italia le carceri – con tutto ciò che ad esse è collegato – siano in una situazione vicina al collasso è noto da tempo; ma questo importa davvero a qualcuno? D’altra parte forse per qualcuno è facile riconoscere un proprio simile, in tutto e per tutto, nella persona che si macchia di certe colpe gravi? 

“Mentre mi arrestavano mi hanno pestato”. Sono parole che echeggiano pesanti dopo la morte sospetta di Cristian De Cupis, da molti considerato già il nuovo caso Cucchi. ‘Un arresto difficile con un esito inaspettato’, la prima ricostruzione dei fatti.

La giustizia in Italia: promessa o miraggio?

Nel nostro Paese non c’è la pena di morte, eppure la ‘questione carcere’, per i fatti che in esso accadono, è drammatica e per questo tanto più urgente. Vi si muore a volte per le percosse subite; altre volte per cure mediche non ricevute; sempre più spesso di suicidio. C’è una stretta relazione fra l’alto tasso di suicidi (anche di agenti della polizia penitenziaria, non solo di detenuti!) e le condizioni disumane in cui sono costrette i rinchiusi: celle minuscole, carenze igieniche e strutturali, risorse insufficienti, sovraffollamento in crescita, carenza di personale… con tutte le conseguenze immaginabili.

Questione di dignità in una democrazia avanzata

Occorre accompagnare il detenuto perché sappia ricostruire la propria vita. Non solo tenerlo in una cella. Invece, soffocati come sono da un affollamento che rende impossibile ogni possibilità di reinserimento sociale, i nostri istituti penitenziari facilmente diventano non un luogo di redenzione, ma, per tanti, una nuova scuola di delinquenza. Questo accade in una democrazia avanzata che annovera tra i valori primari della sua Carta Costituzionale il principio secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il male va sempre segnalato e sanzionato e non taciuto o ignorato. Ma il diritto di vivere come “esseri umani”, insieme al rispetto della persona, che è valore fondamentale della nostra civiltà occidentale, devono essere garantiti anche negli istituti penitenziari. Il nostro Parlamento certamente è responsabile di omissione in questa materia. La questione rimane aperta come una ferita dolorosa. Eppure basterebbe cominciare con una riforma seria del codice penale che tolga la prigione per i reati meno gravi.

Giustizia come armonia sociale: appelli inascoltati

Molti sono gli allarmi e gli appelli – rimasti purtroppo finora inascoltati – che da più parti denunciano una situazione giunta ormai a livelli di disumanità. Per tutti citiamo il più autorevole, che è venuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In occasione del convegno “Giustizia! In nome della Legge e del Popolo sovrano” nel luglio scorso ha denunciato “una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo, per non parlare dell’estremo orrore dei residui ospedali psichiatrici giudiziari. Inconcepibile in qualsiasi paese appena appena civile è l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducatrice della pena e sui diritti e la dignità della persona”. Ma  anche questo richiamo è stato accolto da una generale indifferenza dell’opinione pubblica.

 “Non c’è uomo per quanto reo di colpe, che non possa essere recuperato”

In carcere ci sono i detenuti e, insieme a loro: guardie carcerarie, militari, cappellani, volontari; suore che vivono qui per essere più vicine alle sofferenze di cui sono testimoni; suore come Enrichetta Alfieri, beatificata nel giugno 2011, detta la madre dei carcerati e definita dal non credente Indro Montanelli epicentro di ogni speranza nel carcere milanese di San Vittore. C’è anche chi radicalmente scosso dalla realtà del carcere e dalla compassione di alcuni esseri umani, si avvia a un vero processo di conversione. Non meraviglia questa potenza di Dio, legata spesso alla conoscenza della Parola e all’esperienza di un amore umano incondizionato e gratuito.

Cosa hanno da dire i cristiani?

Là dove cresce il dolore è terra benedetta. Un giorno o l’altro, voi tutti riuscirete a capire cosa significa questo (Oscar Wilde). Per dirla in altri termini: occorre un cambio di mentalità che può nascere solo da una conversione del cuore. È facile per tutti, per esempio, confondere la domanda di sicurezza con quella di “più galera per tutti”. Il problema è complesso, ma certo la realtà del carcere, così come è oggi, più che garantire, insidia la sicurezza di tutti.

Quello che ebbe a dire Martin Luther King a suo tempo Non temo le cattiverie dei malvagi; temo piuttosto il silenzio dei giusti, rimane valido anche oggi. Ci è chiesto di uscire dal torpore e di acquisire una consapevolezza nuova della realtà. Non esistono persone solo negative o unicamente capaci di fare il male, identificabili perciò nel reato; in ognuno convive frumento buono mescolato a zizzania. Ed è compito del cristiano ricordarlo: a se stesso e agli altri. La giustizia della Croce non toglie il male dal mondo, ma lascia i problemi affidati alla nostra libertà e responsabilità. Il valore grande di ogni persona, diventato memoria del cuore, orienterà e muoverà ognuno ad agire di conseguenza. 

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Il nostro avvento

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nov 24 2011

Mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza

(canto al vangelo 1ª domenica di Avvento)

Quante volte il popolo della promessa, in cammino tra fitte tenebre, oppresso dall’ombra della morte e dalle tribolazioni della schiavitù, minacciato dalla tentazione, percosso e umiliato da mille contraddizioni, ha innalzato al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe questo grido:

mostraci o Dio la tua misericordia e donaci la tua salvezza”.

E’ il grido della speranza.

Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce.

E’ la luce della promessa che si veste di attesa di un dono futuro, ma che il popolo pregusta nel presente come nube che lo guida e lo copre con la sua ombra, o come palla di fuoco che nella notte gli apre un varco camminando davanti ai suoi passi.

La speranza del popolo eletto non poteva spegnersi dentro di lui perché sapeva che Dio mantiene le sue promesse. Pensiamo ad Abramo, ad Isacco, a Giacobbe, a Mosè, a Maria. Noi oggi sappiamo che ogni promessa si è adempiuta in Cristo.

 Mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza

 A questo grido costante del popolo dell’Antico Testamento fa eco l’ultima parola della Chiesa sposa: Maranathà, vieni Signore Gesù.

Intravediamo qui come ogni tempo e qualunque momento del viaggio umano su questa terra sia attraversato da un brivido che va verso l’altro ed uno che scende verso il basso.

Noi gridiamo a te Signore, le tue mani si aprono e tu ci riempi dei doni della tua promessa (cfr Salmo144).

In questo nostro tempo, bello e tormentato, sembra però che l’uomo abbia smesso di implorare, forse il suo viaggio ed i suoi affari terreni lo hanno portato lontano, forse non vede più la luce che ancora brilla davanti a lui vicino o lontano, forse si è perduto nella selva intricatissima delle sue passioni, forse ha anche perso la memoria e non si ricorda più delle promesse di Dio; egli cammina a tentoni, gli cresce la disperazione dentro impedendogli di invocare.

Noi, religiose, camminiamo proprio in questo nostro tempo, in questo nostro mondo e siamo circondate sempre più da un panorama squallido: l’uomo fa da solo, non si ricorda di Dio, fa sempre di più a meno di lui, è indifferente e non si stupisce più per la sua  venuta in mezzo a noi, non pare neppure proteso verso un fine ultimo che inesorabilmente avanza.

Dilaga invece sempre di più una cultura materialista per la quale celebrare il  natale felice vuol dire concludere il pranzo con il pandoro bauli,  oppure ricevere o regalare un iPad o un iPhone, ecc.

Ma Dio ha suscitato il carisma della vita religiosa nella Chiesa perché fosse lungo la storia degli uomini, una memoria vivente del vangelo della speranza.

  Mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza.

Sono convinta che, oggi, per tutte noi religiose vivere l’Avvento del Signore acquista un significato molto forte quando riusciamo con la nostra vita, con la nostra testimonianza quotidiana e, con la nostra parola, ad aiutare i nostri fratelli “smemorati”. Essi hanno un Padre che li attende, un Fratello che vuole venire a dimorare nella loro casa e possono ricominciare a gridare: mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza: Gesù.

Una sorella infermiera si accorse che un paziente aveva molto bisogno di verità e di amore. Tutte le volte che veniva alla clinica per una visita o una cura si accostava a lui, e con delicatezza e discrezione gli dava il tempo per ascoltarlo fino al momento in cui poteva proporgli una parola di speranza, una parola del vangelo. Un giorno la suora venne a sapere che l’unica preghiera che quell’uomo conosceva era il “Padre nostro”, forse insegnatogli dalla madre. E così ogni volta il dialogo tra i due si concludeva con la preghiera del “Padre nostro”.

Dopo vari anni, lo stesso paziente ritorna alla clinica per un intervento chirurgico, ma prima di essere ricoverato chiede della suora  perché le vuole parlare.

Vuole accostarsi alla confessione sacramentale, dopo 60 anni che non lo faceva.

Al termine della confessione chiese al sacerdote di pregare insieme con lui il Padre nostro.

Mirabile incontro tra la misericordia di Dio e la creatura umana che ha ricominciato ad invocare; mirabile filo d’oro che la suora ha saputo tessere e trasformare per il fratello in memoria del vangelo.

Che sia questo, in ogni nostra giornata in mezzo ai fratelli, il nostro Avvento di Natale!

Sr Viviana Ballarin op

Presidente USMI Nazionale

Struggente nostalgia di futuro

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nov 18 2011

Niente ‘nuovo mondo, nuove idee’

Nuovo mondo, nuove idee: erano le parole d’ordine lanciate dai leader delle maggiori economie mondiali per il loro incontro a Cannes. Ma il summit dei ‘Grandi’ è poi terminato e nessuna ricetta o strategia risolutiva ne è uscita. Se è vero che gli eventi della vita, soprattutto quelli dolorosi, arrivano per farci cambiare rotta, nell’attuale mondo (economico e non solo!) la necessità di cambiamento rimane e anzi si fa sempre più urgente. La crisi di sistema infatti continua ad imporre una radicale rifondazione delle regole sulle quali basare l’economia del pianeta! E in noi rimane la struggente nostalgia di un futuro migliore del passato.

“Una sola cosa da fare”

Il vecchio maestro Ermanno Olmi confida: “Ho capito che c’è una sola cosa da fare oggi: cambiare, cambiare il mondo, certo, ma prima di tutto noi stessi. C’è in giro troppo disagio, ci sono troppe differenze, troppa vergogna, troppe cose inutili. Così come stiamo vivendo adesso, anche dentro di noi, si precipita solo in un baratro, a meno che ciò non sia già accaduto”. Impegnarsi per ‘cambiare’, coltivando in sé nostalgia di futuro, è un grande inno alla vita!

La storia insegna e chiede 

Ma  non esiste un mondo alternativo a quello in cui ci troviamo a vivere dal quale iniziare il ‘viaggio’ per cambiare. Il cambiamento può venire unicamente da quelle scelte concrete che in noi nascano da:

-         un senso di giustizia diverso da quello imperante;

-         il rispetto dell’altro, qualsiasi altro, ricordando che se il razzismo (di qualsiasi genere!) è una cattiva cosa, evitarlo è questione di civiltà;

-         il ritorno necessario all’onestà; e, per un cristiano, l’impegno nella carità;

-         in sintesi: il ripensare il nostro essere oggi al mondo, a questo mondo, per viverci con fondata speranza  e fedele impegno.

È la storia che chiede tutto questo, se non vogliamo che sia la storia a cambiare noi.

Incapaci di amare ‘per sempre’?

Come è avvenuto in fretta, per esempio, il trapasso da un’umanità che incentrava sul matrimonio i riti della maggiore età e del distacco dai genitori, alla nostra che si stacca più tardi e quasi senza accorgersene, andando a convivere un po’ per volta e si sposa, se si sposa, quando matura il libero convincimento al matrimonio. Le nozze sono scese al minimo storico ed è quasi possibile prevedere statisticamente la durata dell’unione. Aumentano anche i bambini nati fuori da tutti gli schemi della psicologia della coppia, senza che i compiti dei genitori siano integrati. Certo nel nostro ambiente liquido-moderno la fedeltà a vita è una grazia, inseparabile da varie disgrazie.

Futuro oscuro…

Il punto è che stiamo vivendo una deriva della società verso l’individualismo.

Così, con facilità:

- si passa da un desiderio di consumo all’altro secondo il modello dell’usa e getta;

- si misura ogni azione con il metro del consumo;

- ci s’impegna in un rapporto finché se ne ha voglia senza assumersi alcun tipo di

  responsabilità;

- si misura anzi la validità di una relazione secondo la clausola del mercato soddisfatti o

  rimborsati.

Famiglia e scuola, d’altra parte -come pure ogni altra istituzione- non sembrano più essere in grado di elaborare significati condivisi, né di assicurare la coesione necessaria a una vita serena e significativa.

…senza un cambio di rotta!

Il problema vero è che mentre fa paura il ‘per sempre’, in tutti rimane il bisogno di un amore pieno, fatto di relazioni solide e vere nelle quali tutto avvenga nell’autenticità, in piena rispondenza fra ciò che si sente e ciò che si fa. E senza perdere la propria individualità nel  confronto intellettuale ed emozionale che si vuole continuo.

I nostri giovani, soprattutto sugli ultimi punti, non sono disposti a compromessi. Certo questo li porta facilmente a lasciarsi al minimo problema per cercare nuove emozioni e nuove esperienze. Essi in effetti sono in parte il prodotto di questa società che siamo noi, del suo grado di complessità, delle incertezze che vive, di un futuro che oggi ha pochi punti di riferimento stabili. La rispecchiano. Noi li abbiamo riempiti di “niente” e oggi sono i più poveri tra i poveri. Eppure in essi possiamo intravvedere l’indicazione di nuove vie possibili per tutti.

Sono messaggi per tutti, per esempio, la ricerca infaticabile di autenticità; l’impegno pragmatico e appassionato per essere solidali; la generosità nel creare unione nei momenti difficili per essere più utili. La loro risposta semplice ed efficace al dramma dell’alluvione prova che dai giovani può ripartire anche la ricostruzione dell’Italia. 

Vivere è imparare ad amare

“Con tutto il denaro di questo mondo non si fanno uomini, ma con uomini che amano si può fare qualsiasi cosa” (Abbè Pierre). L’amore da sempre è la preoccupazione essenziale, confessata o no, di tutti gli uomini e di tutte le donne, sotto ogni cielo. Il bisogno di sentirsi utili a qualcuno che non può vivere senza di noi e con il quale condividere pienamente la propria avventura nel mondo.

Passi possibili

Una tra le poche cose in cui non si può normalmente fingere è nel fidarsi. Come nella fede, così nell’amore: o uno ci sta o non ci sta. Ma l’amore (come la fede) non è incorruttibile. Diventa invincibile solo se accetta continuamente di misurarsi e commisurarsi alle esigenze del bene e della felicità del prossimo; se si fa capace di piegarsi sulle sue necessità fino a lasciarsi toccare dai suoi desideri più veri e più profondi. E’ l’amore incondizionato che fa sbocciare nella persona un atteggiamento spontaneo e fiducioso verso l’esistenza, la sensazione rassicurante di protezione e nutrimento, il senso di dignità in quanto esseri umani a prescindere da identità e posizione sociale. E allora, ricchi di questo, si può guardare avanti.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Sublime natura dentro la storia

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nov 09 2011

La sfida: scavare e ‘ascoltare’ per capire

Non vi è nessuno dal quale non si possa imparare. Questa volta saranno forse le persone – i cui corpi sono stati trascinati a valle da fiumi di fango anche per chilometri prima di poterne uscire vive – a insegnare a noi. Se sapremo ascoltarle.

Negli ultimi cinquant’anni, un po’ dappertutto sul nostro Pianeta abbiamo:

-         sfruttato le risorse della Terra in maniera sconsiderata e opportunistica;

-         ridotto la materia a possesso egoistico e l’esistenza ad essere un’affannosa corsa a possedere il più possibile;

-         accresciuto a dismisura le distanze tra ricchi e poveri…

All’improvviso -in un territorio limitato della Liguria e della Toscana settentrionale molto vicino alla nostra vita quotidiana- si verifica una precipitazione di tipo veramente anomalo per la quale acqua e fango travolgono tutto: i beni di chi vi abita e tante vite umane. È la fine anche per uno dei nostri siti più prestigiosi presenti nella lista “patrimoni dell’umanità”: un concentrato unico di natura, storia e cultura, straordinario biglietto da visita dell’identità italiana fondata su bellezza e cultura. L’equilibrio delle Cinque Terre celebrato dall’Unesco si è rotto.

Insieme a tutto questo e ai dolori che diventano comuni, forse, rimane travolto anche quel caos che siamo tutti quando non permettiamo alla mano di Dio di riposare sul nostro capo. Questo, almeno, nell’attuale calamità possiamo augurarcelo.

Territorio a rischio di frane e tutela ambientale

L’alluvione ha provocato tale devastazione da ottenere il riconoscimento di calamità nazionale. L’evento quindi è stato di una gravità eccezionale. Ma tutte le regioni italiane sono più o meno a rischio di frane disastrose a causa dell’eccessivo consumo di suolo. Da anni infatti l’Italia è il primo esportatore mondiale di cemento e il secondo consumatore (dopo la Cina!) e ogni anno sul suo territorio sono cementificati circa 500 chilometri quadrati, pari a tre città di Milano. La gestione del territorio in sintesi è poco corretta.

Negli ultimi decenni si sono intensificati infatti abusivismo edilizio e interventi per regolare il flusso delle acque in aree a rischio di esondazione. Gli alvei dei fiumi e dei torrenti sono stati rettificati, ristretti e ingabbiati entro sponde di cemento, con gravi ripercussioni sulla fisionomia dei corsi d’acqua e sugli equilibri ambientali. Le precipitazioni, non riuscendo ad infiltrarsi più nel sottosuolo, ‘ruscellano’ in superficie e travolgono tutto.

L’attuale dissesto territoriale insomma, come molti che lo hanno preceduto, di naturale ha molto poco… Deregolamentazione, speculazione, illegalità sembrano purtroppo entrate a far parte integrante della nostra cultura. Non a caso l’Unesco sta valutando, da qualche anno, la possibilità di escludere molti dei nostri siti più belli dalla lista dei “patrimoni dell’umanità”. Abbiamo però la possibilità di decidere di cambiare rotta. E subito.

Assunzione di una responsabilità collettiva

L’attuale contesto di grave crisi economica e di civiltà, chiede che ognuno di noi:  

-         prima di agire si fermi a riflettere

-         cresca nella consapevolezza della situazione drammatica in cui abbiamo costretto il nostro Pianeta

-         si apra all’assunzione di una responsabilità collettiva.

Aprire dibattiti e lavorare insieme è la via. Non possiamo infatti delegare questa scelta ai politici, che spesso sono addirittura disinformati o in conflitto di interessi. E anche pensare di fare da soli è troppo poco, perché è sempre troppo facile ai singoli scegliere se stessi e aprire di nuovo la porta al caos.

Messa in sicurezza del territorio

La persona credente poi è chiamata a lasciarsi muovere da un’altra motivazione, che riassume tutte le altre: Dio affida la creazione all’uomo non perché eserciti ‘dominio arbitrario’, ma perché la custodisca come un figlio può prendersi cura del patrimonio del Padre (Benedetto XVI). Da tale consapevolezza nasce l’imperativo di attuare una gestione corretta del territorio che metta al primo posto la sicurezza dei cittadini coniugandola alla tutela ambientale. Perciò la necessità di:

-         ripensare a un governo del territorio, che in Italia è praticamente assente

-         mettere a frutto i grandi saperi tecnici e scientifici che possediamo per agire sul fronte della prevenzione

-         intervenire con rimedi che tengano conto anche dei nuovi cambiamenti climatici, dei quali oggi sono le popolazioni più povere a pagare il maggior prezzo.

È assurdo che si spendano miliardi di euro per risanare danni causati da emergenze idrogeologiche prevedibili e previste. E i reiterati annunci di condoni edilizi o sanatorie, per far cassa con gli oneri di urbanizzazione, non sono più tollerabili.

Speranze per una storia nuova

“Nell’agitarsi frenetico della società contemporanea, rallentiamo, appartiamoci e pensiamo, anzi, meditiamo”, invita il cardinal G. Ravasi. La riflessione certamente è condizione per ripartire – anche dopo la calamità di un’alluvione – nella libertà e nella fiducia. Ma anche alla fatica di dar vita a una nuova intelligenza comune unendo le forze in una direzione comune non esiste alternativa reale. Su questa via i nostri figli e nipoti vivranno forse in un mondo con meno energia e meno abbondanza. Ma forse con più efficienza energetica, più giustizia sociale e più felicità.

E’ un compito che tocca tutti, forse particolarmente chi, come i consacrati e le consacrate, hanno doveri e possibilità formative nell’ambito educativo, assistenziale, familiare, pastorale, catechetico, di evangelizzazione, di annuncio. E’ scritto nelle prime pagine della Genesi: “Il Signore Dio, prese l’uomo  e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse”.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Che cosa “fare” nel tempo presente?

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ott 31 2011

Pianeta dilaniato e sbigottito

Un interrogativo (quello del titolo) che vuole sintetizzare tante domande vive e che inquietano nel presente smarrimento sociale, politico, culturale di un ‘mondo di cui Dio non si è pentito’. La valutazione del presente esige di essere liberata da ogni ottimismo beota: l’uomo ha smarrito se stesso e questo suo peccato collettivo, imputabile alla società nostra e al consorzio umano del nostro mondo, porta la storia ad essere la storia del dominio e della guerra. (G. Barbaglio).

La bugia al potere

Così:

-     Le ‘democrazie’ sono diventate campi di battaglia in cui la vittoria è lasciata alla forza materiale e non alla forza della ragione.

-     La guerra, sempre figlia della menzogna pubblica (nazionale e internazionale), continua a produrre inganno quando è creduta; e a ingenerare sfiducia quando è scoperta.

-     L’accondiscendenza del popolo, che crede alle menzogne, e in questo modo le perpetua: un fatto certamente non solo dei nostri giorni! (cfr EZ 13,10!)

-     Troppe politiche seguono una ‘doppia verità’ a seconda delle convenienze e delle utilità: il dittatore è ‘accettabile’/amico e alleato da accogliere, e diventa orco da sopprimere di cui si fa vedere il linciaggio praticamente in diretta TV (in Italia per Gheddafi è stato così!), suscitando un orrore che ipnotizza, a cui purtroppo ci si abitua.

-     Davanti a noi una casta preoccupata di perpetuare se stessa e i propri privilegi, mentre progressivamente si allontana dal contatto con i cittadini e dall’intera società.

-     L’andamento delle Borse tiene quotidianamente banco nell’informazione, e nessuno spazio o quasi si dà al dramma di cinquanta milioni di morti per fame registrati ogni anno; tanto meno all’economia di pura sussistenza in cui vivono diversi popoli, se non interi continenti.

-     I mezzi di comunicazione, usati spesso come strumenti di menzogna e di inganno, fanno l’interesse di chi li usa a discapito del bene dei destinatari.

-     Cieli, terra e mari, intanto, un po’ dappertutto risultano sempre più inquinati come discariche.

Chi siamo noi di fronte a tanto?

La verità è che sull’uomo incombono rischi che spesso distolgono da un ‘fare’ positivo senza forse che egli ne diventi nemmeno consapevole. Non abbiamo forse tutti, qualche volta, fatto esperienza di quell’attivismo esagerato che rode dentro? o di una certa routine che blocca la persona a ripetere le stesse azioni? O forse della presunzione che irrigidisce, o della stanchezza che fiacca…

Tutto questo vuol dire allora che l’uomo è anche impotente ad uscire da quei vicoli chiusi in cui va a cacciarsi? E che, alla fin fine, è relitto di un naufragio esistenziale e storico senza limiti, per cui riesce, tutt’al più, a sognare e progettare vie solo ideali di ‘uscita’?

Ma per la soluzione vera del problema della pace sulla terra, a ogni persona serve una fede grande  nelle risorse operative presenti comunque nella natura dell’uomo!

E noi?…

È indispensabile lasciare che tutto questo arrivi al cuore di ogni uomo e lo inquieti, se davvero vogliamo che nelle persone maturi la domanda dei gerosolimitani agli apostoli:”Che cosa dobbiamo fare fratelli?” (Atti 2,37). In questa direzione, già questo fermarsi a riflettere insieme è un ‘fare’.

La forza infatti per cambiare le cose e la storia scaturisce dalla propria verità di uomo, è riconoscibile nella felicità della persona e ‘parla’ nella sua riuscita. È quindi, prima di tutto, questione del proprio vero essere, del proprio essere autentico. Un modo di agire gratuito, disinteressato, umile, pacifico, mite è già messaggio che modifica la realtà.

Sfida permanente

Si riuscirà allora a recuperare nel mondo politico e nel vivere quotidiano il senso di un impegno che sia davvero servizio e non dominio? A realizzare una politica non riducibile a mera gestione del potere, ma finalizzata a grandi traguardi?

Il vero problema è trovare in sé, tutti, la forza di tornare al confronto delle idee e dei progetti concreti. Arrivare, sempre più in tanti, a un confronto che sia serrato, forte, polemico anche, se necessario. Ma serio e costruttivo.

Solo la comune fede in una umanità capace di fare questo, ci metterà in grado di rovesciare il segno negativo della politica e della nostra storia.

Che cosa dovrò gridare? (Is 40, 1-11)

Abbiamo visto in questi anni cadere i regimi del Nord Africa e sognato di essere di fronte ad un’autentica primavera politica. Ma se le ribellioni produrranno democrazia e diritti umani, o se ad esse seguiranno scelte autoritarie, repressione, ostilità per le minoranze, una nuova arroganza dei vincitori… dipenderà anche dal nostro Occidente democratico. Forte della sua antica civiltà, vorrà rivedere in modo stabile il suo atteggiamento verso le dittature e i regimi autoritari, di qualsiasi colore e natura siano? Saprà educare se stesso e tutti a crescere nell’esperienza della democrazia vera, che è nello stesso tempo libertà e responsabilità?

Il compito specifico dei cristiani e dei religiosi nella storia: essere profeti …

I cristiani della Chiesa primitiva, come anche -nella tradizione- il popolo dei profeti, non si sono mai ridotti a un atteggiamento di passiva rassegnazione, arrendendosi quasi per forza maggiore. E non hanno mai vissuto come esperienze di disperazione le smentite storiche delle loro attese. Hanno voluto e saputo invece rilanciare la loro speranza storica, legata a questa terra e al suo destino.

…e camminare insieme nella verità

Ci è necessario:

-      Lasciare che la realtà di questo tempo e le sue domande ci arrivino al cuore.

-      Verificare il cammino che stiamo facendo insieme a tutti – e farlo in     comune – nella verità del Vangelo.

-       Recuperare il senso di una profonda comunione spirituale.

-       Creare così una larga comunità di spirito e di cuore e tenerla viva attorno alla Parola.

Sarà questa comunità a rivelare l’incisività del Regno realizzato in una rete di rapporti autentici.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it