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Una giovane consacrata ricorda

Senza categoria | Posted by usmionline
set 20 2015

Si è appena concluso a Roma l’incontro mondiale di giovani consacrati e consacrate sul  tema “Svegliate il mondo”. Sono stati giorni 12042261_993360377351002_1469037012_nricchi di entusiasmo! Questa la prima impressione di chi ha partecipato a quell’incontro e lo ha condiviso con 5000 giovani. Tanti volti freschi, allegri, di tantissime congregazioni e tanti paesi del mondo. Diversi per colore, lingua, carisma e uguali nel desiderio di seguire Cristo, centro della nostra vita!

Le mattine ci hanno visto ascoltatori di diversi interventi di esperti sulla vita consacrata. La preghiera, la vita fraterna e la missione sono stati i temi su cui riflettere.

Nei pomeriggi i gruppi di condivisione ci hanno visto protagonisti di un utile scambio tra noi. Gioie, difficoltà e soprattutto la sensazione di non essere soli hanno caratterizzato questi  momenti che sempre si sono conclusi con la celebrazione eucaristica, centro della 20150918_204620nostra fede e della sequela di Gesù.

Durante le serate, diverse associazioni, insieme alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, hanno organizzato per noi alcuni
‘cammini’. Diversi sono stati i luoghi scelti come meta e anche gli obiettivi. Tutti però miravano a farci incontrare la realtà dei fratelli e delle sorelle del nostro tempo per essere testimoni concreti di preghiera e di carità.

La preghiera iniziale la prima sera in Piazza San Pietro, la festa nella Piazza il venerdì sera e la  celebrazione eucaristica insieme nella Basilica di San Pietro sono stati altrettanti momenti forti che hanno visto la partecipazione anche di altri religiosi e della popolazione romana.

Dialogo con il Santo Padre

Tra i momenti più significativi dell’incontro, quello dell’udienza, nella Sala Nervi, di Papa Francesco, che ha messo da parte il discorso scritto 20150917_090152per rispondere a braccio alle nostre domande.

 In sintesi le sue parole e le risposte alle nostre domande:

“Prima di tutto – ha detto – saluto i consacrati e le consacrate tra di voi che sono iracheni e siriani. Queste sono terre piene di martiri dei nostri giorni…”

Le nostre domande:

1.       Qual è stata la sua vocazione?

2.       Quale la missione nella Chiesa dei giovani consacrati oggi?

3.       Come possiamo evitare di cadere nella mediocrità nella nostra vita consacrata?

E le risposte del Papa a partire dalla NUMERO 3:

Tocchiamo il problema grande e complesso della comodità nella vita religiosa. È il motivo della libertà e della mediocrità.  La vita religiosa diventa sterile se perde la capacità di SOGNARE, di pensare in grande. Uno dei peccati che spesso si trova nella vita comunitaria è l’incapacità di perdono. Chiacchierare è terrorismo perché butta una bomba sulla fama dell’altro che non si può difendere. Viviamo in un tempo instabile, in una cultura del provvisorio e l’instabilità sono le tentazioni. Dio ha inviato Suo Figlio per sempre, non per un po’… Quindi la nostra scelta non deve seguire il sentire ma dobbiamo prendere impegni definitivi.

NUMERO 2:

L’evangelizzazione che brucia nel cuore è lo zelo apostolico. Evangelizzare non vuol dire fare proselitismo, non è convincere, ma è testimoniare con la vita che Gesù è vivo. Lo studio non basta, se il tuo cuore non brucia non puoi testimoniare. Devo ringraziare la testimonianza delle donne consacrate che hanno il desiderio di andare sempre in prima linea perché sono madri. La suora è l’icona della madre Chiesa e di Maria.

NUMERO 1:

20150916_072724Seguire Gesù più da vicino in maniera profetica. I consacrati devono essere vicini tra loro e con il popolo di Dio. Non dobbiamo mai perdere la memoria dell’incontro con Gesù e della propria vocazione. Nei momenti bui dobbiamo tornare alle fonti. Del Vangelo mi ha affascinato la sua vicinanza a me, anche nel momento del peccato. Ho sentito, uscendo da giovane dal confessionale, che qualcosa era cambiato. Il Signore ci incontra sempre definitivamente.  VICINANZA deve esser una parola chiave, PROFEZIA con la nostra testimonianza è quanto ci è chiesto. No al narcisismo, sì all’adorazione. Dobbiamo crescere in questo atteggiamento adorante che ci mette al riparo dal narcisismo.
Veronica Bernasconi fsp
veronica.bernasconi@hotmail.it

 

Per leggere la trascrizione completa del discorso del Papa vedi:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2015/9/17/giovaniconsacrati.html

“La marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi”

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set 03 2015

Venezia, 11 settembre 2015

I migranti sono gli uomini scalzi del secondo millennio. E noi stiamo con loro. È il messaggio che sarà lanciato da attori e registi insieme a n-DONNEUOMINISCALZI-large570centinaia di persone che cammineranno scalzi fino al cuore della Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia. Ancora un evento dalla forte connotazione sociale, i cui obiettivi corrispondono ad altrettanti “necessari cambiamenti delle politiche migratorie europee e globali: certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature; accoglienza degna e rispettosa per tutti; chiusura e smantellamento di tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti, perché la storia appartenga alle donne e agli uomini scalzi e al nostro camminare insieme”.

Nell’appello a partecipare alla manifestazione si legge:E’ arrivato il momento di decidere da che parte stare. E’ vero che non ci sono soluzioni semplici e che ogni cosa in questo mondo è sempre più complessa. Ma per affrontare i cambiamenti epocali della storia è necessario avere una posizione, sapere quali sono le priorità per poter prendere delle scelte. Noi stiamo dalla parte delle donne e degli uomini scalzi. Di chi ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere. E’ difficile poterlo capire se non hai mai dovuto viverlo”.

“Ma la migrazione assoluta richiede esattamente questo: spogliarsi completamente della propria identità per poter sperare di trovarne un’altra. Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro ad una barca, ad un tir, ad un tunnel e sperare che arrivi integro al di là, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno. Sono questi gli uomini scalzi del secondo millennio e noi stiamo con loro. Le loro ragioni possono essere coperte da decine di infamie, paure, minacce, ma è incivile e disumano non ascoltarle“.

“La Marcia degli Uomini Scalzi – continua il testo – parte da queste ragioni e inizia un lungo cammino di civiltà. E’ l’inizio di un percorso di cambiamento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo globale di capire che non è in alcun modo accettabile fermare e respingere chi è vittima di ingiustizie militari, religiose o economiche che siano. Non è pensabile fermare chi scappa dalle ingiustizie, al contrario aiutarli significa lottare contro quelle ingiustizie. Dare asilo a chi scappa dalle guerre, significa ripudiare la guerra e costruire la pace. Dare rifugio a chi scappa dalle discriminazioni religiose, etniche o di genere, significa lottare per i diritti e le libertà di tutte e tutti”.

Ora sembra che improvvisamente l’Europa si sia svegliata; la Germania “con la decisione di accogliere 800 mila rifugiati siriani è diventata un simbolo positivo”. Lo dice lo storico e politologo Gian Enrico Rusconi, che però sottolinea: “Quello che sta accadendo non è un semplice fatto umanitario, è un fatto politico. E la politica non è il forte di questa Europa.  Chissà che l’evento della ‘marcia’ non sia per tutti un altro stimolo a impostare davvero percorsi di integrazione validi nell’accoglienza dei migranti, alla quale ognuno, nella vita quotidiana, è chiamato.

          Luciagnese Cedrone
lucia.agnese@tiscali.it

 

 

‘Insieme’ e ‘reciprocamente’

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ago 11 2015

Nella verità di una vita ‘insieme’ limiti e debolezze di ciascuno vengono alla luce -lo si voglia o no- e chiedono di essere riconosciuti in sé e accettati. D’altra parte ci si può solo illudere di conoscere qualcuno se non lo si ama… Lo si può misurare, analizzare, criticare, vederne la corteccia, ma il fondo del suo mistero resterà precluso…

Racconto di una gioia possibile
Manifesto-Fidanzati
Diceva il vero, il giornalista polacco Kapuscinski: “L’incontro con gli altri non è qualcosa di semplice e di automatico; richiede invece una volontà e uno sforzo che non tutti sono disposti ad affrontare”. Altrettanto vero è che il coraggio di uscire dai propri schemi mentali non costituisce oggi un bagaglio comune a molti. Nel mondo della fretta e della distrazione, sembra anzi non esserci più spazio per sguardi capaci di aspettare e di accogliere; così, mentre le orecchie rimangono sorde, i cuori sempre più spesso si librano unicamente sulle vette dell’ego.

Eppure ogni essere vivente respira amore insieme all’aria. E non potrebbe essere altrimenti perché ‘Tu sei amato’ è il fatto da cui tutto ha inizio. Il messaggio sicuro di Cristo – ‘come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi’ (cf Gv 15) – è al centro di ogni vita: unica ‘radice’ di luce per trovare e dare un senso di verità stabile a ogni azione e sentimento. Mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20): lo sperimenta ogni persona che viene alla fede scoprendo d’essere un prodigio agli occhi di Chi lo ama semplicemente perché  lo ha fatto. Diversamente la creatura, come Adamo, fugge lontano e si nasconde (Sal 139). Ma quando quel respiro d’amore cessa, nessuno vive davvero. Perciò ”rimanete nel mio amore”… è l’esortazione che viene dalla Vita. E i discepoli di oggi, impacciati e confusi come quelli della prima ora, sono ancora chiamati a fidarsi della forza del seme, che cresce sottoterra nell’inevidenza e nel silenzio; a raccogliere di nuovo ogni giorno la prima parola che il Maestro ha consegnato ai discepoli e alle folle: “Beati!”. E con questo tesoro – pur custodito nei vasi di creta che siamo – fare l’esperienza che “tutto converge verso un traguardo, una meta dolce e amica: Vi ho detto queste cose perché la vostra gioia sia piena” (E. Ronchi). La vita quotidiana può allora diventare racconto di una gioia possibile e testimonianza di una vita riconciliata e felice.

Non viene da sé…
“O la vita religiosa è un apprendistato alla relazione e all’affetto verso l’altro, oppure non si arriva a vivere una vita comune autenticamente Immagine_0cristiana” (E. Bianchi). Esercitarsi a questo nella dinamica di una vita comunitaria e abituarsi all’incontro con l’altro, all’uso della misericordia, della pazienza, del perdono… richiede una ‘scuola’ che è ascesi quotidiana. Certo non basta condividere i pasti, gli orari, i locali, le preghiere per riuscire a fare vita comune. Occorre imparare a dialogare con ‘la differenza’ dell’altro e ad amarla. Ma questa è cosa difficile, non viene da sé. Occorre far posto all’altro nel proprio pensare, nella preghiera, nel dialogo con Dio… Un adagio patristico recita: “Chi conosce i propri peccati e non giudica il fratello è più grande di chi risuscita i morti!”. In realtà solo ‘insieme’ e ‘reciprocamente’ – come chiede ripetutamente il Vangelo (cf Gv 13,35) – la comunità può essere edificata come costruzione comune. Nel cammino rimane vero che “finché non ho sperimentato l’altro come un peso da portare, io non sono suo fratello” (Bonhoeffer). Ma se assumo ognuno come limite posso anche arrivare a sperimentarlo come dono, a vederlo trasfigurato. Se la via è ‘insieme’ e ‘reciprocamente’, occorre però il lento scorrere degli anni per arrivare a farne la struttura della propria verità; per riuscire a vivere la comunità come il luogo in cui, con le proprie fragilità e virtù, ci si rende pienamente disponibili ad amare e a lasciarsi amare, fino a con-vivere e a con-morire (cf. 2Cor 7,3), nella certezza di essere amati da Dio, non nonostante ma nei propri precisi limiti.

La vita comune in realtà è epifania del negativo che c’è in ognuno e che normalmente si tende a nascondere. Lo riconosce E. Bianchi. E chiunque ne fa un’esperienza anche minima sa bene che la vita insieme è data non dalla somma delle forze di ciascuno, ma dalla condivisione delle debolezze e delle fragilità di ognuno. È proprio la debolezza – svelata al fratello e vissuta senza amarezza e senza incolpare gli altri – che costituisce l’ossatura della koinonía nella quale si manifesta pienamente la forza di Dio. Se ne deduce che non c’è possibilità di reggere un rapporto interpersonale e di vivere in modo equilibrato le relazioni, senza entrare nella vita interiore e nell’ascolto della solitudine e del silenzio.

… ma funziona davvero!
Funziona perché nella vita comune ci sono grandi maestri che con il loro ‘magistero’ permettono di toccare con mano barriere e paure che abitano il cuore. Ognuno lo può essere per l’altro, innanzi tutto i vecchi, i malati nel corpo e nella psiche; e l’antipatico, l’ostile, chi mette il bastone tra le ruote…“Credo che le nostre comunità religiose – esortava C. M. Martini – debbano abbondantemente esaminarsi sulla vita fraterna per capire come i membri fra loro si accettano, si amano, valorizzano i reciproci doni”… E lascia ad essi una cascata di domande: Sono davvero luminosi della luce di Cristo? C’è sempre umanità splendente e calda fra loro? In loro? In … me?

Facile indovinare che le risposte risulteranno sempre lacunose e mancanti. Eppure camminare nella certezza che il messaggio della carità è capace di trasformare tutte le situazioni umane riempie di gioia e di entusiasmo. Forte è infatti il senso di pace e di pienezza che si prova nell’uscire dal monologo per imparare ad ascoltare; nello smettere di ritenersi detentori della verità e centro del mondo; nel riuscire a moderare chi tende sempre a fare i comizi, e nell’incitare chi invece tende a scantonare e a nascondersi; nel saper tacere quelle sensazioni soggettive che non comunicano realmente ma chiedono solo complicità… Nell’uscire, insomma, da tutti quei mali che normalmente il vivere insieme fa emergere. Ed è gioia in ogni momento il rendere grazie per la concreta comunità che si può vivere e per la comunione sempre limitata e spesso contraddetta…

imagesAl Padre di tutti stanno molto a cuore gli uomini doloranti, infelici, e ‘perduti’… Da chi possono capire che vivere nell’ascolto della Parola è fonte di gioia e di fraternità vera? Da chi se non da “coloro che amano tanto il mondo da averlo lasciato per renderlo più ricco e conforme all’utopia di Dio”? (F. Scalia).
           Luciagnese Cedrone
           usmionline@usminazionale.it

Viaggiatori con nostalgia di Cielo

Senza categoria | Posted by usmionline
lug 22 2015

scheda_immagine_id822Tutti siamo viaggiatori della vita e molti sono i modi di attraversare gli anni, ma la destinazione la decide chi ‘viaggia’. Una fame di Dio, per sé e per gli altri, morde dentro chi accetta di farsi discepolo di Cristo e si consacra a Lui. Se poi il discepolo ha più anni di … arrivi e partenze, ha anche qualcosa da dire su ciò che nel viaggio ci si porta dietro e magari si potrebbe abbandonare; su ciò che facilmente si abbandona e invece sarebbe bene portare con sé…  

Il tempo dell’essere mendicanti
Secondo la sapienza indiana è l’ultima ‘stagione’ della vita quella che ne rappresenta il vertice. Nel suo tempo più facilmente l’animo si purifica e il cuore in ricerca trova ciò che è essenziale. Il ‘tu’ allora diventa più importante, come anche imparare a stabilire con lui una relazione piena e gratuita. Certo è che quando si è vecchi, o anche in età più giovane se si è seriamente malati, cancellati orgoglio e possesso, si torna un po’ come bambini a dipendere dagli altri e dalla Provvidenza che in essi s’incarna. È il tempo della potatura e della spogliazione radicale, perciò dell’essere mendicanti!… In sintesi: è la chiamata più importante a procedere con sicurezza verso quel culmine del cammino credente che è l’esperienza dell’amore puro. Ma la fraternità concreta che ne scaturisce – autentica identità del credente in cui si esprime la misteriosa e quotidiana azione educatrice di Dio – non si improvvisa, non si può improvvisare. La si costruisce invece giorno per giorno, ogni volta che in cambio del dono della vita ricevuta ci si lascia formare dagli eventi e dalle mediazioni quotidiane, specialmente quelli/e che la persona non sceglie. Allora l’invecchiamento, il progressivo deperimento organico, la stessa eventuale malattia nella vita del discepolo e del consacrato non sono una sgradita possibilità o un’ingiustizia del ‘destino’, ma solo l’occasione per lasciarsi formare fino all’ultimo istante secondo i sentimenti del Figlio. Misteriosamente ma realmente.

… per tutti comincia da giovani
 “… In qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò, e sarò il loro Signore per sempre” (Sir 36, 15 -16). Gesù viene incontro all’uomo che, immerso nella bufera della storia, grida ”non ce la faccio più!”. Però ai suoi discepoli che si lamentano rivolge una domanda che equivale ad un rimprovero: ”Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” (Mc 4, 35-41). Eppure quei discepoli avevano risposto semplicemente ‘sì’ quando egli aveva proposto loro: “Venite dietro a me”. E il loro ‘sì’ era e voleva essere serio. Perché allora arrivano quei momenti in cui ci si trova a guardare le proprie forze, ci si accorge di non farcela e si è travolti dalla paura che scoppia dentro? Se poi nel caos di quella paura si dimentica che la vita si gioca nel fidarsi, se ci si raggomitola su se stessi e si taglia alla radice il movimento di fiducia con cui si era detto ‘sì’, allora può essere davvero finita. In realtà ogni ‘sì’ alla vita richiede verifiche altrettanto ‘serie’. Si tratta di comprendere, come ricordava C. M. Martini, che “Dio è presente con noi in tutti i momenti misteriosi, nascosti e difficili della nostra esistenza”. In fondo si tratta di capire (o di non capire!) il modo della presenza di Gesù nella nostra storia. E farlo con la certezza nel cuore che i torrenti che si smarriscono nel deserto, non sono perduti del tutto (R. Tagore), proprio come i semi lasciati da Dio nella vita di ogni sua creatura. Nella vita di ognuno infatti rimane vivo il tempo dell’amore puro, o di qualcosa che gli assomiglia!… E da qualche parte è il luogo nascosto dove c’è chi è impegnato – con un successo che almeno Dio certamente registra – a rendere meno arida la terra, meno soli gli uomini, meno contraddittorio il cuore

Con la spiritualità del quotidiano…
Saggezza tipica del vecchio è “ciò che si viene a creare quando l’assoluto e l’eterno penetrano nella coscienza e da questa gettano luce sulla vita” (R. Guardini). Stando dietro alle semplici preoccupazioni quotidiane, infatti, si corre facilmente il pericolo di dimenticare chi si è veramente e quello che ci vive dentro. E allora si finisce per stare al mondo un po’ come se la vita esistesse solo per… mantenersi in vita. Preoccupati a volte più di se stessi e della propria salute, fino magari a desiderare di non guarire pur di rimanere al centro dell’attenzione generale. Eppure, nella confusione del campo di zizzania che è questa nostra terra, Dio sostiene ognuno con la sua incomprensibile pazienza, che rivolgerà tutto ancora in bene. Aspetta solo che ognuno viva in prima persona ogni piccola scelta per poter sciogliere i suoi blocchi nelle scelte importanti, nel perdono, nei rapporti con gli altri… Chiede solo:  “vegliate e pregate” (Matteo 26:41), nella coscienza che il Padre aspetta la nostra piccola vita fin dall’eternità. È questo che disintossica lo spirito. Così le tensioni si spengono e s’attutisce il narcisismo; il cuore comincia a sperimentare in modo nuovo e intenso altri gusti e sapori: la bellezza della solitudine, il silenzio, una nuova intimità con il Signore della vita… E ci si accorge che le cose che contano sono davvero molto poche, ma “la tua grazia, o Dio, vale più della vita”, di questa mia vita.

…e la comunità che diventa speranza
pecorellaAmare non è fare delle cose straordinarie, eroiche, ma fare le cose normali con tenerezza. È troppo forte anche nei consacrati il pericolo di parlare troppo di ciò che non si vive, o di avere delle teorie senza averle vissute. Forse è anche vero che molti non si fanno capire perché temono di essere capiti. Ed è altrettanto vero che “ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti” (S. Weil). Forse la fede è proprio questo leggere ed essere letti altrimenti! Coglie nel segno E. Bianchi quando dice: “Se non incontrassimo qualcuno che ripone fiducia in noi, qualcuno in cui riporre fiducia, non ci sarebbe vita interiore, ma semplicemente un fallimento dietro l’altro, in una rincorsa senza  senso e senza fine”. Certo è che più si avanza con l’età nella vita comunitaria, più si scopre che non si tratta tanto di risolvere dei problemi, quanto di imparare pazientemente a vivere con essi. Si scopre insomma che, nell’accoglienza del quotidiano, il nutrimento che apre e rinnova i cuori è  fatto solo di piccoli gesti con i quali si comunica fedeltà, umiltà, perdono, delicatezza… tutti segni che l’amore è possibile.

Indaffarati nell’inutile?
Come ogni famiglia, la comunità religiosa nei limiti del possibile cura i suoi anziani e se li tiene con sé. 1371041653-cieloOgnuna può dire così con papa Francesco che una comunità è completa solo quando comprende almeno un membro della terza età (cosa non difficile, per altro, oggi). Ma nelle famiglie religiose quale concreto grado di attenzione e di energie si riserva per la formazione alla terza età e nella terza età?… Al di fuori di questa prospettiva, si rischia di ridurre gli anziani a un problema, o il problema degli anziani a un semplice dovere di carità e bontà fraterna, di cui i cosiddetti sani dovrebbero farsi carico! “Fare per” però è diverso da “vivere con” e non sarebbe propriamente secondo la carta delle Beatitudini. E inoltre non sfiorerebbe la folla delle odierne solitudini e incomunicabilità umane, che si toccano l’una con l’altra ma non si parlano; ciascuna con l’illusione di tenere la vita nelle proprie mani, mentre è sostenuta dal Mistero; ciascuna perciò tesa verso una impossibile realizzazione del suo desiderio.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Porte aperte per l’Anno della Vita Consacrata

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lug 07 2015

Come già nel 2010, in occasione dell’Anno Sacerdotale, e nel 2013 per l’Anno della Fede, la Direzione dei Musei Vaticani saluta con una significativa iniziativa l’Anno della Vita Consacrata, indetto da Papa Francesco per l’anno 2015.

5415_foto1Fedeli alla loro peculiare missione, i Musei del Papa rinnovano il loro contributo alla vita della Chiesa offrendo uno speciale programma di visite gratuite a religiose e religiosi che si recheranno in Vaticano per la speciale circostanza.

Una conferenza a tema, curata dalle Suore Missionarie della Divina Rivelazione, introdurrà i visitatori alla dimensione spirituale racchiusa in ciascuna opera della preziosa collezione vaticana, evidenziando il continuo intreccio tra Cristianesimo e cultura, tra divino e umano.

Dalla Sala Conferenze ogni partecipante potrà poi, con l’ausilio di un’audioguida multilingue, proseguire autonomamente con la visita delle raccolte museali lungo uno specifico itinerario di Arte e Fede.

 


Calendario dell’Anno della Vita Consacrata

 

Info
Durata dell’iniziativa: 3 giugno 2015 – 30 gennaio 2016
Giorno e orari visita: mercoledì h. 14.00; h. 15.00
Tipologia visita: di gruppo (max 100 religiose/religiosi).
Svolgimento visita: conferenza tematica “Arte e Fede” presso la Sala Conferenze dei Musei Vaticani (40 minuti ca.) + percorso museale libero con audioguida “Arte e Fede”.
Lingue in cui si svolge la conferenza introduttiva “Arte e Fede”: italiano.
Lingue disponibili per l’audioguida “Arte e Fede”: italiano, inglese e spagnolo. 
Prenotazione visita: tramite richiesta ad accoglienza.musei@scv.va, con almeno 10 giorni di anticipo rispetto alla data di visita. La prenotazione sarà confermata con l’invio di voucher.
Costo visita: gratuita, previa presentazione di apposita documentazione.
Utile sapere: la visita del mercoledì permetterebbe di assistere sia all’Udienza Generale del Santo Padre (ore 10.00 ca., previa richiesta alla Prefettura della Casa Pontificia) sia alla Santa Messa nella Basilica di San Pietro (ore 17.00).
Informazioni: Direzione dei Musei – Ufficio Servizi e Rapporti con il Pubblico – Tel. + 39 06 69884676 – + 39 06 69883145

Clicca sul link.

http://www.museivaticani.va/2_IT/pages/z-Info/Eventi/2015/MV_Info_Evento20.html

 

Una CASA ci vuole

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giu 23 2015

La storia di una comunità di consacrati è sinergia fra le risorse di chi la compone e la forza di Dio. Oppure non è. È prendere sul serio la libertà donata ad ognuno di andare oltre se stessi e seminare la storia personale e comunitaria nella preghiera, nel riconoscersi e apprezzarsi reciprocamente… 

Strada facendo…
Affaccendati e insoddisfatti, sempre dappertutto e raramente a casa. Anche i consacrati. Nel tempo scorrono le storie personali di tutti – oggi forse più accidentate che mai – fra grovigli di cani-solitudine
paure e un nodo di desideri; fra estesi deserti e, qua e là, alcune oasi.

Nel nostro occidente si fa fatica a tenere il passo fra compiti e doveri; quando poi non sopraggiungono quelle preoccupazioni che sono più schiavizzanti delle stesse occupazioni perché riempiono tempo e spazio prima ancora di esserci. Ci si occupa di tante cose e ci si trova a chiedersi: ma davvero quello che faccio, che sono, è significativo per qualcuno?… Succede facilmente di non sentirsi per nulla certi che farebbe qualche differenza se non si facesse niente. E quando tale dubbio entra nel cuore, è facile che risentimento e depressione si insedino nella piccola ‘casa’ della propria vita. Forse ci si sentirà usati e si comincerà a lamentarsi fino ad ammalarsi di quella malattia che oggi è fra le più diffuse: il vittimismo. Insieme crescerà allora anche la paura di … stare tranquilli. L’inquietudine in cui si vive in realtà agita al punto che spesso non si conosce più il tepore di una CASA, dove ospitare se stessi e chiunque varchi la soglia del proprio umano abbraccio.

Il consiglio radicale di Gesù: “Non affannatevi dunque!”
“Una sola cosa è necessaria” (Lc 10, 42), egli dice, additando l’obiettivo di una vita nuova. Ma come passare dalle molte alla sola cosa necessaria? Le esigenze che la vita quotidiana presenta ad ognuno sono così reali, immediate e urgenti che una vita nello Spirito sembra essere aldilà delle capacità umane. Come districarsi nel labirinto di pensieri, sentimenti, emozioni che tanto condizionano le scelte e la vita? Immersi nel ‘rumore’ dentro e fuori di sé, la sensazione dominante è di non poter fare altro che accettare la vita per … quello che è. E questa inclinazione alla rassegnazione impedisce di muoversi attivamente a cercare ‘cieli nuovi e terra nuova. Il Signore Gesù invece esorta e indica l’unica via giusta: “Non preoccupatevi troppo… Cercate prima il Regno di Dio!”. Lungo tale percorso certamente si può fare esperienza che tutte le cose, via via, cominciano ad assumere un significato nuovo.

Ospitare se stessi…
In partenza, sempre secondo l’esperienza, almeno due sono i passi specifici imprescindibili per “cercare il Regno”.
- Uno è imparare a scegliere la SOLITUDINE – quella sana – che “ti fa ascoltare l’anima e spegnere le luci finte” e che nello stesso tempo pone la persona di fronte ai propri conflitti La-solitudineinteriori, mentre la tentazione continua è di ‘scappare’. Scegliere un tempo di solitudine ogni giorno e rimanervi fedeli richiede una disciplina difficile. Non è né spontaneo, né facile tenervi fede, anche perché la nostra civiltà ci ha così coinvolti negli aspetti esteriori della vita, che forse ci si rende poco conto del suo bisogno. Anche per questo va ben programmata, cominciando con il rimanere ogni giorno per alcuni minuti alla presenza di Dio: a mani vuote, senza tante cose da esibire o da salvaguardare, vulnerabili e inutili… E con le parole della Scrittura al centro, cominciare a desiderare questo strano tempo d’inutilità. Semplicemente lasciarsi guardare dal Signore e imparare a riconoscere e ascoltare il sussurro della Sua voce.

… e scoprire come va il mondo di Dio
Sulla strada degli uomini c’è oggi un discutere che non vuole imparare, ma solo giustificarsi e condannare e questa è ipocrisia. Stando così le cose, il primo compito di ognuno è proprio quello di ri-scoprire se stessi come cristiani della via (At 9,2). Cristiani che vanno, e inventano strade che portano gli uni verso gli altri e, insieme, verso Dio, il Dio degli itinerari mai conclusi (E. Ronchi). Per tale via – strada facendo appunto – il pregare, da soli e insieme, diventa come respirare la Vita che conduce sulla via della comunione.

- Secondo passo quindi è la disciplina della COMUNIONE che aiuta a rimanere insieme in silenzio guidati dalle parole della Scrittura. Il cuore può essere in disordine e in tal caso acceca la coscienza. Si tratta allora di tenerla pulita prima ancora di seguirla. Insieme nel silenzio prestare attenzione al Signore che chiama all’unità e a conoscersi reciprocamente come persone amate dallo stesso Dio in modo intimo ed unico. Sarà allora più facile sforzarsi di stare con tutti gli altri in modo nuovo, vedendoli non come persone alle quali aggrapparsi quando si ha paura, ma come compagni di vita, insieme ai quali fare nuovo spazio al Dio della Vita. Amare ognuno con la Sua libertà e con il Suo amore forte e critico. E sulla via di Dio essere capaci, se l’amore lo richiede, di rimanere soli, rifiutati e crocifissi.

strade-panoramiche-piu-belle-del-mondo-163902_LNella vita comune si è finestre aperte che offrono l’una all’altra scorci nuovi sul mistero della presenza di Dio nella vita. Quando si appoggia la propria fede non ai soli pensieri, ma all’incontro con Cristo, senza rifiutare il duro della croce, allora si scopre davvero come va il mondo di Dio. La porta della propria CASA così rimane aperta e nel cuore mette radici il Suo coraggio ed è il miracolo della gratuità nelle relazioni. E Dio – che cerca ognuno e assedia i dubbi del cuore – entra nella sua creatura e vi trova CASA.
Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

Vita Consacrata, ricerca continua…

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giu 15 2015

Vita consacrata come ricerca continua di Qualcuno che chiama ad uscire da sé e a volgersi al progetto vocazionale della propria vita

L’antropologia teologica, basandosi sulla Rivelazione, ci insegna che l’essere umano, uomo e donna, è persona-in-relazione. Vuol dire che la sua caratteristica principale, ciò che

Logo Concilio Giovane Definitivodefinisce tutto il suo essere è dato dal fatto di essere legato, indissolubilmente, a Dio e agli altri, di essere, cioè, in relazione, aperto costantemente al dialogo e all’interazione intersoggettiva con Dio e con gli altri. Con Dio, perché siamo stati creati da Lui, a sua immagine e somiglianza, persone libere e intelligenti, aperte, come il nostro Dio Trinità, all’altro, alla relazione, all’amore. Agli altri, perché alla luce della fede ci scopriamo fratelli, figli dello stesso Padre, Dio, fratelli in Gesù Cristo, resi uno nello Spirito Santo, per mezzo del Battesimo.

Ecco anche perché l’antropologia teologica fonda la nostra vita sulla vocazione: se siamo stati creati vuol dire che siamo stati amati, pensati, voluti dall’eternità non come frutto del caso vuoto e privo di senso, ma come protagonisti di un progetto, che è sempre un progetto d’amore, perché nasce dal pensiero di Dio, che è Padre e Madre, fonte prima dell’amore di cui siamo fatti e che siamo chiamati a donare agli altri sul modello dell’amore delle persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo, eterna comunione e relazione d’amore eterno, fedele, stabile, infinito.

In quest’ottica la persona consacrata, che liberamente e per amore, si dona a Dio per vivere interamente donata a Lui e ai fratelli nella Chiesa e nel mondo non può non essere concepita come ricerca continua di Dio, dell’assoluto, dell’amore sommo della propria vita. Alla luce della fede la persona consacrata si trova in una situazione ottimale per comprendere che la sua vita è in relazione continua con Dio. Che Lui è il tutto della sua vita. Che Lui è quel “Qualcuno” che ha bussato alla porta del suo cuore per cambiare completamente la prospettiva del suo essere-in-relazione. Nella vita consacrata è evidente il passaggio da sé all’altro. Abbiamo lasciato ogni cosa per seguire l’amato del nostro cuore. Se dimentichiamo questa tensionalità ci ritroviamo nel vuoto esistenziale. Facciamo cose che fanno tutti, siamo senza una famiglia visibile e gli ideali per cui spendiamo la nostra vita diventano sempre più fatui. Soltanto alla luce della fede possiamo dare valore alla nostra esistenza consacrata. Riprendendo la tensione verso Dio, il tutto della nostra vita, l’amore vero e sommo che ci ha attirate a sè scopriamo il senso profondo del nostro essere: donate, amate, consacrate, sposate, impegnate, inviate.

Il progetto di Dio per noi ci ha spinte fino a dare la vita per Lui e per i fratelli. La vocazione che abbiamo ricevuto è una vocazione all’intimità con Lui, a vivere, come la sposa del Cantico dei Cantici, in continua ricerca dell’amato, nella notte buia delle prove e delle desolazioni, o nel pieno giorno degli affari e delle preoccupazioni della quotidianità, nella sfida a trovarlo nei meandri esistenziali o temporali dove si nasconde, o negli interrogativi nostri e del nostro tempo, che ci spingono a osare di più, dandoci e dando, amore per amore, senza riserva, con fatica, con gioia, con perseveranza.

Soltanto la scoperta di una vita-in-relazione, senza perdere di vista l’altro, Dio e i fratelli, i fratelli in Dio, Dio nascosto nei fratelli, o solamente nascosto sotto i segni sacramentali, nella Parola o nel silenzio dell’adorazione e del cuore. Dio presente e sempre amante, Dio persona viva al nostro fianco, Lui fonte della nostra vita, perenne Tu che aspetta di incontrare il nostro io nel momento in cui ha il coraggio di uscire da sé per aprirsi a questo intimo e meraviglioso dialogo dove possiamo realizzare veramente il nostro essere, dove possiamo leggere tutta la nostra esistenza attraverso i suoi occhi, che sono sempre occhi che amano, che accolgono, che elevano, che santificano.

Il segreto di una vita consacrata riuscita sta in questo continuo ricercare quel Qualcuno che ci ha chiamate rientrando nell’intimo di noi stesse, come diceva Agostino, lì dove abita la verità. Aprendoci alla relazione con Dio, ascoltando la sua voce che ci indica la strada giusta, ritroviamo il nostro essere, la nostra vocazione, e la nostra storia personale acquista un senso nuovo: il progetto di Dio per noi. La nostra vita intesa come risposta all’amore per l’amore, non nel senso sdolcinato del termine, ma nel senso che tutto viene spiegato dall’immenso amore di Dio per noi, che guida e sorregge i nostri passi verso la pienezza dell’amore trinitario. La quotidianità, le giornate monotone, il lavoro, le ansie, i dolori, le prove sono parte di questo progetto. Nella prospettiva della chiamata divina diventano tasselli di un mosaico che, lentamente, costruisce il mistero della nostra vita come un’opera d’arte.

Se, come scriveva Teresa d’Avila, lasciamo il pennello in mano all’artista divino, sarà un capolavoro. Se, per timore di perderci, o per la smania di realizzare i nostri poveri progetti, prendiamo noi la mano, dimenticando la relazione con Lui, conserveremo tante certezze ma forse perderemo noi stesse e il progetto vocazionale che dovrebbe ispirarci. Se, al contrario, avremo il coraggio di abbandonarci, fino a perderci, nell’infinito dell’amore di Dio, allora ritroveremo in pienezza non solo noi stesse ma anche tutte le persone e le cose che abbiamo lasciato per Lui. Allora saremo in grado di leggere la nostra vita con gli occhi di Dio e contemplare, come la sposa del Cantico, la bellezza, l’altezza, la profondità e la sublimità della nostra vocazione.

Sr Daniela del Gaudio, sfi
Docente Pont. Università Urbaniana

Uno storico risponde…

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giu 03 2015

intervista2015: Anno dedicato alla Vita Consacrata

Carlo Mafera intervista lo storico prof. Pier Luigi Guiducci

Mafera: è da considerare un fatto straordinario quest’Anno?

È piuttosto da vivere come una contemplazione della grazia divina sui vissuti quotidiani. Ogni giorno si ripete in vari modi il “fiat” al Signore. Tra queste adesioni, c’è la disponibilità di
colui che ha seguito Gesù con cuore indiviso.

Mafera: “con cuore indiviso”… è quindi un’adesione superiore a quella di un laico…

È un sì che non si pone al di sopra di qualcosa, ma che vuole partecipare alla vita della Chiesa in fraternità e nel servizio ai fratelli.

Mafera: però c’è un cuore indiviso. I laici hanno un cuore indiviso?

Il laico ha un cuore che proclama con la vita il primato di Dio. In tal senso il suo magnificat confluisce nell’unica lode che accomuna persone consacrate e fedeli che non hanno professato dei voti.

Mafera: perché insistere oggi sui consacrati? C’è qualche novità al riguardo?

La persona consacrata affronta attualmente delle realtà difficili. Nei Paesi occidentali molti atteggiamenti di indifferenza possono non facilitare l’entusiasmo dei consacrati. Anche fenomeni quali il soggettivismo, il sincretismo e un neo-positivismo possono essere voci che non sostengono  il messaggio evangelico. Insistere sulla vita consacrata diventa, allora, recuperare alcuni valori-base.

Mafera: quali sono questi valori?

La persona si consacra a “Qualcuno”. Non cancella il proprio mondo, non si allontana dagli ambienti di ogni giorno, non proclama un elenco di “no”,  ma entra nel Cuore di Dio, nella Sua logica, nelle scelte essenziali. Il consacrato vive da “risorto” in Cristo in una  comunità che dovrebbe essere segno della Città eterna, della Gerusalemme celeste.

Mafera: l’ubbidienza è un valore?

Se considero la Chiesa un esercito, allora rientro nella logica della subordinazione gerarchica. Se contemplo la Chiesa come Corpo Mistico, allora la sintonìa diventa un valore perché consente  di superare l’antagonismo, la maldicenza e la passività inerte.

Mafera: quindi, alla base di tutto, c’è una scelta. Quella  di Dio…

Nel consacrato c’è un orientamento ove il primato di Dio non è solo proclamato, ma vissuto. Ma l’impegno non si ferma qui. Se io affermo qualcosa, devo poi  orientare tutte le mie scelte nell’opzione-chiave. Nel consacrato questo avviene contemporaneamente in più modi. Con la fraternità. Con l’operosità. Con una totalità di offerta

Mafera: la fraternità non è sempre facile

La fraternità nasce da una vita di fede. Per essere rafforzata non ha bisogno necessariamente di gesti esterni ma di un più accentuato avvicinamento al Cuore di Dio.

Mafera: anche l’operosità ha le sue salite

Il consacrato è posto in un mondo in cambiamento. Secondo la lezione dell’Incarnazione  deve restare a fianco di ogni figlio di Dio. Però deve anche ricordare a tutti che siamo in cammino verso la Casa di Dio. Questo è l’aspetto più delicato.

Mafera: l’operosità richiama anche ad alcune grosse strutture dei consacrati. Tali ricchezze sono in sintonìa con il voto di povertà?

Il Vangelo condanna l’uso improprio del denaro.  Se le ricchezze sono un idolo, questa divinità deve essere gettata dal piedistallo. Se, al contrario, l’investimento economico mira a realizzare servizi utili per la comunità (es. comunità alloggio) e centri a sostegno degli stessi consacrati (ad es. quelli anziani)  l’impiego del denaro è fruttifero.

Mafera: eppure non sono mancati gli scandali collegati a “mammona”…

Le scelte economiche devono rimanere opzioni etiche. Quando l’investimento è slegato da un servizio ecclesiale effettivo, si crea una disfunzione ove subentra la logica del potere. In tale contesto, diventa molto importante il ruolo di supervisore dei vescovi e dei superiori di comunità.

Mafera: prof. Guiducci, la totalità di offerta di un consacrato, è forse, oggi, un orientamento poco compreso…

Forse qualcuno  non ha compreso che il termine “totalità” significa “sequela” senza condizioni. Forse, si pensa a una perdita di libertà, di autonomia, di creatività, di originalità. Ma ciò non è esatto. Nella fraternità dei consacrati ogni dote umana deve essere valorizzata. Ciò avviene con un passaggio: dall’io al noi. Ma questa dinamica la si trova anche nelle famiglie.

Mafera: se è tutto chiaro, perché esistono molti problemi tra i consacrati?

Per un lungo periodo storico il consacrato è stato ritenuto un “diverso”. In pratica, la sua consacrazione lo rendeva capace di santità perfetta. Poi si è visto che la consacrazione non cancella l’umanità del soggetto, non abolisce i limiti, gli aspetti caratteriali meno piacevoli, non preserva da quelle famose tentazioni di Gesù nel deserto…

Mafera: quindi lei conferma anche il sussistere di contro-testimonianze tra i consacrati…

La contro-testimonianza è un allontanamento dalle caratteristiche della vita consacrata ma non è qualcosa  che deve provocare atteggiamenti “farisaici” nel popolo di Dio. L’esperienza del peccato è una realtà talmente invadente che ogni giorno, durante la celebrazione della messa, il sacerdote chiede perdono a Dio per sé e per i peccati dei membri della Chiesa. A questo punto il nodo-chiave è uno: come prevenire la contro-testimonianza? Con una vita religiosa più intensa. Con il superamento delle “isole” nella Chiesa. Con un accompagnamento (non necessariamente “direzione”) spirituale. Fino ad arrivare a delle scelte di chiarezza che possono essere anche dolorose.

Mafera: oltre alle contro-testimonianze, esiste anche un calo vocazionale. C’è una minore fede?

I gradi della fede in ogni persona li conosce Dio. Noi possiamo osservare le manifestazioni della fede. I frutti della fede. La fecondità della fede. In tal senso, un’analisi statistica inerente le vocazioni non dice molto. I numeri non chiariscono in merito ai vissuti. Alle formazioni ricevute. Alla missionarietà permanente nelle Chiese locali. Addirittura, in alcuni casi, una diminuzione di vocazioni può anche significare una più alta consapevolezza di scelta. Occorre quindi essere cauti. Piuttosto, ciò che serve è rafforzare una pastorale coniugale, famigliare. Occorre trasformare le nostre parrocchie da aggregazioni ecclesiali stabilite con atti formali, a comunità vive, senza confini, ove ogni gruppo, ogni associazione, ogni abitazione, ogni cuore, è una porta aperta sulla strada.

Mafera: nel frattempo, però, aumentano in Italia i consacrati che provengono da altri Paesi, anche da nazioni ove esistono Chiese giovani…

Questa dinamica a qualcuno pare strana ma è solo una storia che ritorna. L’Italia è stato un Paese evangelizzato da persone che provenivano dal Medio-Oriente. In seguito è avvenuto un rafforzamento delle comunità cristiane, della loro organizzazione. Ma non bisogna dimenticare la stessa Lettera di san Paolo ai Romani, la catechesi di Pietro, le missioni nella Tuscia (la terra degli Etruschi), l’evangelizzazione tra i Longobardi…

Mafera: c’è quindi un cambiamento non negativo?

C’è un mutamento segnato anche da forti trasmigrazioni e da nuovi accordi internazionali ove la Chiesa è chiamata ad essere nuovamente segno di “comunione” e di “contraddizione”.

Mafera: scusi, ma non le sembra una contraddizione?

Se la “comunione” è una sommatoria di buonismo, di aspetti gratificanti e di azioni segnate da un principio di “auto-salvezza”, allora siamo in presenza di un carrozzone che perderà pezzi lungo la strada. Se al contrario, la “comunione” è un movimento aggregante intorno a un “pensiero forte”, allora sarà possibile accettare l’esperienza del limite e guardare anche al trascendente. A Dio.

Mafera: prof. Guiducci, il voto di castità che significato può avere in una società ove in più casi si esaltano le convivenze momentanee?

Anche negli anni terreni di Cristo, le popolazioni del tempo attribuivano un’enorme importanza alle intese affettivo-sessuali e alla fecondità generazionale. Malgrado ciò, la figura di Gesù si presenta come quella di un Uomo casto. Sul piano storico, la Sua castità gli consente un continuo movimento. Egli attraversa diverse regioni. Entra nelle case. Prepara discepoli. Muta delle prassi. Delle consuetudini. Annuncia il Regno di Dio. Affronta l’Ora della Redenzione… Tutta questa dinamica riconduce a un punto-chiave: Gesù esprime in modo totale la volontà del Padre. Non coinvolge nel Suo impegno né una singola donna, né un intero nucleo familiare. Egli è “di tutti”. Opera “per tutti”. È il Salvatore dell’intera umanità. La Sua Famiglia è la Chiesa.

Mafera: a questo punto, che cosa augurare ai consacrati del nostro tempo?

La fedeltà al carisma. L’attuazione di gesti poveri. Il sapersi inginocchiare davanti all’Assoluto e al povero di ogni tempo.

A viso e cuore aperti

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mag 19 2015

Ogni storia comincia sempre dal sentirsi riconosciuti e amati. Ne scaturiscono gioia e voglia di imparare ad amare con la vita. Poi con l’apertura dei cuori gli uni verso gli altri e gli uni attraverso gli altri, la ricerca condivisa della verità si fa storia comune.  

‘Parresia’ …
Parola pentecostale (cfr At 4,13), dono di Dio e frutto di preghiera. Sempre. Da intendersi come il contrario di ipocrisia e di astuzia, in cui c’è sempre differenza fra ciò che uno pensa e ciò imagesche dice. Esprime la potenza della Parola in chi si affida ad essa, a cominciare dagli uomini semplici e senza studi delle prime comunità cristiane. E dice franchezza verso Dio, che si radica in Cristo e fonda la franchezza verso gli altri con i quali si vive. Nel tempo fino ad oggi se ne perdono le tracce e, con le tracce – fra falsità sottili e accomodanti, cercate forse per amor di pace, o solo per etichetta – in qualche modo va in disuso anche il coraggio di “dire la verità”, soprattutto nelle attuali comunità interculturali. Papa Francesco ne fa invece i binari su cui esorta a camminare. Per un autentico cammino comune chiede di “parlare con parresìa e ascoltare con umiltà”. Ed entrando nel dettaglio dei compiti, aggiunge: “… bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza vigliaccheria. Al tempo stesso si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli”. Egli stesso ne dà testimonianza concreta con il suo parlar chiaro in ogni occasione e anche denunciando il male quando intorno regna un silenzio complice e assodato.

… e vita comunitaria cristiana
Chi vuole davvero seguire Cristo fino in fondo – in una realtà come quella attuale che più o meno consapevolmente cerca successo, godimento e potere a ogni costo – prima o poi si ritrova emarginato, ‘fuori dal giro’. Ma il discepolo sa che la verità di se stessi in Cristo si manifesta nell’amore realizzato in modo pasquale. La vita nella comunità perciò è e rimane il luogo di una conversione permanente. Vivendo in essa per esperienza si conosce che esprimere la verità senza frapporre filtri o deformazioni o censure fra ciò che si pensa e ciò che si dice non è mai una scelta gratuita. E non è sempre ‘conveniente’. Impone anzi rischi e richiede coraggio. Rinunciare a compiacere può mettere infatti in pericolo il consenso ricevuto, la stabilità conquistata, la propria adulata soddisfazione… La parola che critica il potere – qualsiasi potere, piccolo o grande che sia – per il potere criticato, di fatto è sempre inopportuna… Ma guai – come afferma S. Martinez – se nella vita insieme albergano le distanze generate dal rispetto di sé o da un’idea alta di sé, o un semplice anonimato …

Si tratta allora di esercitarsi su una via che è la più sicura per la costruzione di una fraternità reciproca autentica: preferire le avversità per amore della verità (Gregorio Magno). Perché – come afferma Florenskij – “la verità manifestata è l’amore”. E l’amore è ‘il’ comandamento del Signore per chi vuole seguire la Sua strada. Orientarsi perciò con tale bussola, ognuno e tutti insieme, non qualcuno a nome di tutti; e iniziare, senza paura di sbagliare, sapendo che c’è sempre tempo per correggersi… Ne scaturisce uno stile di vita che è cammino fatto insieme con veri frutti di gioia.

Lungo la via, situazioni e ‘regole’ utili
Si fa spiritualità fraterna quando non si trascura che si è “fratelli tra fratelli”. Sempre. Ma ignorare che l’uomo ha una natura ferita e incline al male, nel cammino che si fa insieme è causa di gravi errori che spesso si proiettano in una esigenza di idealità fraterna, che inevitabilmente rimane sempre delusa. E finisce per tradursi in cortesia di facciata e fiducia di protocollo.1618657_1428258527412052_482752960_n Certo ognuno sa che oltre agli interlocutori esterni, c’è un interlocutore interno con il quale confrontarsi per scandagliare la propria ombra e le cantine delle propria anima. Il messaggio è dire a se stessi, almeno a se stessi, la verità. Ma è tanto facile lungo la via illudersi di seguire Gesù mentre si rimane invece chiusi dentro ambiti ‘protetti’, dove si riesce a nascondersi dietro gli altri; si riesce a evitare i confronti decisivi e a non giocarsi mai in prima persona… Come uscire dal sonno dei luoghi comuni, da tutto ciò che permette di non essere sinceri nemmeno con se stessi per affrontare realmente le difficoltà quotidiane nella vita insieme? Alcune ‘regole’ possono essere utili anche se le ispirazioni dello Spirito Santo le scavalcano sempre e comunque… La correzione fraterna, per esempio, come evangelicamente suggerita e applicata, non è una dimensione facoltativa e riguarda tutti coloro che formano la comunità, nessuno escluso. Certo deve essere realizzata in modo coerente e corretto per evitare che si trasformi in atto di giudizio, irreversibile e persecutorio. Il piacere di correggere, comunque, questo non viene da Dio – insegna papa Francesco. In ogni caso, la carità è come una anestesia che aiuta a ricevere la cura e accettare la correzione. Se una comunità invece ignora diplomaticamente la correzione fraterna per evitare che il fratello possa rattristarsi o altro, in realtà non ha a cuore il vero bene dei fratelli, ma solo l’apparenza di rapporti umani e spirituali.

La verità condivisa si fa storia
Parresia – riflette e suggerisce C. M. Martini – è la libertà di dire ciò che sembra giusto e utile davanti a Dio; esprimerlo nel desiderio di edificare  e non di distruggere la comunione. E quando la ‘verità’ diventa contestazione e critica, si può essere certi che è vera solo se nasce dall’amore e se fa penetrare amore attraverso le parole; se non diffonde malanimo, o amarezza, cammini-vocazionali-2014-2015-ragazzi-340x490ma costruisce un’atmosfera di fiducia e di incoraggiamento. Certo occorre capire anche da dove nasce il parlare quando è discreto e delicato. Perché a volte scaturisce solo da un senso di paura o di convenienza. D’altra parte anche l’agitazione interiore può portare a una specie di interventismo nelle scelte personali e comunitarie… L’intelligenza delle cose di Dio è solo un
dono dall’alto, da vivere nella gioia. E la verità del messaggio evangelico passa nella vita come libera parola umana in incontri e confronti autentici, personali, immediati; non per intermediari. Se c’è un capire che si ferma alle parole senza arrivare alle conseguenze che esse implicano, parlare a viso e cuore aperti è invece segno vivente del regno di Dio. “La Chiesa si aspetta da voi frutti maturi di comunione e di impegno” – confidava Giovanni Paolo II ai religiosi.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it

 

 

Vivere d’incontri

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mag 08 2015

In un mondo che sembra aver perso il contatto con il proprio cuore e che rischia di sperperare ogni fiducia in un gioco di monologhi, il grido più profondo è una domanda di testimoni che sappiano creare “altri luoghi” dove mettere in comune ciò che realmente si è. E con umiltà, ci si riconosca nella verità di una comunione sempre aperta all’incontro. 

Verità è vocazione al ‘noi’
Non basta certo portare un sorriso stampato sulle labbra o indossare un distintivo che recita  “penso positivo” per  dire che si è a proprio agio nel mondo reale. Solo la verità può rendere Novena__S._Teresa_G.B._2010_html_m10afab39liberi e certo non è cosa facile. Più facile invece è nascondersi dietro l’immagine di un falso io da mostrare agli altri. Ma accettare che la propria personalità profonda sia nascosta dietro il bisogno di provare qualcosa agli altri è impossibile, se prima non si scopre di essere amati per ciò che si è; se non si impara ad essere pazienti verso tutto ciò che di insoluto c’è nel proprio cuore (R. M. Rilke). Crescere nella verità che porta all’incontro autentico (con se stessi, con gli altri, con l’Altro…) in realtà è un processo molto graduale. E nel fallimento, quando si cammina nel buio perché non ci si sa più ‘incontrare’ o ci si ‘incontra’ male, l’unica certezza che sostiene davvero viene dalla fede. Ogni creatura umana – ferita e mortale, con le proprie pulsioni di potere e le proprie depressioni, nelle situazioni concrete che si trova a vivere… – è amata da Dio alla follia; e per questo è in grado di camminare verso una liberazione più grande e profonda. Fonte e via per orientarsi davvero al ‘noi’ – ripete ad ognuno Gesù – è Lui stesso; è il Vangelo, vissuto in una interiorità condivisa; anteponendo la presenza e l’ascolto all’attività; con l’obiettivo non di sapere o d’insegnare, ma d’imparare e imparare insieme…

La verità è nel noi – dice H. U. von Balthasar. È comunitaria e sta in cammino; è un farsi, un divenire, un crescere insieme; in incontri dove ci si ascolta reciprocamente come fanno i bambini che bevono la tua persona e non solo le tue parole. Incontri capaci di liberare dalla paura paralizzante che a nessuno importi niente della ‘tua’ vita.

Il mistero della vulnerabilità …
È incredibile la capacità che le persone hanno di fare il male in nome del bene… Lo testimoniano tutte le guerre che la storia ci racconta: raramente sono state combattute per odio! Basta images (1)solo la ‘mia’ verità contro la ‘tua’… ed esplodono i conflitti, a cominciare da quelli piccoli e quotidiani della vita comune! Certamente ognuno fa del suo meglio per servire Dio, come sa e può; fa del suo meglio anche per vivere. E allora da che cosa nasce quel bisogno di provare almeno a qualcuno che si è ‘capaci’? Perché ci si difende anche da attacchi che tali non sono? Perché è così difficile tentare di vivere amando appassionatamente ogni traccia di vita che Dio regala proprio ad ognuno? Certo non si può diventare fecondi negli incontri se ci si crede ‘diversi’ e migliori, se si vuol credere che il povero è all’esterno e non dentro la propria persona. Più facile in questi casi è ascoltare gli altri in modo impaziente come chi sa già tutto, sperando che l’altro finisca in fretta per prendere la parola, perché si hanno… cose più intelligenti da dire!

…e le minacce a incontri fecondi
Vengono dall’indifferenza altrui e dal proprio senso di sconfitta. In altre parole: da ‘brinate’ che calano sui sentimenti e dal ‘freddo’ dell’abitudine. A volte alla radice del cattivo comportamento, ci sono punti deboli di cui per altro nessuno è realmente colpevole dal momento che derivano da difficoltà vissute nel corso della propria storia. Se, per esempio, per motivi diversi si è vissuta la prima infanzia come poco amati, è facile che ci si ritrovi dentro la paura che alla propria persona manchi sempre qualcosa; facile anche ritrovarsi alla ricerca inconsapevole di un grembo materno protettivo e conoscere un’ansia da cui derivano a volte atteggiamenti di feroce egoismo. Anche i lamenti sono spesso paravento a una estrema povertà di cuore. Ma ci sono debolezze che, se non sono combattute, mettono in atto una dinamica del male che prolifera come erba cattiva. Il punto debole più temibile è l’orgoglio che porta a mancare di comprensione e al disprezzo degli altri, o alla tentazione di contare su se stessi ignorando Dio. Per essere veri, è necessario guardare dentro di sé. Ma se si rifiuta di ammettere tutto ciò che in sé è spezzato, forse si passerà il tempo a nascondere le cose e difficilmente si sarà liberi per essere capaci di amare. Intanto ogni parola e gesto che si stacca dalla persona, se ne va per il mondo e produrrà qualcosa: scoraggiamento? paura? forza di vivere?…

Vocazione al risveglio
explosion-of-positive-energy“Non c’è nulla di più intero di un cuore ferito” diceva un rabbi. E il cuore del cuore del Vangelo è la compassione. In un tempo di sogni sbagliati e traditi, di relazioni lacerate e opposizioni irriducibili che mettono alla prova la volontà di dialogo e di pace condivisa, non si può essere testimoni veritieri della Misericordia del Padre al di fuori di relazioni di fiducia. Gesù ha detto: Vieni. E adesso… amatevi gli uni gli altri. La comunità cristiana si nutre di fiducia ricevuta e accordata; non di amicizia né di simpatia: nasce e si sostiene con la fiducia! Ma essere testimoni della fiducia in Gesù comporta che ognuno si senta vulnerabile e che lo sia realmente perché Dio ha scelto la via della fragilità. E vita interiore, allora, forse è proprio solo questo: cominciare… e ricominciare. Del sogno di ‘comunità’ – sogno non ancora realizzato – non è concesso di stancarsi.

Luciagnese Cedrone
usmionline@usminazionale.it