Archive for marzo, 2013

La nostra Pasqua

Senza categoria | Posted by usmionline
mar 27 2013

Il Vangelo di Giovanni che viene proclamato nel giorno di Pasqua di quest’anno esprime bene l’esperienza sfolgorante e inaspettata che sconvolge la vita dei discepoli ancora paurosi e increduli, rinchiusi nella casa, dopo i terribili fatti della passione e della morte in croce del loro Maestro.

La prima persona a rendersi conto che qualcosa di grande è accaduto è Maria di Magdala. Al mattino di buon’ora, recatasi quando era ancora buio al sepolcro, lo trova vuoto. Sbigottita e spaventata va da Pietro e Giovanni e comunica loro la notizia, ma in modo distorto, travisato dai suoi molti pregiudizi che non le permettono di vedere: “hanno portato via il corpo di Gesù!”.

Il fatto della risurrezione non può essere compreso e raccontato con le sole categorie umane. Eppure i discepoli avevano vissuto a lungo con Gesù, lo avevano seguito nelle sue predicazioni, avevano assistito ai miracoli da lui operati, lo avevano sentito pregare e soprattutto avevano osservato il suo stile di vita ed i criteri delle sue scelte. Nonostante tutto questo ancora non comprendono.  

C’è qualcosa in questo vangelo che colpisce: Maria di Magdala corre dai discepoli per  raccontare quello che ha visto; Pietro e Giovanni corrono al sepolcro per vedere che cosa è accaduto. Corrono, guardano, ma non vedono fino a quando Pietro non entra dentro il sepolcro, e ciò significa: dentro l’esperienza del Cristo, dentro il mistero della sua Pasqua. Anche di Giovanni si dice che credette solamente dopo essere entrato nel sepolcro vuoto. Neanche l’amore umano più sincero è sufficiente per entrare nella logica dell’amore infinito di Dio.

Possiamo allora concludere che il dono della fede che fa vedere e conoscere nella verità accade in noi nella misura in cui entriamo in comunione con Gesù e prendiamo parte alle sue sofferenze e alla sua morte in croce.

L’annuncio della Risurrezione non è possibile quando, da stolti direbbe il vangelo,  vogliamo evitare questa tappa della vita di Cristo, la tappa del dolore, della fragilità, dei limiti, della morte.

Viene spontaneo allora fare memoria di uno degli ultimi pensieri rivolti da Benedetto XVI ai consacrati e consacrate del mondo lo scorso 2 febbraio; pensiero che vogliamo fare nostro e soprattutto che vogliamo impegnarci a vivere in questa Pasqua del Signore Gesù:

“Carissimi, vi invito a una fede che sappia riconoscere la sapienza della debolezza. Nelle gioie e nelle afflizioni del tempo presente, quando la durezza e il peso della croce si fanno sentire, non dubitate che la kenosi di Cristo è già vittoria pasquale. Proprio nel limite e nella debolezza umana siamo chiamati a vivere la conformazione a Cristo, in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo, la perfezione escatologica (ibid., 16). Nelle società dell’efficienza e del successo, la vostra vita segnata dalla «minorità» e dalla debolezza dei piccoli, dall’empatia con coloro che non hanno voce, diventa un evangelico segno di contraddizione”.

Sr M. Viviana Ballarin, op
Presidente USMI nazionale
Vice presidente UCESM

Creati per essere felici

Senza categoria | Posted by usmionline
mar 15 2013

Si può imparare (e insegnare!) la via della felicità? È possibile occuparsi, lavorare, vivere… per la felicità di tutti?

Il festival delle Scienze ne cerca la formula
Ogni giorno, un invito: a vederci dentro, a guardarci intorno, ad andare oltre… a fare insomma della vita il luogo della vera felicità (Tonino Bello)

Tema immenso quello della felicità, soprattutto in questo tempo di crisi feroce e di smarrimento culturale e sociale. Un sentimento talmente primordiale che è persino difficile definirlo. All’Auditorium Parco della Musica di Roma, durante l’ottava edizione del Festival delle Scienze, ci hanno provato. L’idea di felicità è stata indagata con convegni e ospiti di primo piano, compreso il premio Nobel per l’Economia Amartya Sen. Ne è risultato un viaggio misterioso e appassionante attraverso le neuroscienze, la psicologia, la religione, l’antropologia, la sociologia… La conclusione, provvisoria come solo può essere il cammino di una vita: l’essere umano è biologicamente strutturato per essere felice, il cervello è un vero e proprio calcolatore alla ricerca di ‘premi’… La domanda di fondo, che ha guidato nella ricerca: come arrivare alla felicità, ne esiste una formula? Su tutto una certezza: il viaggio di chi davvero la cerca finisce per portare al centro di se stessi.

Affaccendati e insoddisfatti, ma si può misurare la felicità?
Essere felici è cammino e ricerca di un divenire sempre più ricco – non di cose, ma di quella ricchezza che è sovrabbondanza di sé e sentimento del proprio accrescersi. A tratti è ricerca spasmodica e con scarsi risultati. Eppure nessuno se ne stanca mai del tutto, perché il desiderio costante di essa vive dentro ogni persona e ne cadenza la vita fin dal principio.

Il Festival delle Scienze ha riconosciuto questo anelito impresso nella stessa natura umana, nel suo Dna spirituale, che continuamente spinge ognuno a riprendere la ricerca verso la pienezza del proprio stato interiore.

I soldi sono importanti e chi è povero non può essere felice, è stato detto al Festival. Ma è stato anche dimostrato che, al di sopra di un determinato reddito, il denaro perde valore. Per il benessere della persona, invece, contano gli affetti, le esperienze, i rapporti umani. L’arte di apprezzare la vita è più una questione di mente che di circostanze, più una scelta che una possibilità. Già Epitteto diceva ai suoi contemporanei: “tutto sta nel modo in cui si guardano le cose”. Condizione naturale sì, quindi, ma anche sfida continua. Ogni tanto insomma è bene chiedersi: A che punto mi trovo? In quale direzione sto cercando?

Il Mappamondo della felicità…
Dall’analisi del grado di appagamento e soddisfazione della popolazione di oltre 150 paesi del mondo è venuto – durante lo svolgimento del Festival delle Scienze – il primo Rapporto Mondiale sulla Felicità. Risultato? Fra gli ingredienti della felicità, al primo posto è la rete sociale (avere qualcuno su cui contare nei momenti difficili è più importante del reddito!); al secondo posto l’occupazione (perdere il lavoro è percepito come perdere il proprio partner!). Danimarca, Finlandia e Norvegia – tra i Paesi più attenti nel mondo alla qualità della vita dei propri cittadini – conquistano i primi posti. L’Italia è ventottesima dopo Brasile e Arabia Saudita. Ma quelli del podio sono anche i Paesi con il più alto tasso di suicidi. Un controsenso? Certamente un grande motivo di riflessione.

… e il ruolo della politica!
Secondo una recente ricerca della Oxford University, chi ride ed è ottimista si ammala di meno. Anche questo dato suggerisce quanto sia vitale ripensare il ruolo della politica; che ogni governo si occupi di più del benessere collettivo e della salute – anche mentale – della popolazione. La questione nel mondo sta emergendo e si allarga sempre più. È vitale insomma recuperare politiche sociali con una progettualità che sappia di umanità.

Il colore del dolore…
Certamente non si può vivere in pienezza se non si interiorizza il fatto che la vita un giorno o l’altro finirà … Quando sai che i giorni della tua vita sono limitati, allora è più facile fermarsi ad annusare il profumo dei fiori e a sentire il calore dei raggi solari … È vero: siamo pellegrini in viaggio, ma prova a goderti il viaggio! suggerisce J. Powell.

Per Action for Happines – movimento nato nel 2011 in Inghilterra e subito diffusosi nel mondo con l’obiettivo/missione di creare una società più felice – non serve né danaro, né potere. Assumono valore invece le azioni che possono portare beneficio agli altri, perché ‘il benessere è contagioso’. Il mondo oggi  è più ricco di mezzo secolo fa, ma non sembra più felice ( R. Layard). La felicità può essere raggiunta in tempi ragionevoli se ci si occupa di più degli altri e si restituisce centralità ai rapporti umani; se si riscopre generosità e responsabilità nella cura di se stessi e del mondo intorno. L’escludere, infatti, materialismo, egoismo e stress fa crescere la propria soddisfazione.

…e il rumore della felicità
Il figlio ‘prodigo’ del Vangelo se ne va, un giorno, in cerca di felicità. E fa naufragio!…Il libero ribelle diventa servo: semplice storia di una comune umanità decaduta, che si porta dentro la nostalgia del pane di casa, in realtà l’unica cosa che conta veramente. Non la ricerca di felicità fine a se stessa, che tra l’altro può facilmente tramutarsi nel bisogno egoistico di “stare bene”! Ma il bisogno di trovare la Fonte stessa di ogni bene, quella che dà origine a ogni cosa, compresa la felicità. Se è vero però che tutti vogliono vivere felici – come già scriveva l’antico poeta Seneca – “quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti

vanno a tentoni”. In realtà, anche se ognuno sente o intuisce dov’è la sua ‘casa’,  è tanto facile, in una esistenza ansiosa, nomade e divisa, lasciarsi trascinare in molte direzioni come si fosse ‘senza dimora’. Del desiderio – al centro di noi stessi – di una Vera Casa, parla Gesù quando esorta: Non affannatevi; o quando amorevolmente richiama all’unica cosa necessaria

Il Suo amore, se accolto, fa scoprire a ognuno di essere un meraviglioso pezzo unico, cancella per sempre ogni solitudine e allontana il timore di guardare alla vita con occhi sfiduciati. Chiamarsi per nome in modo autentico è necessario per amarsi sul serio. Dio mi chiama per nome e niente è più come prima. In ogni caso per essere felici conta che l’indirizzo del cuore sia al centro della persona e della sua vita di relazione.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

‘Un po’ meno io, un po’ più noi’

Senza categoria | Posted by usmionline
mar 04 2013

Ripensare, definire e salvare ciò che ci accomuna, si può: attraverso una silenziosa rivoluzione dei modi quotidiani di vita.

Mondo alla rovescia …
Le persone, in questa epoca dominata dal potere, si dividono tra i qualcuno e i nessuno; tra chi vive per farsi vedere e chi, quasi fosse trasparente, esiste ed è come se non ci fosse (V. Andreoli).
Il sistema politico in cui viviamo sembra essere centrato sul bene di parte – della propria parte. Ciascuno ha una sua visione del bene comune e la verità appare ai più come un campo di battaglia sul quale battersi per prevalere e affermarsi, magari su chi ci sta superando per meriti oggettivi.
L’enfasi posta sulle libertà soggettive ha portato infatti molti a fare dell’io individuale ed empirico il metro di giudizio primo e ultimo (per non dire unico) di ciò che è vero e buono. Si riconosce lo Stato solo quando deve riparare ai propri disastri… L’altro, il noi, l’umanità – presente e futura – sono messi fuori della visione personale, ridotti a “oggetto” o, comunque, a complemento dell’io. In sintesi: un’identità ‘contro’ gli altri. Così la demonizzazione dell’avversario, a tutti i livelli, frena e impedisce non solo l’attuazione del ‘bene comune’, ma persino il concepirlo, il ragionarci, discuterne…
Si ha la sensazione di vivere insomma in una specie di mondo alla rovescia… L’illecito in qualche modo è diventato normale; i politici fanno spettacolo, mentre comici, attori e cantanti si occupano della politica; il diritto è scambiato per il favore e chi dovrebbe dare il buon esempio si vanta delle sue malefatte; se poi ci si ostina a credere nella legalità si rischia di passare semplicemente per  ingenui o stupidi.

… e ‘bene comune’ alla prova dei fatti
Intanto oltre la metà degli italiani – secondo il rapporto Italia 2013 di Eurispes – non è in grado di mantenere la famiglia; lo stipendio non permette a quasi i due terzi dei lavoratori di sostenere spese importanti come un mutuo o l’acquisto di un’automobile; la famiglia d’origine resta fonte di sostentamento per quasi un lavoratore su tre, con l’aggravio dell’azzeramento del bene di coloro che ‘non contano’… L’esperienza di quello che chiamiamo ‘bene comune’ ne rimane stravolta e l’ambito in cui fino a ieri lo si poteva collocare, oggi appare come una “vecchia storia”; quasi una realtà spazzata via, o, nel migliore dei casi, un’astrazione con cui i politici (soprattutto!), ma anche gli intellettuali e qualche volta persino gli uomini di Chiesa si riempiono la bocca quando si trovano a parlare del sociale.
Difficile – anche a volerlo – in tale clima generale realizzare quello che già era stato l’invito di J.F. Kennedy agli americani: ‘un po’ meno io, un po’ più noi’. Per questo non serve certo ‘attaccare un cerotto etico sopra un sistema finanziario marcio, che pone il capitale al di sopra del lavoro’ (L. Alici).
Eppure è certo che Dio vuole essere amato da questi meschini, splendidi e liberi figli che noi siamo. Nel nostro difficile presente ciò non può significare che – prima di tutto – disponibilità costante a mettersi in gioco, a lavorare su di sé per diventare sempre più capaci di lavorare con gli altri e per gli altri.

La rivoluzione necessaria  
Una voce – che è anche luce – è presente nel cuore di ogni creatura umana, in qualsiasi tempo. Essa parla alla persona di un ‘oltre’ e di una rivoluzione necessaria a partire dal proprio comportamento. Sussurra di un sogno grande, contenuto nella realtà di tutti i giorni. Chiede di dare a se stessi spazio e tempo per poter essere riconosciuta e ascoltata. Orienta, così, e muove il comportamento verso la verità che è la più grande e costruttiva delle rivoluzioni. In tale percorso è necessario tener presente che “anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita” e che “la capacità di amare corrisponde alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme”, come ci ricorda Benedetto XVI. Abbiamo bisogno di sentire che l’Io è  anche Noi. Si tratta allora di ripartire con coraggio da tutti i fallimenti personali e sociali, con quel poco che ognuno ha e sa fare, per costruire un nuovo ‘io sociale’ a vantaggio di tutti. Su tale via la prima rivoluzione necessaria a tutti, oggi, è certamente l’onestà, anche e soprattutto quella intellettuale; via obbligata per quanti detengono il potere (a qualsiasi livello!) per diventare o ridiventare uomini. Rivoluzione poi sono la coerenza, il coraggio di ragionare con la propria testa, senza piegarla di fronte ai potenti, chiunque essi siano. E ancora: il rispetto di tutte le diversità, la ricerca sincera di una comunicazione solidale e non competitiva. Rivoluzionari sono il sorriso, l’umiltà…
Per tutti insomma si tratta di amare meno il potere, recuperando su tale via l’esperienza della grandezza dell’umano. Il che vuol dire: riservare, in sé e intorno a sé, spazio per il sapere, la compassione, la saggezzaTutto ciò che facevano i nostri nonni, prima che si scatenasse l’ubriacatura della ricchezza.

Le cose che contano davvero…
I beni più importanti per disegnare i tratti di una nuova società, restano la vita e l’amore. Per esperienza ognuno sa che, se sente il coraggio e il dovere di mantenere le sue promesse, è soprattutto perché un altro conta su di lui e si aspetta che egli mantenga la parola. Così sappiamo pure che la politica sana riposa su tale volontà di creare legami e di vivere insieme, fondendo la diversità in un progetto collettivo e condividendo il bene. Il nostro Paese ha bisogno di pensare e di riflettere su ciò che fa e su ciò che accade; di immaginarsi un futuro lavorando insieme per realizzarlo. Se tante illusioni in campo politico e sociale oggi sono cadute, un po’ ‘meno io’ da parte di tutti permetterebbe di cercare insieme piste concrete utili per rispondere ai bisogni autentici e alle attese delle persone.  

… per uno sguardo ‘altro’ sul nostro tempo
In ogni momento storico difficile sono i ‘piccoli’ – la cui vita è segnata appunto dalla ‘minorità’ e dalla debolezza – i più disposti a dare e a ricevere benevolenza e aiuto, a legarsi perciò all’altro perché sentono che da soli si è perduti. La formula della fragilità – segno evangelico di contraddizione – è la stessa che permette l’amore. Farla propria non è automatico per nessuno. Il credente nel cercare di viverla nel concreto quotidiano si sa preceduto da una Parola più forte che la sua, una Parola che rassicura e dà forza nel cammino, se ci si affida ad essa. La sola Parola che può sottrarre all’angoscia di non saper più sperare dopo aver dato fondo ad ogni speranza.

Luciagnese Cedrone
 usmionline@usminazionale.it