Archive for the ‘Società’ Category

Twitto o non twitto?

Società | Posted by usmionline
apr 09 2013

Internet rispecchia e  mostra ciò che sta dentro di noi. Abitare con autenticità e competenza il continente digitale è oggi necessità inderogabile.

Nomadi digitali …

twitto1La Rete delle reti, luogo senza centro, disegnato anarchicamente e continuamente ridisegnato,  è l’unica vera e inarrestabile novità del terzo Millennio, contrassegnato dalla più epocale crisi della relazione interpersonale. La ‘generazione y’ – i nati tra gli anni ’80 e il Duemila –  cresciuta a pane, internet e dispositivi mobili, trascorre la “vita sociale” più in compagnia delle nuove tecnologie che con altri esseri in carne e ossa. Secondo il Rapporto Cisco 2012, gli oggetti più desiderati e considerati indispensabili a ogni latitudine sono: computer, portatile e cellulare smart, ‘vissuti’ ormai come la propria estensione corporea. I teenagers iniziano la  giornata controllando sms, posta elettronica e social media. Se non possono connettersi si sentono persi e ansiosi. twitto2Ma non si tratta di una ‘urgenza’ solo generazionale. Sono centinaia di milioni le persone che condividono in Facebook, Twitter, You Tube – le reti più “social” – la propria vita, minuto per minuto, realizzando ciò che viene definito ‘intimità digitale’. È come se tutti scrivessero nello stesso tempo e sullo stesso foglio di carta a più mani, creando, scambiando, completando notizie e idee. Quasi un blog collettivo aggiornato in… presa diretta. E, anche se  due utenti su tre account non twittano nulla, tutti insieme alimentano continui ‘cinguettii’ di 140 caratteri l’uno. In tal modo – chiarisce Josh Rose – Internet non ci sottrae la nostra umanità: la rispecchia. Non s’insinua dentro di noi: ci mostra ciò che sta dentro di noi.

… con voglia di vita vissuta e condivisa

Twitter, Facebook, Google e tutti i cosiddetti social network incarnano una utopia che è propria di ogni persona a prescindere dall’età. Per dirla con un’espressione di Antonio Spadaro, l’utopia di poter stare sempre vicini alle persone a cui teniamo in un modo o nell’altro, e di conoscerne altre che siano compatibili con noi; di poter nutrire interessi comuni, condividere pensieri, conoscenze, pezzi di vita… Può sorprendere che si cerchi nella realtà virtuale quello che spesso non è possibile trovare nella realtà-realtà. Ma vivere on-line rende straordinariamente facile ‘entrare’ in un rapporto e allo stesso modo agevola una possibile ‘uscita di sicurezza’ dal rapporto stesso quando lo si avverte liso e consumato. In ogni caso è sufficiente un clik.

Così – mentre i frequentatori abituali del web sono convinti che la propria credibilità cresca in proporzione al numero di “amici” vantati sul sito e, al contrario, i non frequentatori ritengono che i veri amici si contano solo sulle dita di una mano – rimane prepotente e vitale nel cuore di ognuno il bisogno di incontro con l’altro nell’autenticità.

Intanto il nostro tempo sembra aver bruciato gli spazi della riflessione e ridotto all’insignificanza quelli della comunicazione e inaridito il sentimento attraverso il quale sapere cos’è il bene e cos’è il male (U. Galimberti). Questo a partire dalla famiglia e dalla vita in comunità.

Nel deserto della comunicazione emotiva…

twitto3Il fatto è che, se il mondo emotivo vive dentro di noi come un ospite sconosciuto, è difficile pensare di riuscire a comunicare, o anche solo di poter governare la propria vita senza una adeguata conoscenza di sé. Così il vuoto di comunicazione manifesta i suoi primi segni nella svogliatezza della persona, nell’indolenza, nella ribellione … Nei casi più gravi la rassegnazione depressiva prende il posto delle parole che non abbiamo saputo scambiare con gli altri e nemmeno con noi stessi. L’umanità, che soprattutto oggi è alla ricerca spasmodica di un’identità, ha più che mai bisogno di uomini/donne capaci di relazione.

 … relazioni mancate

Nella loro realtà quotidiana gli adulti spesso, invece di arginare le inquietudini dei figli, tendono a rispecchiarle. Pensano di comunicare con loro e con il mondo intorno perché trasmettono dei messaggi. Ma se manca l’apertura interiore che consente alle parole dell’altro di risuonare dentro di noi rimettendoci in questione; se riteniamo che la sola cosa importante sia quella che ‘noi’ abbiamo in mente e che vogliamo dire e non ciò che l’altro sta cercando forse disperatamente di farci comprendere, allora trasmettere non è comunicare, né educare.

La carenza di ascolto spinge i giovani a riversare la propria identità su internet, dove qualcuno a volte fa l’esperienza di quel bullismo che oggi si colora anche di tecnologia. Mancanza di sicurezza, bisogno di essere accettati, confusione di identità…? Di fatto aumentano i gesti estremi di adolescenti, turbati da un linciaggio effettuato contro di loro via Facebook.

Il problema urgente dunque è imparare ad abitare – e ad abitare con autenticità – i tecnomondi oggi disponibili, senza rinunciare all’autenticità delle relazioni interpersonali, le sole capaci di generare  – con fecondità e senza scolorirlo – l’annuncio del Vangelo. Un gran lavoro da fare insomma nell’educarsi e nell’educare per essere all’altezza di questo nostro tempo.

Va’ dove ti porta il … web!?!

twitto4Se è vero che le tecnologie non portano automaticamente a un cambiamento per il meglio, il web rende le persone, che sono attente a ‘vedere e sentire’, più aperte alle opinioni degli altri, più sensibili e tolleranti.

Così per esempio in Islanda gli strumenti tecnologici, per la prima volta, sono stati messi al servizio del bene comune, per un governo più partecipativo e rappresentativo: una vera e propria rivoluzione nell’ambito di una moderna democrazia europea. La bozza della nuova Costituzione, stilata dall’Assemblea Costituente, è stata pubblicata nei social network Facebook e Twitter, per poi essere rielaborata secondo i consigli e le proposte dei cittadini e sottoposta nuovamente alla  valutazione di questi con scadenza settimanale. Non solo, ma ogni cittadino era libero di intervenire, proporre riforme e discussioni attraverso forum, videoconferenze, e assemblee che potevano essere seguite in tempo reale. Il risultato? La bozza costituzionale esprime realmente i desideri dei cittadini. Non a caso tra i diritti fondamentali inseriti in essa figura quello a un “ambiente salubre e ad una natura incontaminata”. È la dimostrazione che anche i tweet che portano buone comunicazioni positive, come semi del Vangelo nel nostro tempo, possono portare frutto e moltiplicarsi per trenta, sessanta e cento … Così come è per il credente: ascoltare la Parola al mattino e portarla nella mente e nel cuore sostiene il cammino di un giorno e anche di una vita.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

 

I giovani e l’ingresso nel mondo del lavoro

Società | Posted by usmionline
mag 05 2011

Che siamo in crisi nessuno osa più negarlo. Intanto la crisi continua e si accanisce sui giovani. Questa la fotografia scattata a marzo e resa pubblica alcuni giorni fa dall’ISTAT.

I problemi che i giovani sentono e si pongono per il futuro –ammonisce il Presidente G. Napolitano- sono gli stessi che si pongono per il futuro dell’Italia. Quella che stiamo vivendo è una crisi economica, culturale, spirituale, etica. Tocca i fondamenti della nostra civiltà.

Disoccupazione è precarietà

In un mercato del lavoro in continuo mutamento, la maggior parte di chi è formalmente disoccupato svolge in realtà lavori saltuari, poco remunerati, nella totale assenza dei più elementari diritti dei lavoratori e con contratti a brevissimo termine. Per non parlare del lavoro nero, sommerso, il quale finisce semplicemente con il sommergere l’individuo. Disoccupazione oggi è precarietà. Ma che cosa diventa precario?… le condizioni di lavoro o l’esistenza del lavoratore? E qual è la soglia di sostenibilità di una vita precaria?

Effetti devastanti della disoccupazione

- L’impossibilità di accedere in tempi ragionevoli a un lavoro stabile porta con sé ambiti di incertezza e una perdita di autostima persistente nel tempo… al punto che la precarietà finisce col diventare un vero e proprio stile di vita. Porta a scoraggiamento, a soffrire per disturbi d’ansia e anche a un calo di motivazione nella ricerca di un impiego futuro. Porta un ritardo sempre più accentuato del passaggio da eterni figli a genitori. Passaggio che mette a rischio un equilibrio sociale ed economico già abbastanza fragile.

- Costretti a fare affidamento sul portafoglio dei genitori, anche i giovani che vogliono laurearsi dovrebbero potersi scegliere i genitori con relativo studio ben avviato, dato che ancora oggi il mestiere si trasmette per via ereditaria. Oppure possono scegliere di studiare bene un paio di lingue straniere e di tenere il passaporto pronto. Ma quando la cosiddetta fuga dei cervelli all’estero diventa frequente come negli ultimi anni, allora un’enorme quantità di capitale umano rischia di andare tristemente sprecato. Ci perdono i nostri ragazzi, che saranno sempre meno capaci di contribuire alla crescita del Paese. Ma non solo loro. Ci perdiamo tutti.

Politiche giovanili e del lavoro

A fronte di questa crisi che non molla, è difficile immaginare un’inversione di tendenza. Si tratta di una vera e propria questione nazionale e va affrontata come tale. Non basta certo che tanti si sforzino di ricostruire i fatti che riguardano i giovani assecondando mentalità e senso comune, fino a considerarli viziati, bamboccioni, persone con aspettative irrealistiche… Fino ad attribuire loro la colpa della propria disoccupazione: troppo istruiti -si dice- gli under 30 non si adatterebbero più a fare gli umili e sani lavori di una volta.

Ma questo dato è in contraddizione con il fatto che in Italia il livello di istruzione negli ultimi anni si è alzato meno che in tutti gli altri Paesi europei. Bisognerebbe invece pensare seriamente a rendere più competitivo il sistema produttivo italiano. Il che significa decidere di investire di più su innovazione e ricerca, evitando di far ricadere in gran parte la competizione -come purtroppo è ora- sul costo della forza lavoro e sulle famiglie.

L’indifferenza non paga

Sembriamo essere privi della sintassi del bene comune, la sola che possa spingere a decidere di muoversi verso l’innovazione dei processi, di puntare su istruzione e ricerca, scommettendo sul potenziale delle nuove generazioni. Ma non si può subire passivamente la realtà che ci circonda, né distruggerla o fuggire. Non si può nemmeno soggiacere a una cultura disumanizzante o all’indifferenza.

I giovani sono la parte sana che può dare nuova vita alla parte adulta e inquinata dell’umanità. Essi vivono il tempo come ‘nascente’, e questo può ridare slancio agli ideali.
A questa nostra società che si sta corrompendo e disgregando serve un’iniezione di amore. E se non è nelle nostre possibilità cambiare il mondo, è però nelle nostre possibilità cambiare il nostro cuore. È urgente perciò varare un patto sociale condiviso e mettere in atto strategie coraggiose di indirizzo.

Produttori di bene comune

Sarà il cuore a farci capaci di riportare nel mondo del lavoro il primato della persona; a farci operare per rendere dignità, umanità, capacità critica e di sogno alle persone.

Scrivere il futuro in fondo significa semplicemente creare le condizioni per vivere nuove libertà: dal bisogno, dall’imbarbarimento mediatico, dalla mercificazione del lavoro, dal globalismo commerciale e finanziario. Per questo è necessario che ognuno di noi -e insieme- ogni giorno scegliamo da che parte stare e da quale prospettiva guardare il mondo, ricordando che “Il cristiano è un produttore di bene: e di bene sociale. Sta nella società per questo: per fare il bene”: lo diceva Igino Giordani, ma è un messaggio più che mai attuale.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Come briciole di fronte a un mondo che cambia

Società | Posted by usmionline
apr 11 2011

La sfida della nostra civiltà

Ci sono alcuni momenti chiave, nella nostra vita personale e nella storia, quando è particolarmente importante:

- comprendere come stanno le cose per non subirle

- capire ciò che non va per cercare di cambiarlo

- riconsiderare se stessi come ‘altro’ per riconoscersi dentro quella fraternità, che comprende anche conflitti e distanze

Quello che stiamo vivendo è uno di questi momenti storici.

La vera appartenenza è al mondo globale

Al miliardo di persone che ogni anno lascia il proprio Paese e Continente, si aggiunge oggi l’esodo tragico in massa dalle situazioni del Nordafrica. Tra i primi 6000 di questi arrivati l’età media è 18-35 anni e c’è un alto tasso di istruzione. Ma sono disperati.

Di fronte a queste masse di nostri fratelli e sorelle che cercano di fuggire dalla miseria sbarcando ogni giorno a migliaia sulle nostre coste (quando ci riescono!), la nostra debolezza culturale più rischiosa è cedere alla paura e calcolare la solidarietà con la bilancia appunto della paura.

«La sfida più urgente della nostra civiltà -ci ricorda il card. Martini- è imparare a convivere come diversi condividendo lo stesso territorio geografico e sociale».

In realtà nel contesto storico in cui ci troviamo a vivere, noi ci sperimentiamo dentro i confini delle nostre città come una briciola di fronte a un mondo che cambia ed è in movimento. E avvertiamo con urgenza la necessità di ripensare l’argomento frontiera.

Solidarietà alla prova

La storia insegna che la sicurezza di cui, anche oggi, abbiamo bisogno nelle nostre città è una relazione vera con le persone nuove che incrociamo sulla nostra strada. Una relazione che ponga ancora al centro la persona e la sua dignità, prima che la sua appartenenza. Le persone infatti, sempre e in ogni situazione, contano più delle cose.

E allora ci chiediamo:

- la mobilità, che caratterizza il nostro tempo come non mai, in che modo ci sta cambiando la vita, le relazioni, il modo di pensare e sentire?

- Il nostro sguardo interiore, sempre chiamato a muoversi e a cambiare per poter rimanere vivo, sta imparando a VEDERE la luce nell’ombra?

Età dei diritti negati?

La paura di rimetterci qualcosa può impedire a chiunque di riconoscere il diritto delle persone che fuggono dalla miseria, dalla guerra, dalle emergenze ambientali…

Ma non ha senso per nessuno parlare di diritti se non si accenna anche ai legami e alle responsabilità; se non si è impegnati a cogliere e a dare voce alla disperazione di chi riesce a lamentarsi solo tentando di fuggire.

Ognuno ha il dovere di contribuire al bene comune. Non farlo ha un solo nome: egoismo.

Senza considerare, inoltre, che nella persona c’è sempre una tensione che non è solo economica, per cui quando si lavora per gli altri in realtà si diventa persone migliori.

Parola d’ordine: il dialogo

-Rifiutare le differenze è sempre e per tutti devastante. E non tutela nessuno, perché uguaglianza, giustizia e differenza non si escludono (Calamandrei).

-È necessario invece rafforzare (o avviare!!) quella nuova cultura dell’ascolto che ha come obiettivo: imparare dall’altro, prima che parlare.

-Realizzare nuovi luoghi d’incontro per conoscersi nelle differenze e per comprendersi meglio. La differenza infatti non va ridotta, ma illuminata.

-Dialogare non per opportunismo o per tattica; non per mantenere il potere fingendo di aprirsi alle esigenze dell’altro; non per organizzare e gestire il consenso…

-Ma prendere per primi l’iniziativa del dialogo per cercare il “meglio” in ciascuno perché tutti ne hanno uno. Se si avrà abbastanza pazienza è certo che la gente, la quale in partenza ci poteva apparire la più “lontana” ci sorprenderà mostrandoci il suo lato migliore.

È questa partecipazione umana, autentica e profonda, che impedirà a chiunque di far “affondare la barca su cui stiamo tutti”. E le migrazioni potranno anzi diventare per ognuno occasione:

- di crescita;

- per inventarsi un modo “altro” di vivere;

- per riconsiderare le disponibilità economiche -personali e sociali- a partire dalla domanda fondamentale sull’argomento, che non è ‘quante sono le risorse di cui possiamo disporre’, ma ‘verso dove vogliamo dirigerle’.

La risposta è nella verità vissuta e testimoniata nel martirio da D. Bonhoeffer:

Responsabilità e libertà sono concetti che si corrispondono reciprocamente. La responsabilità presuppone la libertà e questa non può consistere se non nella responsabilità. La responsabilità è la libertà data agli uomini unicamente dall’obbligo che li vincola a Dio e al prossimo.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Terremoto, tsunami e nucleare interrogano

Società | Posted by usmionline
apr 02 2011

Travolgente minaccia nucleare

“Dove sei, o mio Dio?”, grida un povero viandante caduto nel fango. E subito sente una voce misteriosa dall’alto che gli risponde: “Io sono con te nel fango”!

Il dialogo è immaginato da un noto scrittore. Ma per il credente è la lezione della fede: Dio accompagna l’uomo in ogni istante della sua vita!

Terremoto, tsunami e travolgente minaccia nucleare dal Giappone supertecnologico e con una radicata cultura antisismica, in questi nostri giorni prepotentemente interrogano l’uomo sulla sua pochezza e a stento gli concedono di tener lontana dai propri pensieri e sentimenti la voce della morte. In verità la coscienza della morte ineluttabile non lascia indifferente nessuna persona e l’interrogativo sul “dopo”, presto o tardi, è di ognuno. Come lavorare e vivere infatti se l’esistenza stessa è in dubbio? Ogni essere umano porta nel profondo di sé un bisogno di significato che solo una vita ‘per sempre’ può soddisfare; una fame e sete di senso -dichiarate o inconfessate che siano- per questa vita tanto bella, eppure così fragile. Nel cuore dell’uomo c’è il bisogno inconscio di sfuggire all’annientamento; l’attesa viva di essere amato per quello che è; di sapersi interlocutore, chiamato a costruire una storia che si svolge nel tempo e prosegue oltre il tempo.

Nella notte del mondo Dio è affidabile

Nel tempo della notte del mondo (l’espressione è di Bruno Forte), e soprattutto nei momenti più dolorosi e faticosi della vita personale, solo la Parola di Dio può diventare guida e salvezza per l’uomo. Purché questi si ponga in ascolto. Allora anche dalla nube radioattiva, e dalla paura che ne deriva ad ogni essere umano, Dio parla a chi vuole ascoltare. Anzi: più c’è notte, più Dio parla. Lo fa da Dio affidabile qual è: senza fare violenza a nessuno perché vuole per sé uomini liberi.

Il rischio della fede

Esiste un legame profondo che lega la sofferenza all’amore. Ecco perché la sofferenza ha un significato.

Un messaggio tutto speciale, che il Concilio Vaticano II ha annunciato ai poveri, agli ammalati di tutto il mondo, a chi attraversa qualche prova o è visitato dalla sofferenza che si presenta all’uomo in mille volti, dice:

“Cristo non ha soppresso la sofferenza, non ha voluto nemmeno svelarne il mistero: l’ha presa su di sé e questo è abbastanza perché ne comprendiamo tutto il valore”…

L’uomo contemporaneo, nella sua solitudine assoluta, sente nostalgia di questo Dio crocifisso, che nella debolezza estrema rivela un amore infinito; a Lui, che ama sempre per primo, ognuno può affidarsi senza riserve e con la sicurezza di non essere rigettato nell’abisso del nulla. In Lui l’uomo cerca un approdo dove far riposare la sua stanchezza e il suo dolore, ma senza poi la paura di dover dipendere da Lui. Davvero il rischio della fede, in ogni tempo, è fare l’esperienza di un padre-madre che ci ama così, rendendoci liberi. Allora possiamo essere gioiosi anche se i tempi sono deprimenti, in pace anche se costantemente tentati dalla disperazione. In questa storia fatta di luce e di ombre l’ascolto della Parola fa uscire la vita dal silenzio e dall’anonimato; chiede di alzarsi sempre e di nuovo per essere veri discepoli che seguono il Signore. Ad ognuno rimane quindi il decidere da che parte stare: se consegnarsi o no a questo Amore ed entrare nel sogno di Dio.

Preghiera nella vita

Una testimonianza che l’uomo può rendere all’universale potere dell’amore di Dio è la preghiera. In essa la voce del Signore diventerà a poco a poco più forte e riusciremo a conoscere e comprendere con la mente e con il cuore la pace che stiamo cercando. Perché la preghiera conduce a morire alle nostre illusioni di potere e di controllo per dare ascolto alla voce di amore nascosta nel centro del nostro essere.

La preghiera forse è solo l’atto di morire a tutto ciò che consideriamo nostro; appropriarci della verità che noi non apparteniamo a questo mondo. Nella preghiera anticipiamo la nostra morte individuale e quella collettiva e proclamiamo che in Dio non c’è morte ma solo vita. Nella preghiera annulliamo la paura della morte e quindi la base di ogni umana distruzione. Tutto questo è una scappatoia? Stiamo ‘spiritualizzando’ gli enormi problemi che incombono su di noi e quindi tradendo il nostro tempo, così carico di emergenze?

Chi ne ha fatto esperienza, sa che consegnarsi a questo amore è l’unica ragione per cui valga la pena di vivere e di morire, perché l’amore è l’unico, vero bisogno di ogni essere umano.
Ama il prossimo tuo, perché è te stesso (Buber)

Una considerazione per chiudere: l’amore finale non lo si improvvisa. Esso mette un prezioso sigillo su tutti i gesti di amore disseminati lungo la quotidianità dell’esistenza. Prima di donare la propria vita fisica, Gesù aveva dato agli altri la sua parola, il suo tempo, le sue energie. È questo modo di vivere, di sentire, di amare che supera l’abisso e approda al grande oceano della vita divina.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

E noi staremo solo a guardare?

Società | Posted by usmionline
mar 18 2011

La miccia delle rivolte in Nordafrica

Due “Mediterranei”. Due sponde. Due realtà molto vicine, forse troppo per alcuni (o per molti), i quali non vogliono che un mare incontri e ‘contamini’ l’altro:

- un Mediterraneo rappresentato da spiagge, mari azzurri e barche a vela. Mare “ghiotto” d’energia, che la ‘crescita’ esige.

- L’altro fatto di povertà, ingiustizia, disuguaglianza e fame, ma ricco di fonti fossili.

In questa situazione per decenni i dittatori dei Paesi Nordafricani sono sostenuti e vezzeggiati dai governi europei e a lungo benedetti dal capitale delle democrazie occidentali. Mentre masse, formate soprattutto da giovani, donne e minori, tentano di continuo, su barconi di fortuna, come profughi e clandestini, l’approdo al Mediterraneo numero uno.

Un terzo dei giovani, infatti -con le donne in grande maggioranza- è senza lavoro: sulle sponde del Nordafrica (ma anche in Italia!). Questo significa che una generazione è costretta dai fatti a muoversi, a cercare un cambiamento profondo se non vuol vivere la disperazione. Le istanze dei ragazzi che, un po’ dappertutto, sono scesi in piazza contro i regimi, rischiando anche molto, non si connotano in base all’ideologia. Ma lo Stato in diversi Paesi ha usato la forza per reprimere il dissenso. O comunque non si è fermato ad ascoltarli davvero per capire la realtà e decidere di conseguenza.

La strada del guardare negli occhi il dolore

La miccia delle rivolte e dei tentativi di esodo dall’Africa è nella disoccupazione persistente, nel rialzo dei prezzi, nell’insoddisfazione verso i governi, nell’incredibile immobilismo dei sistemi politici dominanti. È risaputo che le impennate dei prezzi dei generi alimentari costituiscono un elemento destabilizzante nell’economia globale e nella società. Eppure il mondo -anche il nostro mondo- sembra voler continuare a girare intorno a un blocco di elite, senza tenerne alcun conto. Tante missionarie e missionari, invece, immuni dall’intolleranza strisciante che oggi possiede tanti, hanno fatto la coraggiosa scelta di rimanere accanto ai popoli loro affidati nel nome del Signore Gesù. Essi insegnano a guardare negli occhi il dolore e indicano la strada di una diversa consapevolezza: quella che nasce dall’amore, spinge a rileggere la storia e in qualche modo muove a fare i conti con i problemi irrisolti.

‘L’imprevisto’ diventa storia

I tempi intanto stanno cambiando: nuovi strumenti di comunicazione sono nati e sono giunti nella disponibilità anche di chi vive sulle sponde dell’Africa. Così, se qui molti giovani hanno ancora fame, ancora non hanno un lavoro e sono ancora oppressi, ora però hanno un computer e possono collegarsi col mondo. Adesso possono condividere le loro preoccupazioni, le paure e la rabbia contro tutti coloro che sono responsabili della loro situazione. Improvvisamente è arrivata un’arma che nessun leader può controllare. Almeno per ora.

Ciò che vediamo accadere nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo ha sorpreso tutti per la sua subitaneità, ma era davvero così imprevedibile? Quando grandi masse di giovani (metà della popolazione in quelle terre non arriva a vent’anni!) sono private di un futuro, il rischio dello scontento e delle sollevazioni non è forse chiaramente ipotizzabile? Eppure abbiamo continuato a vivere come se non sapessimo.

Quei giovani ora vogliono dimostrare che non sono dei buoni a nulla disposti ad accettare tutto e hanno deciso di prendere in mano il loro futuro. Chiedono occupazione e lamentano il rincaro dei prezzi, soprattutto del cibo.

Oltre la cultura della sicurezza

Secondo le ultime stime Fao, le persone sottonutrite nel mondo sono 925 milioni; 29 paesi necessitano di assistenza alimentare esterna; a essere colpiti più duramente dal rincaro dei generi alimentari sono i paesi e le fasce più vulnerabili della popolazione, sia nelle aree più sviluppate (compresa l’Unione Europea) che in quelle in via di sviluppo. Alla sicurezza degli approvvigionamenti alimentari si associa il diritto universale al cibo e all’accesso a un’alimentazione adeguata, sicura sotto il profilo della salute e valida sotto quello nutrizionale.

E noi staremo solo a guardare? Preoccupati unicamente di prevenire il rischio di una fuga di massa verso l’Italia? È davvero solo la nostra sicurezza che ci sta a cuore?

S.O.S. cercasi, per la storia, protagonisti attivi e non rassegnati

È necessario che ci interroghiamo seriamente: siamo davvero disposti a fare i conti con il giusto valore delle cose? A rivedere i criteri che quotidianamente ci guidano nelle scelte? O forse l’ipocrisia, la doppia facciata verso gli ideali -pur appresi e proclamati innumerevoli volte- e quelli per cui effettivamente ci decidiamo, ci impediscono di conoscere e di affrontare in modo adeguato la realtà storica in cui ci troviamo a vivere?

Le difficoltà e i problemi possono costituire momenti di verità, l’opportunità di una verifica su quanto stiamo veramente cercando nella vita. Nella esperienza di fede, come anche nella vita, non giocarsi è essere già morti. Mentre un’esperienza autentica di Dio, capace di trovare nella relazione con Lui la ragion d’essere della propria vita, si rivela anche nella capacità di interrogare correttamente e di lasciarsi interrogare dalle situazioni storiche, con docilità di cuore e disponibilità a convertirsi. In fondo democrazia, stabilità e pace; sensibilità e promozione del bene comune, insieme passano anche dal riconoscimento dei propri errori.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Noi e l’acqua: una convivenza da rifondare

Società | Posted by usmionline
mar 10 2011

La Giornata Mondiale dell’Acqua 2011

Voluta dalle Nazioni Unite, cade regolarmente ogni 22 marzo e si celebra quest’anno per la quinta volta. Il tema scelto per il 2011 è Acqua e urbanizzazione: come mutare le avversità in opportunità. L’obiettivo: attirare l’attenzione della comunità internazionale sulle sfide e sulle opportunità rappresentate dalla gestione dell’acqua in contesti urbani.

Si vuole:

-         sensibilizzare il mondo sulle negative condizioni globali di tale gestione;

-         incoraggiare chi è investito di potere decisionale a cogliere le opportunità per affrontare queste sfide;

-         controllare strettamente le istituzioni e gli organi di competenza affinché attuino iniziative in tal senso.

Non è stata dedicata purtroppo l’attenzione necessaria ai servizi idrici e allo smaltimento dei rifiuti che, di fatto, hanno subito notevoli cali negli investimenti rispetto al loro rendimento economico, sociale ed ambientale. La Giornata Mondiale dell’Acqua è perciò ancora un’occasione speciale perché tutti operino in prima persona -ognuno secondo il proprio ruolo- a diffondere una cultura che tuteli e salvaguardi, soprattutto tra i più giovani, il bene prezioso dell’acqua. 

Garantire il diritto a un bene primario

La luce, l’aria, la terra e l’acqua sono i primi agenti di salute, i mezzi di cui la natura si serve per trasferire negli organismi viventi  le sue energie. Ma l’uomo moderno preso dai suoi  innumerevoli e frenetici impegni di vita e soprattutto dal suo incontrollato bisogno di ‘possesso’, sembra non avere rispetto del tempo, delle stagioni, del verde che ci circonda, della salubrità dell’aria che respira e dell’acqua che beve. Il cambiamento climatico è una manifestazione lampante dell’abuso collettivo dell’ambiente che ci dona la vita.

Dolce salata sporca pulita: non tutta l’acqua è ‘buona’ da bere, e quella che lo è non è per tutti. E, come non bastasse, in aggiunta l’uomo contemporaneo la compera: liscia gassata addizionata, depurante digerente rigenerante… A seconda dei gusti e di ciò che gli piace credere. Così, se in passato l’acqua ha permesso di costruire le città, il suo cattivo uso e la sua mancanza, ora stanno privando le stesse città di un futuro. Ma l’acqua appartiene a tutti gli abitanti della Terra in comune. Il diritto all’acqua è inalienabile, individuale e collettivo, recita la Carta europea dell’acqua. Un bene vitale e primario dunque, a cui hanno diritto tutti gli uomini, proprio tutti senza distinzione alcuna.  

Nella realtà attuale, invece, più di un miliardo di persone non ha acqua sufficiente per vivere. E il rischio è che nel 2020, quando la popolazione mondiale sarà di circa 8 miliardi di esseri umani, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile aumenti a più di 3 miliardi. Un fatto inaccettabile. Per ognuno di noi perciò il dovere di contribuire a impedire che l’inaccettabile diventi possibile.

Acque all’arsenico: non solo rubinetti 

L’accesso ad un bene così fondamentale deve essere garantito a tutti i costi, dando certezze per la salute delle persone. Negli ultimi tempi ci stiamo interrogando spesso sulla qualità dell’acqua che esce dai rubinetti. Il livello di arsenico supera di gran lunga i 10 microgrammi per litro (limite inderogabile secondo l’Unione Europea) e molte città della nostra penisola sono in emergenza. L’ordine dei medici però rilancia chiedendo di essere informati pure sulla composizione dell’acqua minerale. Guardando le etichette, infatti, ci accorgiamo che non esiste alcuna indicazione in merito. Eppure ci sono acque provenienti da zone in cui la presenza del metallo è accertata.

Impedire la privatizzazione dell’acqua

In quanto bene essenziale, l’acqua non può e non deve essere fonte di profitto. La crescente politica di privatizzazione in atto nel mondo occidentale è moralmente inaccettabile perché, cercando di impadronirsi di un elemento così vitale, si crea la nuova categoria sociale degli esclusi. Per contrasto in Europa spontaneamente si è formata l’onda anomala del popolo dell’acqua, che ha già messo in crisi le certezze e l’arroganza dei poteri forti. A Berlino per esempio i cittadini hanno votato in massa e vinto con un trionfo di ‘sì’ il referendum per annullare la privatizzazione parziale della società di gestione dei servizi idrici: un risultato che ha sorpreso gli stessi promotori. In Italia la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibili due richieste di un referendum che per ora ha già stabilito due primati: è il più sottoscritto nella storia della Repubblica e il primo non promosso dai partiti, ma direttamente da realtà sociali e associative. I due quesiti referendari chiedono l’abrogazione dell’articolo 15 della legge Ronchi, che prevede entro il 2011 la cessione ai privati delle società a capitale pubblico che gestiscono la rete di distribuzione dell’acqua; e l’abrogazione di quella parte di normativa che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.

Nella prossima primavera perciò anche il popolo italiano sarà chiamato ad esprimersi per portare l’acqua fuori dal mercato e i profitti fuori dall’acqua.

E’ in gioco la privatizzazione dell’acqua con grossi oneri a carico di tutti i consumatori, come si è evidenziato in quelle città dove la privatizzazione è già avvenuta con un aumento spropositato delle bollette, mentre la qualità dell’acqua è peggiorata. Stefano Rodotà, giurista e tra gli estensori dei quesiti referendari ha sottolineato la necessità di riattivare seriamente un dibattito pubblico sui beni comuni, a partire dall’acqua. La strada verso il Referendum è faticosa, ma non impossibile. Impegno primario è quello volto a modificare una situazione per la quale i profitti hanno la meglio sui valori. Possano la cultura e la vita di ciascuno di noi uscire finalmente dal recinto di quel malinteso realismo intessuto di indifferenza e di rassegnazione per aprirsi, con scelte ed atti concreti, al sogno e alla speranza che non delude.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Daranno ancora frutti (Sal 92,15)

Società | Posted by usmionline
feb 21 2011

Indice vecchiaia: Italia seconda in Europa

La vecchiaia con tutta la sua complessità ha, oggi, una maggiore visibilità sociale a causa della tendenza all’invecchiamento della popolazione. È quanto rende noto l’ISTAT nel rapporto Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo: 144 anziani ogni 100 giovani. In Europa solo la Germania presenta un indice di vecchiaia più accentuato.

L’immagine dominante della vecchiaia oggi è sostanzialmente negativa. Parla di isolamento, solitudine, dipendenza, indigenza, declino intellettuale… Chi non produce, infatti, o non tiene più il passo di un mondo teso al consumismo e al benessere del vuoto a perdere, viene escluso o emarginato dalla stessa società. Ne deriva la paura d’invecchiare, consolidata anche dalla pubblicità che privilegia il giovane e il bello.

Anziani oggi

L’anziano non ha più le forze di una volta per fare quelle cose che era abituato a fare, per essere indipendente e gestire a proprio piacere la vita e gli spazi che gli appartengono. Il suo corpo non riesce a stare dietro ad una mente attiva e forte, piena di grinta e di voglia di lottare ancora. Si ritrova a dover sempre chiedere aiuto… Le reali difficoltà comunque subentrano nell’anziano quando, dentro l’ambiente in cui vive, egli comincia a percepire negativamente la sua condizione -fisica o psicologica- e si rende conto di essere considerato un peso. Allora nel suo cuore fa capolino una domanda seria e pericolosa per le sue conseguenze: Servo ancora a qualcosa, a qualcuno? Oppure: C’è ancora qualcuno cui io interesso?

La scoperta in sé della vecchiaia

Così ci sono molti anziani che si chiudono su di sé e finiscono per mettere sotto il moggio la lampada della saggezza acquisita nel corso della vita. Siamo consapevoli, più che in passato, della necessità di crescere durante e verso la terza età, per non caderci dentro. La necessità dunque di prepararsi, perché ogni istante che passa, passa per sempre.

Vorrei saper ragionare, come Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani, di cose che sono esperienza comune, tutto ponendo sotto lo sguardo di Dio, che ci avvolge con il suo amore. A contatto con i segni degli anni che passano, sento che quello dell’invecchiare è un tema che sempre di più mi appartiene. Vedo però che in genere è più facile adottare la tattica dello struzzo: chiudere gli occhi e cercare di avanzare nel tempo brancolando nel buio.

Se tutti siamo dentro il tempo, non lo siamo certo tutti allo stesso modo. L’anziano vive il tempo limitato che ha a sua disposizione con una certa sproporzione, come quando si è presi alla gola per una malattia grave. Trovarsi alle spalle -per una consapevolezza più o meno improvvisa- un passato la cui lunghezza va a scapito del futuro, fa sentire infatti fortemente coinvolti in prima persona.

Verso la vecchiaia buona del Vangelo

Invecchiare bene in gran parte dipende dal soggetto, da come egli dà senso a ciò che accade e da quanto liberamente accetta dalla vita le sfide quotidiane. Del grado di accettazione del proprio personale invecchiamento, risente, alla fin fine, anche il modo di comportarsi verso l’anziano nella vita familiare e comunitaria.  

A volte non è facile ascoltare le persone anziane… non sarà perché in loro vediamo come in uno specchio quello che saremo o che possiamo diventare? Perché ascoltare chi è già avanti con gli anni ci fa entrare in stretto contatto con le fragilità del nostro stesso invecchiare, ci rende vulnerabili. E non lo vogliamo accettare.

Invecchiare insieme 

Il confronto con il passo obbligato della fine riporta la vita nel suo giusto binario: mette in condizione di diventare più realistici e autentici, di scendere ad un gradino più profondo del proprio essere, di ricavare insegnamenti dal riesame del proprio vissuto. Così nella vecchiaia cambia la scala dei valori e cambiano le sicurezze personali. Ne resta anzi solo una: Dio.

Alla luce della fede la vecchiaia diventa una sfida e un compito, un periodo da utilizzare in modo creativo. Dio chiede ad ognuno di ripartire dall’accettazione della propria realtà; di lasciarsi interpellare da Lui nella verità della propria vita; e dalla Sua verità accogliere nuove ragioni per vivere e continuare a crescere in Lui. Lungo questo cammino la comunità ecclesiale è chiamata a scoprire che può ricevere molto dalla serena presenza di coloro che sono più avanti negli anni.

Sfide e valori tipici della vecchiaia

Si possono riassumere nell’impegno per sviluppare una spiritualità dell’attenzione, della compassione e della saggezza: valori di cui il nostro mondo ha disperatamente bisogno in questo nostro tempo. Valori che riaffermano il principio che Dio, per realizzare i suoi piani di salvezza, si serve non delle persone forti e prestigiose, ma degli anawin, di quel popolo umile e povero che lo cerca con fiducia (1Cor 1,26-31). E la comunità cristiana può essere davvero il luogo dove avviene lo scambio reciproco dei doni spirituali di cui ogni persona è dotata.

Quando qualcuno mi chiede che lo aiuti a fare qualcosa -confida una persona anziana – sento che mi viene dal profondo del cuore un grazie! Poter fare ancora qualcosa di utile per gli altri è un gran regalo di Dio.

Vivendo ogni cosa con la convinzione interiore che al fondo della realtà non c’è il nulla ma l’amore, la persona può vivere finalmente in pienezza il tempo che le è dato e non trovarne più per sentirsi inutile. Così nella terza età la stessa persona può sentirsi ed essere, come non mai, strumento efficace per la missione e la vitalità della Chiesa nel mondo di oggi.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Comunità cristiana e pedofilia

Società | Posted by usmionline
dic 16 2010

Il buio e il cielo

Grande abbondanza di informazioni, ma anche profonda confusione. Due suicidi tragici (di un sacerdote e di un diacono) nell’Italia degli ultimi giorni. È ancora cronaca in margine ad abusi sessuali perpetrati su minori da parte del clero della Chiesa cattolica. E ancora è bufera mediatica, polemiche di ‘circostanza’, un fiume di parole. In un certo senso, «come da una profonda voragine», continua a riemergere dal passato «quella grossa nube di sporcizia che insudiciava e rabbuiava tutto cosicché soprattutto il sacerdozio improvvisamente appariva come un luogo della vergogna ed ogni sacerdote era sospettato di essere “uno di quelli”». Con queste parole Benedetto XVI introduce la sua risposta, molto ampia, a Peter Seewald sugli scandali degli abusi sessuali nel libro-intervista Luce del Mondo – Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi, appena pubblicato dall’Editrice Vaticana. E aggiunge con forza: «Quello però che non deve mai succedere è che si fugga e si faccia finta di non vedere…».

Perché il silenzio?

Invece reticenza e uno strano silenzio sembrano emergere nel mondo dell’educazione e della cultura, che avrebbe al contrario tutta la competenza per parlare. Così, mentre in tutti lo sgomento cresce ogni volta che emergono nuovi casi di persone usate e violate, anche noi siamo presi da sentimenti di rabbia e sconforto con il rischio di rimanerne paralizzati. È come se un panico morale impedisse ad ognuno di fare chiarezza sul problema. Il che certamente non aiuta a proteggere i bambini, né a delineare i contorni dello spinoso problema. La pedofilia tocca ogni categoria di persone: stimati professionisti, amici, familiari, politici, sacerdoti, docenti, allenatori sportivi, educatori… Fra i pedofili condannati risultano esserci persone celibi e anche persone sposate con figli. Il che smentisce il luogo comune, certamente diffuso, di una equivalenza fra pedofilia e celibato; mentre ricorda a tutti che i giudizi sommari rischiano solo di contribuire a creare quel clima di sospetto che fa scivolare in una forma di abuso di altro tipo.

Aprire spazi di dibattito e di confronto

Il problema è complesso e in ogni caso mai veramente chiarito soprattutto sotto il profilo delle possibili responsabilità. Una sfida per chiunque e un appello rivolto alla coscienza dei credenti e dei religiosi.

In un clima di fiducia tradita e di sospetto, come aiutarci a ritrovare i fondamenti del vivere insieme facendo tesoro del dono della comune fede? Come comunicarci reciprocamente il messaggio di liberazione del Vangelo e conoscere in che modo la Chiesa può essere nel mondo di oggi annuncio della vera Notizia che reca gioia?

È giusto e importante prima di tutto che la comunità ecclesiale sappia guardare in faccia con coraggio e attenzione a quanto capita. Prendere esempio dal Papa, che nel libro citato, con semplicità di linguaggio, senza reticenze e con grande sofferenza e sincerità, concede l’intervista sì per rendere partecipe il grande pubblico del suo pensiero, del suo modo di essere e di concepire la stessa missione che gli è stata affidata; ma anche per aprire discussioni su temi e problemi di grande attualità, non certo per chiuderle.

Il problema vero: la formazione

Una cosa è certa: per introdurre cambiamenti necessari e duraturi in ogni campo della vita e della storia, occorre partire dal riconsiderare la formazione che la comunità, anche attraverso i suoi formatori, di fatto offre ai giovani. Verificare se è formazione unitaria e integrata; se possiede le caratteristiche di una formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nello stesso tempo; se davvero cioè l’accompagnamento dell’adulto è qualificato e in grado di fare chiarezza sulle reali motivazioni dei giovani, sulla loro storia di vita e il concreto cammino di fede. Perché nelle relazioni, negli affetti e nel vissuto possono nascondersi ferite profonde che ad un certo punto esplodono. La formazione risulterà adeguata e non vuota quando la vita spirituale non sia sganciata dall’esistenza, ma radicata nella profondità della persona. Allora questa persona potrà dirsi realmente impegnata a vivere una relazione profonda e affettiva con il Signore Gesù, con una disciplinata vita di preghiera.

Il ruolo della comunità, ovvero: il problema della formazione permanente

Anche alla luce di quanto detto finora è evidente quanto sia indispensabile che non solo l’educatore, ma ugualmente ogni adulto della comunità, in prima persona, si alimenti quotidianamente e con freschezza immutata dell’ascolto affettivo della parola di Dio; sia realmente impegnato a trovare e rafforzare la propria identità in questa nostra società liquida; a conoscere e riconoscere perciò i propri limiti per vigilare su di essi e, guidato dalla grazia, diventare evangelicamente libero; capace di conoscere e di compiere la volontà di Dio; di dire con la vita la bontà dei valori in cui crede e riuscire così a trasmetterli.

Se quel che conta nell’affrontare ogni situazione è la vita interiore che si riesce a coltivare, essa si gioca, tutta e interamente, nel presente eterno della propria coscienza e nella capacità di amare.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Ansia di pubblica moralità

Società | Posted by usmionline
dic 09 2010

«È ormai tempo di svegliarvi dal sonno» (Rm 13,11): riecheggia questa Parola nel cuore del cristiano, che, orientandosi sulla bussola del Vangelo, cerca di tenere in mano il timone della sua imbarcazione nell’oggi del tempo in cui è chiamato a vivere, e che tanto plasma ognuno senza che se ne renda conto.

La tv come unica fonte di notizie

La crisi della politica tradizionale in Italia si è intrecciata negli ultimi anni con l’affermarsi dei suoi tratti più deleteri. Ogni giorno una storia, uno scandalo, una polemica, un caso. Ovunque si vive di malaffare, di illegalità, di soprusi. Da molte parti si incita all’odio per il fisco e per la ‘diversità’ fino a vere e proprie forme xenofobe ai limiti del razzismo. Cresce intanto il numero di chi stenta a mettere insieme quanto serve per le necessità quotidiane. La TV invece presenta la faccia dell’Italia che non vuole pensieri, lo schermo che distrae dalle preoccupazioni, il luogo dove la realtà è rappresentata e spettacolarizzata, anche nei suoi aspetti minimali, invece che descritta. I media, nei quali si insinua e diffonde la logica che pubblicità e programmi siano la stessa cosa, sono diventati formidabile strumento di creazione di consenso.

Una parte dei ceti medi del lavoro autonomo viene appoggiato con agevolazioni fiscali e condoni, a spese del lavoro dipendente e del mondo della cultura. Ne derivano: crescita della conflittualità sociale, mortificazione economica del lavoro dipendente e una politica giocata sempre più al ribasso. L’humus insomma dal quale questa nostra Italia rischia di essere plasmata sono l’edonismo, il disimpegno e un individualismo spinti agli eccessi.

E´ venuto davvero per tutti il momento di fermarsi e pensare e studiare in maniera sistematica e complessiva la situazione.  

Studenti in rivolta

Sono i giovani a mettere in moto per primi un processo di contrasto a qualsiasi tipo di compromesso nella vita pubblica. Invadono le strade d’Italia; arrabbiati e creativi, occupano monumenti simbolici delle città, rifiutano metodi non trasparenti e clientelari. Apparentemente mossi da un’ansia di pubblica moralità, si muovono per primi contro il culto della personalità e ogni attacco alla giustizia. Se consideriamo che la loro è un’età slegata da calcoli politici e lontana da opportunismi, la scelta dei giovani ci sembra naturale. Gli studenti in rivolta si dimostrano pronti a battersi contro la programmata riforma della scuola e perché la concezione utilitaristica e opportunistica della politica siano respinte. Essi sono espressione di quella porzione di società che da sempre è in cerca di democrazia e giustizia, di informazione e uguaglianza.

Una piazza pubblica di cittadini critici e vigili 

È l’ora di uscire dall’indifferenza e dall’apatia di fronte al degrado della vita pubblica, l’ora di svegliare l’opinione pubblica di cittadini critici, vigili sulle regole della democrazia e disposti a impegnarsi in prima persona. Abbiamo dormito troppo, chiusi forse nel semplice pensiero degli interessi personali o nella sterile difesa dei diritti della Chiesa. Discernere sulla propria vita e su quanto accade dentro e fuori di noi è condizione primaria per essere o diventare discepoli. E i diritti della Chiesa in realtà sono i diritti dei poveri, degli emarginati e degli esclusi.

È tempo perciò che i cattolici agiscano, non mirando a una fetta di potere, ma operando in tutti i settori della vita pubblica con una coraggiosa testimonianza di onestà e di competenza; pronti a situarsi dentro le ferite di questo nostro mondo e ad aiutare i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro, creando le occasioni per non lasciare inoperose migliaia di braccia e di menti; per loro e con loro guardare coraggiosamente al futuro.

Da pensieri onesti e da analisi senza pregiudizi, da un “sapere” veritiero anche se probabilmente scomodo, potrà nascere l´Italia migliore che tutti vogliamo: «più giusta, più libera, più attenta ai diritti di tutti, alla cultura della memoria e al fascino del futuro».

 ‘Il cammino è tracciato’

Il tempo di Avvento che stiamo vivendo possa renderci più attenti, vigilanti e recettivi; capaci di rileggere situazioni e cronaca quotidiana alla luce del Vangelo; impegnati a testimoniare alle persone con le quali ci troviamo a vivere che dentro ciascuno di noi abita l’esperienza di un incontro che ha cambiato la nostra vita. Buon cammino!

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Mercato o persona: chi al centro?

Società | Posted by usmionline
dic 01 2010

Nuovi stili di vita

«E’ urgente cambiare stili di vita e fare una revisione profonda del modello di sviluppo globale», ha detto il Papa all’Angelus dell’altra domenica con l’occhio e la mente evidentemente rivolti ai risultati deludenti del recente G20 di Seul. Sullo sfondo la crisi economica. Dalla crisi non si può prescindere. Quello di Benedetto XVI è un appello imperioso destinato a tutti gli uomini di buona volontà e in modo particolare ai credenti, perché si impegnino a:

-         disegnare i tratti di una nuova società, a partire da alcuni ambiti irrinunciabili: il problema angoscioso del lavoro, la cura dell’ambiente, le nuove forme di impresa e la tutela della salute;

-         riprendere efficacemente alcune grandi direttrici presenti nella Caritas in veritate;

-         lasciarsene ancora ispirare per costruire concretamente nuovi cammini a servizio dell’uomo, della sua vicenda, del suo futuro;

-         destinare maggiori risorse per la ricerca di base in agricoltura tropicale e la cura delle malattie;

-         operare perché a nessuno manchino il pane e il lavoro;

-         fare scelte che preservino l’aria, l’acqua e le altre risorse primarie come beni universali.

La priorità del lavoro tra crisi e risorse

Ma come riuscire a modificare stili di vita e abitudini, a partire dal punto di vista ambientale energetico? Come ridimensionare apparenza, esibizionismo, superficialità per valorizzare invece l’esistenza di ogni persona? Come rivitalizzare e riorganizzare le relazioni individuali e sociali? Si tratta di imparare ad accogliere e custodire la creazione come bene collettivo e dono che non ci appartiene, ma di cui abbiamo necessità per vivere; di abitarlo come si abita la propria casa, salvaguardandolo da attacchi violenti e distruttori.

Tutti conosciamo i dati della disoccupazione giovanile e della generale precarietà del lavoro in questo tempo di economia globalizzata, il cui rimedio più efficace paradossalmente sembra essere la famiglia, usata come ammortizzatore sociale. Sappiamo che dal consumo con facilità si passa al consumismo con il suo stile di vita individualista e superficiale. Ma nessuno in realtà è ciò che consuma. Se al posto della produzione di ricchezza viene posto il benessere complessivo della persona, tutto cambia. E allora possono cambiare anche gli stili di vita. Per mirare a questo, in partenza è necessario radicare la propria vita in una prospettiva trascendente, che vada al di là della storia (Notari); coltivare perciò uno sguardo capace di andare oltre, molto lontano, per poter meglio guardare anche ciò che è molto vicino.

Crisi, il “Sud” indifeso

La globalizzazione c’è e con essa facciamo i conti tutti, senza eccezioni. Ma è importante conoscere come funzioni il sistema economico mondiale; scoprire a scapito di chi e di che cosa si fondi la prosperità dell’Occidente, mentre i Paesi più poveri e marginali non escono dai loro problemi. Come gravati da una zavorra che li trattiene al suolo, infatti, non decollano, non si sviluppano. Sono invece le disuguaglianze a crescere, mentre si indeboliscono le aree già deboli.

Strade obbligate per la ripresa

Una nuova società può essere soltanto opera di tutti e di tutti insieme. Dalla crisi non si esce, se non insieme. E al di fuori dei valori forti della fraternità, del bene comune e della giustizia -che orientano le persone a realizzare nel concreto quotidiano il sogno di Dio sul tempo e sulla storia- non c’è sviluppo autentico. Anzi: alla lunga non c’è sviluppo tout court!

In questo scenario, il principale dilemma che i governi si trovano a fronteggiare consiste nel bilanciare i tagli con appropriate misure per rilanciare l’economia. Riforme basate su tagli a senso unico, al contrario, renderebbero l’uscita dalla crisi ancora più incerta e difficile, esasperando ulteriormente le tensioni sociali. Chi dice che la ripresa è iniziata mente, oppure fa riferimento al comparto bancario che incomincia momentaneamente a respirare dopo gli aiuti ricevuti dai governi e dalle istituzioni internazionali.

Guardare al futuro, radicati nella speranza

E’ urgente che la consapevolezza di questa situazione generi in ogni persona un consumatore critico, con il suo diritto ad essere informato sulle condizioni ambientali e sociali di produzione del bene acquistato e formato alla cittadinanza attiva  e alla responsabilità per un nuovo stile di vita.

Bisogna umilmente ammettere che la liberalizzazione economica e le privatizzazioni, invece di creare benessere per l’intera umanità hanno generato l’opposto: la concentrazione del valore prodotto dall’intera collettività nelle mani di pochi, circa il 10%, e la riduzione in assoluta povertà del 20% della popolazione. Dare in mano ai Grandi Privati e alle Multinazionali le risorse da cui dipende la sussistenza dell’intera società è un crimine contro l’intero creato. Per uscire dalla crisi le soluzioni ci sono ma è prioritario mettere in atto un’“ecologia dell’educazione e delle relazioni” e che le riforme abbiano un unico obiettivo: la ridistribuzione della ricchezza!

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it